Benedetta e prediletta!

Sono arrivata in Kirghizistan balbettando qualche parola di russo, senza conoscere nessuno, senza avere programmi, senza sapere dove, come e con chi avrei vissuto. Così ho capito meglio che la sorpresa e l’attesa sono fra le cose importanti da imparare nella vita. La sorpresa, come quella di Maria di fronte all’angelo; e il saper aspettare il tempo giusto, il momento opportuno.

Sono rimasta da sola per nove mesi. I due padri gesuiti presenti a Jalal-Abad si aspettavano che arrivasse una comunità che si sarebbe organizzata fin da subito in modo indipendente; invece sono arrivata io sola, senza sapere se e quando le altre due sorelle avrebbero potuto raggiungermi. I due padri sapevano bene che in Kirghizistan

certe cose non vanno così velocemente come si vorrebbe: anche per questo sono stati molto disponibili a farmi sentire a casa e farmi conoscere a fondo le comunità parrocchiali già presenti a Jalal-Abad e a Osh. Comunità molto piccole: un centinaio di persone, di cui non tutte frequentano regolarmente.

A casa dei Gesuiti – La casa dei Gesuiti è sempre aperta a tutti, una tazza di tè caldo e un pezzo di “lepiosca” (pane rotondo schiacciato tipico del paese) sempre disponibili. Ma per capirsi e conoscersi non basta sorridersi! Provvidenzialmente, padre Josef, gesuita kazako di discendenza tedesca, conosce l’italiano e per me questa è stata davvero una benedizione. Con lui ho potuto visitare quasi tutte le famiglie cattoliche della parrocchia e conoscere le loro storie di vita, non sempre facili, segnate dalla povertà e a volte dalla piaga dell’alcolismo.

Con padre Adam, polacco, la comunicazione avviene solo in russo ma lui per fortuna è un uomo molto paziente: quando vedeva che non riusciva a farsi comprendere, con un sorriso diceva: “Sistrà, patom, patom, niet problem!” che significa: “sorella, dopo, dopo, non c’è problema”. Adesso rido, e ricordo con gratitudine quei momenti ma lì per lì non capire e non potersi esprimere era uno stress (che però non mi ha mai tolto né il sonno né l’appetito!).

L’accoglienza dei nostri fedeli, poi, è stata sorprendente, tutti pronti ad aiutarmi e a farmi conoscere il nome di qualsiasi cosa in russo, preoccupati che non avessi freddo, essendo le temperature particolarmente basse. Un giorno la signora Lena, una donna molto povera, mi ha portato un paio di calze che aveva fatto per me: la sua premura e delicatezza mi hanno sorpresa e commossa.

Nella capitale – Ero a Jalal-Abad da tre mesi. Siccome l’attesa delle mie sorelle si prolungava e l’università dove si pensava avrei dovuto studiare il russo, a causa del coronavirus, rimandava costantemente l’inizio delle lezioni, l’amministratore apostolico, padre Antony Corcoran, mi propose di andare a Biškek per stare con le suore Francescane presenti nella capitale, offrendomi così un ambiente più consono a una vita religiosa femminile. Avrei inoltre potuto iniziare a studiare il russo con qualche lezione privata. Per oltre cinque mesi sono stata ospite delle sorelle Francescane dell’Insegnamento, e ho avuto la possibilità di immergermi totalmente nella lingua russa, essendo l’unica lingua che avevamo in comune, perché le sorelle sono tutte slovacche. L’accoglienza è stata molto benevola, non solo riguardo al vitto e all’alloggio, ma anche per la pazienza con cui è stato instancabilmente corretto il mio russo stentato e per l’aiuto che mi è stato dato nel continuare a conoscere la realtà kirghisa. Mi sono sentita parte della loro comunità. Durante quel periodo lo studio della lingua è stato la mia occupazione principale ed ho avuto la gioia di avere, come insegnante, Gulmira, una donna kirghisa, un’amica oltre che una maestra. Molto graditi anche gli incontri con padre Janes, gesuita che da più di 23 anni vive in Kirghizistan e conosce l’italiano, che nelle lunghe chiacchierate mi ha offerto non poche chiavi di interpretazione della realtà. In quel periodo ho avuto anche la possibilità di conoscere la parrocchia di Talas, a nord ovest del paese; e l’opera sociale dei Gesuiti in un villaggio vicino al lago di Isikul, a nord est, partecipando a due campi scuola con i bambini cattolici delle parrocchie di Biškek e di Jalal-Abad.

