Un sostituto di lusso

Il Can. Camisassa durante il suo viaggio in Kenya

E’ risaputo che il Fondatore, dopo l’esperienza dei primi anni, si è procurato dei collaboratori di sua fiducia per la formazione degli aspiranti alle missioni. Per citare due nomi grossi, si pensi all’importante ruolo affidato prima a p. Costa e, dopo la sua morte, a p. Gays, richiamato appositamente dal Kenya per essere superiore di Casa Madre. Questi primi confratelli sono stati i suoi più stretti collaboratori anche sul piano della formazione.

Tuttavia, per i momenti più solenni, il suo collaboratore, se non addirittura il suo sostituto ufficiale, era ovviamente il Camisassa. Per certi atti di speciale importanza toccava a lui sostituire il Fondatore, quando non poteva essere presente. Il Camisassa ha immancabilmente rappresentato con fedeltà il Fondatore, riportando con esattezza il suo pensiero. E se talvolta ha aggiunto qualche cosa di suo, sempre lo ha fatto in piena sintonia con il “Padre”. Porto un esempio molto eloquente, che riguarda il “mandato missionario”.

Nel mese di luglio 1921, dovevano partire per il Kenya quattro missionari, un padre (Manfredi) e tre chierici (Massa, Perino e Nebbia) e quattro suore (Costantina Mattalia, Raffaella Gerbore, Secondina Granero e Rosalia Carrera). Tutti otto erano affetti da tubercolosi, causata dalla denutrizione durante la grande guerra, più o meno guariti. Scrivendo alla superiora in Kenya, il Camisassa annotava: «La presente spedizione si potrebbe dire: Spedizione ospedale». Mons. Perlo, che in quel periodo era a Torino, aveva approvato che partissero, perché era fiducioso che in breve si sarebbero rimessi, come era accaduto ad altri. L’Allamano si trovava a S. Ignazio. Non potendo presiedere la funzione di partenza, inviò una lettera rispettivamente ai missionari e alle missionarie, affidandone la lettura al Camisassa, incaricato di sostituirlo. Ecco quanto si trova nei documenti d’archivio, dove è conservata la corrispondenza del Camisassa:

«10 luglio 1921. Parole pronunciate dal Ven.mo vice Rettore in occasione della partenza di quattro nostre sorelle, e lettera spedita da S. Ignazio dal nostro Ven.mo Padre alle medesime». Sono interessanti le brevi parole del Camisassa alle suore: «Padre ha scritto una lettera unicamente per voi partenti, lettera che rivela tutto il suo affetto più che paterno e tutte le sue speranze per il vostro avvenire. Ve la leggo». Continua leggendo la lettera del Fondatore, che p. C. Bona ha riportato nel volume IX/1, Quasi una vita…, alle pagg. 103 – 104.

Poi continua: «Dopo le parole di Padre non dovrei aggiungerne delle mie, perché queste sono troppo preziose e più che sufficienti. Tuttavia, aggiungo una parola, togliendola dalla lettera che Padre ha scritto anche ai Missionari partenti – lettera paterna e incoraggiante come questa – e che io ho letto qualche momento fa. Diceva: “Qui ai piedi di S. Ignazio prendo il mandato per mandarvi in Missione, ai piedi di quel S. Ignazio che diede lo stesso mandato a S. Francesco Zaverio”. Padre non è qui a darvi questo ordine di partenza, ma ve lo manda. Voi avete la missione – direi – dallo stesso S. Ignazio. Padre continua ancora [nella lettera ai missionari]: “Andate tranquilli, sono sicuro che farete buon viaggio e arrivati là vi rimetterete e sarete dei buoni missionari”.

Per me questa è una profezia, credete che io la ritengo così. Questa stessa profezia l’ho sentita due sole volte nella mia vita: una fu quando io dovevo andare in Africa. Dopo aver pregato e quando tutto fu deciso, mi disse le precise parole: “Vada, farà buon viaggio, farà del bene laggiù”. Il viaggio, infatti, non potevo farlo migliore. E voi siccome fate il viaggio con quelli a cui fu detto questo, avete un’assicurazione. Io, ripeto, lo ritengo una profezia, perché Padre non è da meno di suo Zio e di altri santi di cui leggiamo la vita; e verrà un giorno in cui leggeremo anche la sua. Richiamate alla mente quello che sempre vi ha detto in questi anni di preparazione e siate costanti a fare quello che vi ha detto. Si fanno tanti proponimenti, specialmente dopo i S. Esercizi, ecc., ma quanto facilmente si dimenticano! È sempre quella benedetta incostanza che ruba tutto. Un proponimento ancora ve l’aggiungo io ed è quello di evitare le mormorazioni».

E qui il Camisassa prende l’iniziativa e aggiunge alcune sue riflessioni personali. Continua a spiegare l’importanza di evitare ogni mormorazione, richiamandosi al pensiero di S. Giacomo sulla pericolosità della lingua. Dà forza ai suoi consigli con l’autorità di S. Bernardo, il quale, quando era tentato di mormorare, ripeteva a sé stesso: «Che importa a te? A te non tocca giudicare». Poi formula il proponimento che suggerisce, mettendo queste parole sulla bocca delle partenti: «Io non mormorerò mai, né delle Consorelle, né del Padre [missionario], né della Superiora». Spiega anche come si può realizzare in pratica un simile proposito: «Mai dire una parola di mormorazione e mai ascoltare a mormorare; perché potrete sentire momentaneamente mormorare, ma una cosa è sentire ed una cosa è ascoltare; perciò, non pensarci, non mostrare d’interessarci, né approvare anche solo con un semplice sorriso, peggio poi se si ascoltasse con compiacenza, che questo sarebbe partecipare».

Più avanti, dopo altre sue esortazioni sulla stessa linea, si ricollega con l’esperienza delle prime missionarie: «Uno dei proponimenti più frequenti che le Suore fanno in Africa è appunto questo; infatti, molte di esse mi hanno scritto che dopo avere fatto questo proponimento hanno trovato la pace». E conclude con queste delicate parole:

«Coraggio, dunque, laggiù vivrete ancor sempre dello spirito di Casa Madre e noi vi consideriamo come se feste ancora qui. Fate tesoro di quel che vi ha detto Padre e vedrete che il Signore vi benedirà, come egli pure vi benedice».

P. Francesco Pavese, imc

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