Vita da Afghani

M. racconta la vita in Kabul, la fuga dall’Afghanistan e l’arrivo in Italia con la sua famiglia.

Sono M. ho 46 anni e vivo con la mia moglie e quattro figli.

Vita in Kabul – Afghanistan

Prima della presa dell’Afghanistan da parte dei talebani avevamo una vita serena, io lavoravo e i miei figli andavano a scuola. Ero felice con il mio lavoro e la mia vita. Tuttavia Kabul, la capitale dove abitavamo, non era del tutto sicura. Quando i bambini andavano a scuola ero preoccupato per loro. Ero anche preoccupato per me. Lavoravo come guardia del centro Pro Bambini di Kabul, con 40 bambini, insegnanti, personale addetto ai lavori, e una comunità intercongregazionale di sorelle che seguivano il centro. Qualche volta facevo turni notturni. Sempre mi aspettavo che qualche cosa potesse succedere, sentivo una grande responsabilità e preoccupazione per tutti.

Quando i dialoghi di pace hanno iniziato, le mie preoccupazioni aumentarono perché pensavo che il processo di pace sarebbe fallito, giacché non c’era unità tra i leaders e questo avrebbe facilitato l’ascesa al potere dei Talebani.

I miei timori si sono avverati quando i Talebani sono entrati in Kabul avendo occupato tutto l’Afghanistan in meno di due settimane. È stata qualcosa di incredibile per tutti noi. Quel giorno è stato molto difficile per me. Era mattino e l’ultima ora del mio orario di lavoro quando in ufficio ho sentito la notizia che i Talebani avevano presso Kabul. Ho passato il lavoro al mio collega e ho cercato di arrivare a casa.

Per tre giorni sono rimasto in casa con la mia famiglia. Era come essere in prigione, non potevamo uscire. Al quarto giorno ho ricevuto una telefonata dalla mia responsabile di andare in ufficio. Ho pensato un piano per andare, ho coperto tutta la faccia con una sciarpa in modo che la gente non mi potesse riconoscere. Quando sono arrivato in ufficio ho trovato che tutto lo staff era lì. La responsabile ha informato che era in atto un processo per evacuare tutti. Lei ha chiesto la carta di identità e ha detto che avrebbero cercato di portare tutti fuori dall’Afghanistan, se fosse possibile.

A mezzanotte di venerdì 20 agosto, mentre dormivo, è arrivata la telefonata dalla responsabile che l’approvazione era arrivata e di essere pronti perché in qualsiasi momento potevo ricevere una telefonata o un messaggio da loro per l’evacuazione, dopodiché dovevamo andare all’aeroporto.

Verso l’aeroporto

La sera del sabato, ho ricevuto un messaggio e la telefonata dalla responsabile dicendo che dovevamo partire e di metterci d’accordo tutto lo staff. Lo abbiamo fatto e alle ore 21 ci siamo incamminati verso l’aeroporto. Ci siamo trovati tutti insieme fuori dall’aeroporto e abbiamo cercato di avvicinarci al cancello. Adagio, adagio ci siamo avvicinati, ma c’era molta gente. C’erano anche i Talebani che battevano e insultavano. Per due ore abbiamo cercato di raggiungere il cancello ma non siamo riusciti. Poi abbiamo parlato con qualcuno che ci ha detto di andare da un’altra parte, che dove eravamo non era quella giusta.

Con molta difficoltà siamo andati dall’altro cancello che rimaneva vicino all’ufficio doganale di Kabul. Siamo arrivati quasi in ritardo dall’ora prevista. Anche qui abbiamo trovato i Talebani, era molto pericoloso, loro potevano farci qualsiasi cosa.

Non è stato facile raggiungere il cancello che ci avrebbe condotto dentro l’aeroporto. Oltre una borsa portavo uno dei bambini, gli altri figli camminavano con la mia moglie che a sua volta portava una borsa grande. È stato provvidenziale che eravamo insieme come team, ci siamo aiutati e appoggiati finché passo dopo passo abbiamo raggiunto il cancello. Tutta la notte siamo rimasti in piedi vicino al cancello, c’era molta gente e non avevamo né acqua né cibo e ci mancava l’ossigeno. Qualche volta alzavo in alto i bambini più piccoli in modo che potessero respirare.

All’alba ho sentito la voce di uno dei colleghi che dal di dentro dell’aeroporto mi chiamava. Quando l’ho visto, lui mi ha indicato ad un altro uomo che ha fatto segno di avvicinarmi. Ho cercato di raggiungerlo, dovevamo attraversare un ponte. Poi ho notato che la mia moglie non era con noi e i bambini hanno iniziato a piangere chiedendo dove era la mamma. L’abbiamo persa per 5 o 10 minuti. Ho detto ai bambini di rimanere fermi e di aspettare. Sono tornato al ponte e l’ho trovata, l’ho portata dai bambini che piangevano molto. Finalmente eravamo contenti di entrare nell’aeroporto e che avevo trovato mia moglie.

Quando siamo entrati nell’aeroporto siamo andati al centro di evacuazione dove abbiamo trovato posto. Eravamo così felici aspettando il volo che ci avrebbe evacuato. Ci siamo spaventati con uno scontro che ci è stato fuori, avevamo paura che i Talebani potessero arrivare.

Finalmente alla seconda notte di attesa siamo saliti su un volo che ci ha portati in Germania e da lì in Italia.

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