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Saheli. Dai diari di Suor Gemma Ida

Ero andata all’ospedale governativo per ritirare alcuni esami clinici e passando davanti al reparto maternità, vidi fuori dalla porta, in atteggiamento di attesa un poliziotta in divisa, mi avvicinai e un po’ per scherzo, un po’ sul serio, chiesi se stava custodendo una detenuta.

“Si” mi rispose.

“O buon Gesù, che cosa mai può aver fatto di male una donna in gravidanza avanzata?”

“Nulla di particolare, sister, ha rubato alcune masserizie dalla cucina. Dovrà stare in prigione da uno a due mesi”.

“Posso venire più tardi a trovarla e a portare qualcosa alla nuova creaturina?”

“Certo, sister, grazie”.

Ritorno a casa di corsa 5 km. Benedetta questa motoretta, esclamo, che mi porta dove col cavallo di San Francesco non potrei arrivare in fretta.

A casa cucio un vestitino, cerco altri indumenti e alle 12 sono di ritorno dalla nuova mamma. Chiedo il permesso a chi di dovere: poliziotta e caposala per visitarla. Mi si concede chiedendomi solo se la conoscevo.

“No” risposi.

“E allora come mai tanto interesse per una detenuta?”

“Amiche, se visitare i carcerati è opera di misericordia per i cristiani e non cristiani, tanto più lo deve essere per una religiosa” rispondo.

Tutto lo staff del reparto è incuriosito, per il pacchettino che tengo in mano, vuole vedere cosa porto alla neonata, così ci avviamo tutte assieme al letto di Saheli, nome della nuova mamma, che meravigliata per tutta quella gente, ha un po’ paura.

L’assicuro dicendole che sono un’amica, volevo solo vedere la piccola, alla quale avevo già dato il nome di Nateso (che significa sofferenza, tribolazione). Sovente i bambini prendono il nome secondo delle circostanze che prevengono, precedono o seguono il parto.

Che nome poteva mai prendere la piccola nata come tutti i bambini che nascono in ospedale, ma che solo fra quattro ore sarebbe dovuta tornare in carcere con la mamma?

Vesto la piccola, chiedo a chi di dovere (mamma e poliziotta) per una foto. Al consenso tutte le infermiere si disputano Nateso, perché tutte vorrebbero avere il suo ricordo.

Saluto la mamma, ringrazio tutti, poliziotta e personale, e di corsa ritorno a casa pregando il Signore che accetti l’umiliazione di Nateso e della mamma e conceda al mondo una giustizia più giusta.

Otto giorni dopo ritorno alle carceri per salutare le mie amiche, con grande gioia mi sento dire dal direttore stesso, incontrato per strada (lo conoscevo da tanto) che erano ritornate alla loro casa.

Grazie.

P.S.: in una sola settimana tre mamme diedero alla luce i loro piccoli come Saheli all’ospedale, ma poi ritornate subito in carcere.

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Le Suore Missionarie della Consolata sono una Congregazione internazionale per la missione ad gentes, ossia per il primo annuncio del Vangelo.

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