NEL POPOLO DI DIO NON CI SONO STRANIERI

La missione come Missio Dei è sempre un dialogo con le persone e tra le persone. “L’attività missionaria non è altro che la manifestazione, cioè l’epifania e la realizzazione, del piano divino nel mondo e nella storia: con essa Dio conduce chiaramente a termine la storia della salvezza” (AG 9). Parlando della missione oggi non possiamo ignorare i cambiamenti avvenuti a livello sociale negli ultimi anni. La mobilità umana è una realtà ormai globale, l’uomo tende a spostarsi da un luogo all’altro per i più svariati motivi; a causa della povertà si va in cerca di opportunità di vita migliori, oppure si emigra per sfuggire a minacce e conflitti o ai cambiamenti climatici. Questo determina fenomeni di multiculturalismo e pluri-nazionalità su uno stesso territorio, in cui ogni persona che arriva porta con sé il proprio mondo: cultura, religione, credo politico, substrato sociale e modo di vedere e interpretare la realtà. Sorgono, ovviamente, anche problemi complessi come perdita di identità, razzismo, xenofobia fino alla violenza, causata da un tentativo malinteso di difendere i propri valori. È una realtà che si ripercuote anche sulla collettività di accoglienza, la Chiesa autoctona e tutta la comunità di cui i migranti entrano a far parte.

Questa situazione richiede che i missionari e tutta la Chiesa debbano dedicarsi parallelamente sia alla missione ad gentes sia alla missione inter gentes, come paradigmi che permettono di rispondere a nuove e molteplici sfide.

Per quanto riguarda la missione ad gentes, è sempre stata intesa come missio ad extra. Una missione in uscita, che va incontro, verso l’oltre dei paesi di missione per evangelizzare laddove non si conosce ancora Cristo. Come dice l’Enciclica Redemptoris Missio: “l’attività missionaria specifica, o missione ad gentes, è rivolta a ‘popoli e gruppi che non credono ancora in Cristo’, ‘coloro che sono lontani da Cristo’, tra i quali la chiesa ‘non ha ancora messo radici’ e la cui cultura non è stata ancora influenzata dal Vangelo” (34). Questa prospettiva di missione, molto legata alla geografia, deve oggi essere integrata e richiede la complementarietà della missione inter gentes, mantenendo identico l’obiettivo: la Missio Dei, perché Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2,4).

La missione ad gentes, nella forma tradizionale, si rivolge al primo annuncio, centrato sul kerygma, ossia Cristo Gesù, il Figlio missionario di Dio Padre, crocifisso, morto e risorto per la salvezza di tutti, per l’edificazione della Chiesa locale e la promozione dei valori del Regno (cfr. RM 34). I profondi cambiamenti avvenuti nelle nostre società ci invitano però a comprendere la missione anche nell’altra sua dimensione, quella inter gentes, che non sostituisce affatto la missione ad gentes, come afferma p. Gabriele Ferrari, saveriano: “La missione ad gentes enfatizza soprattutto la necessità del primo annuncio, inter gentes sottolinea l’urgenza del dialogo della vita che si impone con i non-cristiani a casa loro e anche quando vivono in mezzo a noi”. Le due dimensioni si compenetrano e si arricchiscono a vicenda dando luogo a nuovi metodi e modi di vivere e testimoniare la missione oggi. Quella ad gentes rimane così com’è, con i suoi obiettivi, la sua prospettiva che sottolinea la necessità dell’annuncio, della proclamazione, e continua ad essere un’esigenza missionaria permanente ed imperitura anche nel mondo odierno. L’inter gentes cerca di allargare l’orizzonte testimoniando il Vangelo all’umanità del nostro tempo, cercando di incarnare il messaggio di Dio nei diversi contesti in cui viviamo, rispondendo alla realtà nella vita quotidiana, senza distinguere a quale popolo si rivolge, quale religione, cultura o nazione. Vive il qui ed ora promuovendo e sviluppando i valori del Regno: pace, giustizia, comunione, solidarietà, consolazione e l’opzione preferenziale per i poveri, lasciando che la parola di Dio si incarni nella vita delle persone, che diventi speranza, risposta, dialogo. Ecco che sia la missione ad gentes che quella intergentes realizzano il piano di Dio, ognuna con il proprio scopo, ma entrambe arricchenti e inclusive.

