UNA STORIA SCANDALOSA

Horace Vernet: Judah n Tamar 1840 From Wikipedia

Il vangelo di Matteo si apre con la genealogia di Gesù (Mt 1,1-16), peraltro diversa da quella offerta da Luca (Lc 3,23-28). Tra i motivi di originalità della genealogia di Matteo c’è che inserisce nel racconto quattro donne, prima di Maria. È peraltro curioso che tutte e quattro abbiano qualche irregolarità, qualche motivo di imbarazzo e scandalo. Occupiamoci della prima di quelle donne, Tamar.

Il contesto

La storia di Tamar (nome che significa “palma”) è narrata nel capitolo 38 del libro della Genesi, capitolo che sembrerebbe quasi una parentesi nel racconto, fino qui e da qui in poi incentrato sulle vicende di Giuseppe, penultimo e amatissimo figlio di Giacobbe. Di fatto è possibile che chi ha composto il libro volesse davvero inserire una specie di pausa, dopo che Giuseppe è stato venduto dai fratelli a una carovana di madianiti (e questi a Potifar, comandante delle guardie del faraone: Gen 37,36) e prima che la sua vicenda si sviluppi tra sogni e carriera. Come in un film moderno, siccome deve passare un po’ di tempo, ci si volge a una vicenda in qualche modo secondaria.

In realtà la vicenda effettivamente è secondaria, ma si pone molto armoniosamente nel contesto del racconto. In questo punto del libro Giacobbe ha undici figli, alcuni dei quali si mettono d’accordo per venderne uno e fingere che sia morto sbranato da una bestia selvatica (Gen 36,31-33). Dalla divisione, verrebbe da dire, nasce ulteriore divisione, perché un altro dei fratelli, Giuda, decide di lasciare la sua famiglia e andare a vivere da solo, sposandosi una donna del posto, una cananea (Gen 38,1-2: era ciò che fino ad allora la sua famiglia aveva evitato di fare). Dalla moglie, Sua, nascono tre figli, Er, Onan e Sela. Al primo viene data in moglie Tamar, che resta però presto vedova (Gen 38,6-7).

Il levirato

Per capire ciò che segue dobbiamo ricordarci di una consuetudine degli ebrei, che era diventata una legge (cfr. Dt 25,5-10). Prevedeva che qualora un uomo morisse senza figli, sua moglie doveva essere data in sposa a un fratello, e il primo figlio della nuova unione sarebbe stato ritenuto figlio del morto. Il motivo che sta alle spalle di questa legge un po’ strana è che per il popolo ebraico la terra non apparteneva a chi la coltivava o viveva, ma a Dio, che la concedeva in utilizzo agli ebrei, i quali non avrebbero quindi potuto venderla o comprarla (ecco il senso di partenza di vicende come quella di Nabot, che non vuole vendere la propria vigna al re: 1 Re 21). Si tratta di leggi antiche che servivano a ricordarsi come sulla terra si fosse ospiti, e nei suoi confronti si avesse la responsabilità di chi non è proprietario, ma amministratore.

La terra poteva quindi essere solo ereditata dal padre, in una trasmissione da padre in figlio che serviva in ultimo a dire che ogni bene degli ebrei derivava all’origine da Dio. (È anche questo il motivo per cui, in situazioni eccezionali come quella della presenza solo di figlie femmine, senza fratelli che potessero fornire un maschio, nella legislazione ebraica è consentito a donne di ereditare e possedere dei beni, cosa che nelle società antiche era decisamente molto rara: Nm 27,1-7).

Non si sa quanto e fino a quando gli ebrei abbiano davvero rispettato questa regola, ma sappiamo che era nota e che serviva a spiegare alcuni passaggi di storie antiche.

La discendenza di Er

Er, quindi, il primogenito di Giuda, rientra esattamente nel caso che abbiamo spiegato. Muore senza figli, e sua moglie, Tamar, viene data in sposa al fratello più giovane, che muore a sua volta.

Ci ricordiamo della parabola che viene sottoposta a Gesù, dei sette fratelli che, proprio nel rispetto della legge del levirato, prendono in moglie uno dopo l’altro la stessa donna, salvo morire prima di avere generato dei figli (Mc 12,20-23; Mt 22,25-28; Lc 20,29-33). In quel caso, oggi, qualcuno commenta che la donna portava davvero sfortuna, e che al posto del padre non le avremmo concesso in mariti tutti i figli. È precisamente quello che pensa anche Giuda (Gen 38,11). A lei spiega che il terzogenito è ancora troppo giovane, ma intanto la rimanda alla casa di suo padre, non riconoscendola più come nuora.

