PANDECONOMIA

Il 2020 e il 2021 sono stati anni in sospeso, possiamo dire vissuti col fiato sospeso: senza progettualità, senza prospettive, se non il vivere giorno per giorno. Per questo sembrano anni non vissuti, eppure c’è qualcosa che rimane e travalica nel 2022, qualcosa di più grave della malattia e della crisi sanitaria, più problematico degli strascichi dell’impoverimento economico e della disoccupazione ed è quello che potremmo definire l’impoverimento umano. La distanza non è stata solamente fisica, ma c’è stato un allontanamento progressivo dalla vita degli altri, abbiamo un po’ per volta imparato a pensare solo a noi stessi, ai nostri interessi, ai nostri bisogni e alle nostre fatiche. C’è stata una scomparsa dell’altro e anche la solidarietà messa in atto è stata un fatto prevalentemente istituzionale, organizzato dal governo, dagli enti pubblici e dalle Fondazioni bancarie,  poco c’è stato di spontaneo. La communitas che caratterizzava le periferie si è trasformata in immunitas degli altri. Si è perso il dovere della solidarietà, il munus “il dono che si dà perché si deve dare e che non si può non dare”. Hanno prevalso la redistribuzione e il mercato rispetto alla reciprocità. Si è avverata così la profezia di Margaret Thatcher: “la società non esiste. Esistono solo gli individui” (figuriamoci la comunità!). Si sono acutizzati fenomeni e tendenza già in essere, ma che la pandemia ha, per così dire, fatto deflagrare.

Un primo tema è la costante diminuzione delle nascite. Il calo demografico è un fenomeno che caratterizza l’Italia e l’Europa in modo significativo da decenni e continuerà a persistere negli anni futuri. Eurostat stima che la popolazione europea continuerà ad avere un trend negativo fino a perdere, entro il 2100, 30 milioni di abitanti mentre il vicino continente africano raggiungerà i 4 miliardi di abitanti e una sola città, Lagos (Nigeria), avrà più popolazione di uno stato europeo, raggiungendo da sola 100 milioni di abitanti. L’Italia potrebbe essere la seconda nazione europea, dopo la Polonia, a perdere più abitanti. L’effetto non sarà solo il calo della popolazione in sé, ma uno squilibrio nella piramide della popolazione che assomiglierebbe più a un grattacielo dove chi avrà 85-89 anni sarà numericamente uguale a chi avrà 0-4 anni. In Italia nel 2021 le nascite sono diminuite del 25% rispetto al 2011 e del 50% rispetto al 1964: una riduzione costante che tende verso la soglia di un solo figlio per coppia. L’effetto è una continua diminuzione della popolazione residente (almeno negli ultimi 7 anni) attenuata solo dal saldo migratorio. La questione demografica è una delle principali sfide che l’Italia e i Paesi occidentali sono chiamati ad affrontare. Sempre in base alle stime, nel 2100 ci saranno meno di due persone in età lavorativa per ogni anziano e la popolazione in età lavorativa sarà del 54,8% (oggi è 64,6%). Le generazioni dei nuovi nati non sostituiscono quelle dei loro genitori che, a loro volta, non sostituiscono quelle dei loro nonni. Le conseguenze sono sia di natura economica sia sociale. A livello economico significa avere milioni di persone lavorativamente attive in meno e il rapido invecchiamento genera ostacoli consistenti allo sviluppo della produttività e dell’innovazione: l’economia diventa più ‘piccola’. Di conseguenza si rende necessaria una maggiore domanda di lavoratori immigrati da parte delle imprese, delle famiglie, della società in genere. Molte proposte sono in essere su questi temi (anche se ancora deboli), ma per poterne valutare gli effetti è necessario tempo.

Un secondo tema è l’economia capitalista: un sistema che ha in sé tutto il meglio e il peggio, aspetti che a molti appaiono inscindibili. Lo sviluppo tecnologico, l’innovazione farmaceutica, i trasporti veloci, la semplicità della comunicazione vanno di pari passo allo sfruttamento, alle disuguaglianze, alla speculazione, all’impoverimento della terra e del lavoro. Eppure anche in questo ambito si intravedono dei cambiamenti. La prima sfida è pensare all’economia come a un insieme di problemi concreti, che una volta correttamente identificati e compresi, possono essere risolti uno per uno. Non ci sono risposte onnicomprensive. Ad esempio per quanto riguarda l’impatto ambientale l’economia deve prevedere la circolarità delle materie prime: i beni vanno progettati in modo da poter consentire il riutilizzo delle materie prime che li hanno prodotti. C’è già stato un punto di svolta simile. Nel 1684 Thomas Savery inventò la macchina a vapore e diede il via alla rivoluzione industriale, trasformando la capacità di produrre. All’epoca le materie prime e l’energia erano considerate come infinite e la manodopera era prontamente disponibile. Da lì in poi le innovazioni sono continuate permettendo l’accesso di un numero crescente di persone a prodotti provenienti da tutto il mondo a prezzi accessibili. Tuttavia, questa economia estrattiva e lineare, usa e getta (quella che il Papa definisce la cultura dello scarto), uccide il pianeta. La buona notizia è che oltre al problema esistono anche le soluzioni: migliaia di idee concrete, pratiche, quotidiane per dare spazio al pianeta (www.mercatocircolare.it). Come è spiegato nella Laudato Sì è necessario “rallentare un determinato ritmo di produzione e di consumo” infatti, “si può dare luogo a un’altra modalità di progresso e di sviluppo […]. Si tratta di aprire la strada a opportunità differenti, che non implicano di fermare la creatività umana e il suo sogno di progresso, ma piuttosto di incanalare tale energia in modo nuovo” (191).

Terzo tema la circolarità: la salvaguardia dell’ambiente deve essere connessa alla lotta alla povertà. Qui il problema, come spiegano Abhijit Banerjee e Esther Duflo, è che da quando esiste la povertà, esiste anche la tentazione di ricondurre i poveri a una serie di stereotipi: tanto nelle scienze sociali quanto nella letteratura, i poveri vengono di volta in volta rappresentati come pigri o intraprendenti, nobili o truffaldini, passionali o passivi, indifesi o autosufficienti. Non c’è da stupirsi che anche gli orientamenti politici corrispondenti a questi modi di vedere i poveri tendano a essere espressi in semplici slogan: “Libero mercato per i poveri”, “dare sostanza ai diritti umani”, “risolvere prima i conflitti”, “dare più denaro ai più poveri”, “gli aiuti internazionali uccidono lo sviluppo”… sono grandi idee, in parte vere, ma nelle quali raramente trovano spazio le persone, uomini e donne, con le loro aspirazioni, desideri, limiti e capacità. In genere i poveri sono comparse, aneddoti emblematici, da ammirare o da compatire, ma mai fonte di conoscenze o persone a cui chiedere cosa pensino o cosa desiderino. Per affrontare i problemi è necessaria la competenza dei poveri: anche questa deve circolare! Infatti, come spiega Godbout “c’è una sorta di legge sociale che fa sì che ciò che non circola muore, come avviene per il lago di Tiberiade o il mar Morto. Formati dallo stesso fiume, il Giordano, sono l’uno vivo e l’altro morto, perché il primo dà acqua ad altri fiumi mentre il secondo la tiene tutta per sé”. L’economia ha bisogno di relazionarsi con la terra, con la vita e con i poveri: perché quello che non circola muore.

di FABRIZIO FLORIS, economista e sociologo

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