Bisogna tener conto, poi, che dove c’è mobilità umana, c’è anche povertà, c’è compresenza di molte nazionalità, religioni, culture, e ciò richiede una missione di dialogo con tutti. C’è bisogno di capire le situazioni, sempre diverse, che accompagnano qualsiasi mobilità umana: c’è chi non conosce Cristo, e ci sono anche coloro che si definiscono cristiani, che magari sono stati battezzati da bambini, o si identificano con la fede cristiana ereditata dai genitori, ma non sono mai stati cristiani praticanti.

Ciò che accomuna la missione ad gentes e la missione intergentes è che sono missioni verso il popolo. Solo che una è ad extra e l’altra è ad intra. Oggi si richiede certamente qualcosa in più per rispondere alle sfide del tempo presente ed è per questo che la missione inter gentes cerca di completare l’altra nella sua autentica testimonianza di vita quotidiana, rivolta a tutte le persone che si incontrano ogni giorno nella pastorale, ciascuna con la propria, singolare, realtà.

TOPSHOT -Migranti aspettano di essere soccorsi dalla nave di soccorso Aquarius gestita dalle organizzazioni non governative (ONG) “SOS Mediterranee” e “Medecins Sans Frontieres” (Medici Senza Frontiere) nel Mar Mediterraneo, a 30 miglia nautiche dalla costa libica, il 2 agosto , 2017. L’Italia il 2 agosto 2017 ha iniziato a far rispettare un controverso codice di condotta per le barche di beneficenza che soccorrono i migranti nel Mediterraneo poiché nuovi dati hanno rivelato un forte calo del numero di persone in arrivo dalla Libia. / AFP PHOTO / Angelos Tzortzinis (ANGELOS TZORTZINIS/AFP via Getty Images)

La missione diventa un incontro sempre nuovo con il mistero di Dio, che attraverso il suo Spirito ci sorprende continuamente, andando oltre i nostri confini, in un cammino fatto insieme agli altri: altre culture, altre tradizioni, altre fedi o persone senza fede, ma tutti toccati in modi diversi dalla salvezza, nella trasformazione sociale e ecclesiale che l’annuncio del Regno richiede.  

Noi Suore Missionarie della Consolata, secondo il nostro Carisma missionario ad gentes, partecipiamo a questo annuncio seguendo le orme di Gesù, Figlio missionario del Padre, nella comunicazione del Vangelo al mondo. Viviamo il messaggio della misericordia e della consolazione con le persone cui ci accompagniamo, con le quali viviamo.

 Oggi, come dice Papa Giovanni Paolo II, siamo chiamate “non solo per l’attività missionaria ad gentes (com’è nella loro tradizione) ma anche per l’animazione missionaria sia nelle chiese di antica cristianità, sia in quelle più giovani. La vocazione speciale dei missionari ad vitam conserva tutta la sua validità: essa rappresenta il paradigma dell’impegno missionario della chiesa, che ha sempre bisogno di donazioni radicali e totali, di impulsi nuovi e arditi” (RM 66). Inoltre, a motivo della mobilità umana, per la Chiesa e per ogni altra istituzione sociale è nata una sfida che richiama l’impegno ad aprirsi e a vedere il mondo con occhi diversi, occhi di benevolenza, di compassione, di comprensione, per essere in grado di distinguere e riconoscere l’altro, andando oltre se stessi e tendendo la mano verso tutti, senza fare distinzione di colore, religione o cultura.

DI SUOR  JOFRIDA NZASULE

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