Non dimentichiamoci che in quella società arcaica non erano riconosciuti i diritti delle persone sole e delle donne. Si era tutelati e difesi finché si stava dentro al clan patriarcale, altrimenti ci si doveva fare giustizia e difendere da sé. Quando Giuda ha deciso di andare a vivere da solo, fuori dalla famiglia del padre, ha scelto di vivere come in un Far West. Le donne, per parte loro, erano protette ma anche asservite prima al padre, poi al marito. Fuori da quella protezione, non avevano garanzie. Il mancato rispetto della legge del levirato, quindi, significa anche lasciare Tamar senza protezione, senza assistenza, senza possibilità di un nuovo matrimonio e di concepire e partorire.

Si ricorderà poi Giuda, anni dopo, del dovere nei confronti dei propri figli e della nuora?

L’inganno benedetto

Parrebbe proprio di no. Gli anni passano, ma Sela resta senza moglie e soprattutto Tamar senza marito. Nel frattempo resta vedovo anche Giuda. Quando va lontano da casa per tosare le pecore, Tamar lo viene a sapere e decide di agire (Gen 38,12ss.).

Confidando forse nella natura maschile, o conoscendo bene il suocero, dismette i vestiti da vedova, si agghinda in modo elegante, e si va a sedere sulla strada all’ingresso di un paese che Giuda avrebbe dovuto attraversare. Il messaggio era chiaro e Giuda non se lo perde: una donna sola, ferma sulla strada, vestita bene, è una prostituta. E Giuda pensa subito di approfittarne. Anzi, preso dalla generosità o dall’astinenza, le promette addirittura in pagamento un capretto. Ovviamente, non ce l’ha con sé, quindi le lascia un pegno, da recuperare quando sarebbe giunto con il pagamento: questo pegno sono il proprio cordone e bastone, oggetti personali e riconoscibili.

Aert de Gelder – Judah and Tamar – – Gandalf s Gallery from Flickr

Una volta tornato a casa, Giuda, che in questo si mostra onesto, manda un servo a saldare i conti, ma a lui gli abitanti del posto dicono che lì non c’era mai stata nessuna prostituta, al che Giuda, per non farsi ridere dietro da tutti, suggerisce allo schiavo di lasciare perdere: lui ha provato a pagarla, se non si fa trovare, pazienza!

Qualche tempo dopo vengono a dire a Giuda che sua nuora è rimasta incinta. E lui, che pareva averla dimenticata, forse pensa di avere l’occasione di liberarsi definitivamente di lei: dal momento che non è sposata, quel figlio non può che essere frutto di un’unione illegittima, e quindi lei deve essere condannata a morte, a meno che il padre non riconosca il figlio e sani la situazione.

Mentre però viene portata al rogo, Tamar allestisce il colpo di scena: «Conosco il padre! È il proprietario di questo bastone e di questo cordone. Mio suocero, controlla se riesci a sapere di chi sono» (Gen 38,25). E qui Giuda si riscatta, ammettendo la propria colpa, che per quel mondo non era tanto di essersi unito a una prostituta, quanto di non aver rispettato la legge del levirato: «Lei è più giusta di me». Il racconto, per togliere ogni scandalo, aggiunge che Giuda, pur riconoscendo i figli gemelli come suoi, non tornò a dormire con Tamar.

Il racconto potrebbe essere uno dei tanti, un po’ scandalosi e vergognosi, che punteggiano l’Antico Testamento. Il fatto che Matteo lo abbia ripreso, tuttavia, ce lo riporta alla memoria e può anche suscitarci qualche interrogativo.

Anche le altre donne citate dall’evangelista nella genealogia di Gesù presentano tutte dei comportamenti che, in sé, potremmo rimproverare (ci sono Raab, prostituta di Gerico, Betsabea, moglie rubata da Davide a un suo soldato, e Rut, la più pura ma che organizza un inganno ai danni del suo futuro marito). Tutte, però, con questi comportamenti almeno discutibili compiono la volontà di Dio, spesso con creatività (è il minimo che si può dire dello stratagemma di Tamar). Parrebbe quasi che Matteo porti esempi per giustificare Maria: è vero, Gesù non è figlio di Giuseppe, ma questo non significa che l’intenzione divina non possa passare anche da questo aspetto apparentemente discutibile, come spesso era accaduto nella storia della salvezza. Dio guarda cuori ed intenzioni, non i comportamenti esteriori; e spesso l’intimo premia soprattutto le donne. 

Angelo Fracchia

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