Ascoltare e studiare – Fin dal mio arrivo ho sentito la chiamata a vivere questo tempo di attesa come un tempo privilegiato per l’ascolto, l’osservazione e raccolta di informazioni, per immergermi in questa realtà, e ho deciso di annotare tutto su un diario. Scrivere mi ha aiutato a elaborare, chiarire, esplicitare ciò che vivevo e a rendermi conto di come le stesse informazioni lette o vissute prendono corpo in modo diverso. Vari aspetti della realtà che ho incontrato mi hanno sorpreso; tra questi, in primis, la configurazione della Chiesa e della società kirghisa attuale. Al tempo dell’Unione Sovietica in Kirghizistan vivevano molti russi e molti altri europei, tedeschi, ucraini, polacchi, e altri popoli del Caucaso, ceceni, curdi, armeni, tatari, etc. Erano arrivati o per lavoro oppure in seguito alle deportazioni volute da Stalin nel 1944. Sotto l’URSS non ci fu mai libertà di religione. Con la fine dell’Unione Sovietica il governo passò in mano ai kirghisi che, pur mantenendo la laicità del paese, permisero finalmente la libera espressione religiosa. E fu così che, per volere dell’allora papa Giovanni Paolo II, si aprì alla presenza della Chiesa Cattolica in Kirghizistan, affidando questa missione ai Gesuiti. Si può dire che questi sono andati a cercare i cattolici uno a uno, casa per casa, ricostruendo un tessuto di relazioni che, pur non del tutto scomparso, era stato frantumato.  

Lo Stato dei Kirghisi – Solo dal 1991 il popolo kirghiso ha preso in mano, per la prima volta, l’organizzazione statale del proprio territorio; questo ritardo si deve al fatto  che si tratta di un popolo nomade dedito alla pastorizia di cavalli, mucche e pecore, che non aveva mai sentito prima di allora la necessità di organizzarsi come Stato. Prima del 1990, infatti, i kirghisi costituivano una minoranza pari circa al 30% della popolazione totale. L’organizzazione statale ha creato una vera e propria rivoluzione, sia a livello politico, che sociale ed economico. I kirghisi erano ormai i padroni e si sentivano orgogliosi di poter finalmente comandare nella propria terra, ma la situazione economica si presentava molto difficile: non avevano esperienza né nella conduzione di imprese né nei lavori diversi dalla pastorizia. Inoltre dopo il 1991 molti discendenti europei e di altri popoli ritornarono massivamente nei loro paesi. Questo esodo continua ancora oggi; i giovani “russi” (sono chiamati così tutti coloro che sono discendenti di europei e parlano il russo), non avendo nessuna prospettiva di migliorare la propria condizione per la mancanza di impiego e perché considerati ormai cittadini di serie B, sognano di emigrare al più presto. Ciò significa una riduzione considerevole dei fedeli per la Chiesa, che ha vissuto questi anni dedicandosi quasi esclusivamente alla cura dei cattolici, nella semplicità e senza fare rumore.

Maggioranza islamica – Le motivazioni che hanno portato a questa scelta sono state sicuramente sagge e comprensibili. I kirghisi sono in gran maggioranza musulmani sunniti, e vedono la Chiesa cattolica come una religione straniera da tollerare, se mantiene un basso profilo, soprattutto in questo periodo, durante il quale è in atto un processo forte di promozione dei valori islamici tradizionali.

Il confronto religioso si mescola con questioni di nazionalità e rende difficile comprendere le ragioni di certi conflitti. I kirghisi sono fieri della loro appartenenza nazionale, ma questo mette i “russi” (cioè i discendenti degli europei e cristiani) in posizione di difficoltà, anche perché sono stati estromessi da certi ruoli chiave nell’amministrazione. Così molti rimpiangono i tempi dell’Unione Sovietica…

Nel sud del paese, dove sono situate Jalal-Abad e Osh, c’è, poi, la presenza massiccia del popolo uzbeco, che da sempre aveva abitato queste terre e che, con la nuova demarcazione dei confini durante il periodo dell’Unione Sovietica, si è ritrovato appartenente a un nuovo stato. Anche gli uzbechi sono musulmani e vivono, a loro volta, un risentimento per aver perso la loro appartenenza nazionale, e costituire, ora, una minoranza etnica nel proprio paese. È una situazione sociale complessa, aggravata da un’instabilità politica che non favorisce uno sviluppo economico saldo: si pensi anche solo che più di un sesto della popolazione è costretto a lavorare all’estero per mantenere la propria famiglia.

In questa realtà così complessa e sfidante, mi auguro che la nostra presenza come Missionarie della Consolata possa costruire piccoli ponti di fratellanza e amicizia tra persone appartenenti a popoli diversi, coscienti che quello che potremmo fare, come direbbe Santa Madre Teresa di Calcutta, patrona della parrocchia di Jalal-Abad, “è come una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo, l’oceano avrebbe una goccia in meno”. Per essere questa goccia abbiamo bisogno di tanta preghiera, anche da parte vostra, lettrici e lettori della rivista Andare alle genti!

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