UN PROBLEMA, DUE INTERPRETAZIONI

Foto di Carolyn Whitson from Flickr

Una delle tentazioni dei credenti è di pensare che, se si avesse una profonda visione nel cuore e nelle intenzioni divine, si arriverebbe serenamente e facilmente a prendere delle decisioni, perché vedremmo con chiarezza che cosa pensa Dio, e quindi quale sia la risposta o scelta giusta.

Forse però le cose non sono davvero così semplici, e Dio si fida più di quanto noi possiamo immaginare della nostra intuizione e capacità di decisione, come vediamo in uno snodo storico importante che interessa la storia del popolo d’Israele.  

Il contesto storico

Se si può pensare di dover sapere con certezza che cosa Dio vorrebbe che facessimo, è anche perché immaginiamo (spesso non consapevolmente) che ci siano delle leggi assolute a cui gli uomini devono attenersi. Non è proprio così, e molto spesso si tratta di capire, in una situazione specifica, come applicare i nostri principi guida. Questo perché le situazioni storiche sono diverse. Diventa quindi importante, anche per comprendere le scelte di diversi personaggi biblici, capire in che contesto storico si muovessero.

La Giudea, e l’intera regione abitata in passato dagli ebrei, era entrata nel grande flusso del mondo greco con l’invasione di Alessandro Magno, nel 332 a.C. Dopo la morte del grande re, era stata assogettata prima ai sovrani d’Egitto, poi, dal 202 a.C. a quelli di Siria.

Il mondo greco nel quale si trovavano inseriti comportava importanti collegamenti soprattutto con il Mediterraneo e il contatto con una lingua e una cultura che erano internazionali e che si imponevano non con la forza, ma con il fascino che emanavano. Il greco e lo stile di vita che implicava significavano ricchezza, moda, modernità… Come gli U.S.A. per noi, quella cultura attirava qualche nemico, ma tanti ne restavano affascinati.

Fino al ii sec. a.C., però, non sembra che la convivenza tra il mondo ebraico di Giudea e quello ellenistico fosse un problema.

Initial A with the Battle of the Maccabees

Nel 175 a.C., però, sale al trono in Siria Antioco iv, detto Epifane (“svelato”) o, con un gioco già fatto da molti durante la sua vita, Epimane (“matto”). Costui, brillante generale, sconfigge i suoi avversari egiziani, che però si appellano ai romani, i quali lo bloccano e gli impongono una pesantissima penale, che Antioco passerà il resto del suo regno a tentare di pagare.

Che sia la frustrazione, il debito, l’appello di qualcuno da Gerusalemme (non è un’ipotesi impossibile: cfr. 2 Mac 4,7-9), si convince di poter guadagnare dal tempio, sia saccheggiandolo (come farà anche altrove), sia vendendo la carica di sommo sacerdote. La sua disinvoltura porterà alcuni ebrei a ribellarsi al suo potere e, guidati dai fratelli Maccabei, ad arrivare all’indipendenza definitiva.

C’è chi è d’accordo…

Queste vicende sono narrate da due libri biblici, detti, appunto, dei Maccabei. Non pensiamo a due puntate in successione: 2 Maccabei, più prolisso e pomposo, ripete la storia già narrata da 1 Maccabei, e neppure per intero.

L’approccio dei libri è chiaro: i sei fratelli che si sacrificano (fino alla morte) per la causa dell’indipendenza ebraica, sono degli eroi, che si donano per la causa ebraica. Perché Dio ha voluto il suo tempio autonomo ed indipendente, e i paladini della causa ebraica riusciranno nell’intento di restituirgli la piena libertà, convertendo anche a forza, se necessario, le popolazioni conquistate e sottomesse (cfr. 1 Mac 2,44-47).

Sono libri che ci presentano anche toccanti esempi di martirio e dedizione (2 Mac 7) e riflessioni teologiche sulla sorte dopo la morte, siccome tra i combattenti per la causa di Dio non pochi morirono (cfr. 2 Mac 7,14; 12,43).

Rappresentano comunque il progetto più terreno e “mondano” del sogno messianico, il possesso su una terra libera, con un culto autonomo, sotto sovrani ebrei, senza contaminazioni.

Sembra essere l’antico sogno del re Davide…

… e chi no

Ma non è l’unica interpretazione possibile presente nella Bibbia.

All’incirca negli stessi anni viene scritto il libro del profeta Daniele (almeno per la seconda parte, i capitoli dal 7 al 12: di questi parliamo qui).

Non si tratta di un libro di storia, bensì apocalittico. Prova cioè a riprendere le vicende storiche ridicendole in termini simbolici, allusivi, e provando a immaginare che cosa potrebbe accadere dopo. Questo ne fa un libro dalla lettura a volte difficile, ma molto suggestiva ed evocativa.

Nella visione di Daniele, i poteri del mondo si succedono senza sosta, ma ogni potere ricava la propria forza da una bestia orribile, simbolo del male. Si tratta di una scrittura simbolica: tutto ciò che è potere è male, e alla fine si mette a servizio di ciò che è alternativo a Dio. Non è un’interpretazione banale, perché si poteva immaginare che esistesse un potere mondano “buono”, se asservito al bene. Daniele su questo è estremamente pessimista: il potere è malvagio sempre, e alla fine si contrappone a Dio. E se è così, non c’è spazio per valutare benevolmente avventure politiche come quelle dei Maccabei.

the battle of the maccabees against lysias

L’unica salvezza è «uno, simile a un figlio di uomo», che viene dalle nubi, da Dio (Dan 7,13). Daniele si esprime per simboli, ma il discorso può sembrare chiaro. Da una parte, il salvatore non potrà che essere espressione dell’umanità, o almeno sembrare parte piena di tale umanità. Dall’altra, però, viene dal cielo, da Dio. Vale a dire che secondo Daniele non esiste salvezza che possa venire dall’uomo, dalla storia, dal mondo. Possiamo aspettare soltanto da Dio la soluzione delle nostre ricerche, della nostra vita. Qualunque realizzazione nel mondo non sembra essere sufficiente, definitiva. Solo in Dio possiamo trovare una risposta sufficiente alle nostre domande, anche se la salvezza divina si dovrà esprimere in termini umani, tramite un uomo, benchè straordinario.

Questa risposta, però, questa valutazione della situazione storica, è diversa da quella offerta dai Maccabei, completamente opposta. Secondo Daniele non si potrà rispettare pienamente la legge divina, e quindi il desiderio di pienezza e salvezza umano, se non fuori dalla storia.

Per i Maccabei, e per chi ha scritto il loro libro, che fa parte del canone biblico cristiano, l’uomo può compiere nella storia il piano di Dio, e quindi probabilmente deve farlo. Per Daniele, anche lui parte del canone, ciò è impossibile, e il compimento definitivo della storia non potrà che venire da Dio.

Chi ha ragione? Entrambi? Quasi a dire che i modi di interpretare l’opera di Dio possono essere diversi ma senza uscire dall’“ombrello” divino?

Un pizzico di ironia

Chissà se è voluta, l’ironia con cui chiudiamo.

I libri dei Maccabei ha un punto di vista più ebraico, se vogliamo più “conservatore” e “chiuso”: il ruolo dell’ebraismo nel mondo è staccato dal resto del mondo e a quello contrapposto. Questi libri, però, sono scritti in greco e inseriti solo nella Bibbia in greco, quella adottata dai cristiani. Il mondo ebraico non ritiene tali libri ispirati (anche se alcune parti di quel mondo ebraico, soprattutto politico, considera i Maccabei i loro eroi ispiratori).

Il libro di Daniele, che sembra più universale, fa invece parte del canone ebraico. Si tratta, peraltro, di un libro “arlecchino”, che inizia in ebraico, passa poi all’aramaico, per quindi ritornare, alcuni capitoli più tardi, all’ebraico, e infine aggiungere, nella traduzione in greco, un paio di capitoli e diverse preghiere, che quindi esistono solo nelle traduzioni che tengono conto anche del greco.

Sembra quasi che, in ogni modo, già l’Antico Testamento ci suggerisca che Dio vada cercato e trovato in tanti modi diversi, nessuno dei quali esclude, di per sé, gli altri.

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