PAROLA INCARNATA

Foto di Jeff Weese da Flickr

Ci stiamo avvicinando al tempo nel quale il mondo cristiano festeggia la nascita di Gesù, Figlio di Dio, da una donna. È la festa di una delle intuizioni o rivelazioni più profonde del cristianesimo, quella dell’incarnazione, ossia del fatto che Dio, per farsi conoscere, per incontrare l’umanità, abbia deciso di farsi uomo in prima persona, di assumere quella carne che aveva creato, di entrare fino in profondità nell’umanità, compresi anche i suoi aspetti più fragili e che maggiormente esigono pazienza. È infatti questo il senso dell’affermazione lucana di un Gesù «avvolto in fasce» (Lc 2,7.12), che altro non erano che i pannolini di quel tempo: Dio non si incarna in un’umanità già adulta, pronta, forte e risoluta, ma, esattamente come ognuno di noi, impara poco per volta che cosa significhi essere uomo. Entrare nell’umanità vuol dire accogliere anche le tante fragilità (non è solo la morte e la malattia: è anche il nostro bisogno costante di mangiare, dormire…) e la pazienza della crescita dell’essere uomo.

Ma si potrebbe dire che Dio non ha iniziato a incarnarsi in Gesù, e che anzi il suo dialogo con l’umanità lo abbia portato a fare propria questa dimensione dell’incarnazione in tutto il suo rapporto storico con gli uomini.

Nelle pagine della storia

Il Gesù bambino che viene al mondo viene accolto in una famiglia che è ben inserita in un preciso contesto religioso, che è quello dell’ebraismo: lui porta il nome (in versione galilea) del successore di Mosè, Giosuè, suo padre si chiama come uno dei patriarchi, il figlio prediletto di Giacobbe (Gen 30,24-25; 37), sua madre come la sorella di Mosè (Nm 26,59), i suoi fratelli come altri personaggi della Genesi: Giacomo (cioè Giacobbe), Giuseppe, Simone, Giuda (Mt 13,55). Dimostra di conoscere bene i testi della Bibbia, perché, come tutti i ragazzi del suo tempo, avrà imparato a scrivere con esempi tratti dalla Bibbia, a pregare utilizzando i salmi, a raccontare storie sentendo i racconti della Genesi o dell’Esodo (ma anche di Giona! Cfr. Mt 12,39-41; Lc 11,29-32).

Foto di Long Thien da Flickr

Anche quei testi, però, erano trascrizione precisa della volontà esatta di Dio, o risentivano di condizionamenti storici diversi, di stili, sensibilità che dipendevano dai diversi autori ma anche dal tempo nel quale vivevano? Chiunque legga la Bibbia non può non notare che se Isaia (ad esempio nei “più semplici” capitoli 36 e 37) invita a confidare solo in Dio, che non consentirà agli assedianti di Gerusalemme di vincere (e in effetti non vinceranno!), un secolo dopo Geremia inviterà i suoi concittadini ad adeguarsi ai voleri divini lasciando conquistare e saccheggiare il tempio (e questa volta invece i conquistatori prenderanno la città).

Attraversare l’Antico Testamento significa scoprire che stili, problemi, norme e abitudini cambiano continuamente. Se pensassimo che Dio abbia esplicitamente e direttamente dettato tutte quelle parole, dovremmo immaginarlo molto instabile e inaffidabile.

Al contrario, invece, bisogna cogliere che tutte quelle affermazioni sono i modi con cui persone diverse, in contesti diversi, con sensibilità e ruoli diversi, hanno pensato che fosse doveroso vivere la fedeltà alla relazione con il Dio d’Israele, nei diversi “mondi” nei quali vivevano.

Un Dio multiforme

Ma se è così, per capire bene che cosa volessero spiegare su Dio quegli autori antichi, diventa necessario comprendere che senso avesse il loro testo per chi li ascoltava. Significa conoscere sempre meglio la loro società, lingua, consuetudini. E questo comporta ammettere che il “messaggio divino”, la “rivelazione di Dio”, si dice in termini umani. D’altronde, se un messaggio rivolto agli uomini non fosse espresso in modalità umane, non sarebbe capito.

Foto di Susan WD da Flickr

Qualunque comunicazione, però, oggi ci è molto chiaro, dipende dal mezzo utilizzato, ne è condizionata. Ad esempio, scegliere di parlare anziché di fare vedere un’immagine comporta di essere meno immediati ma più precisi, meno efficaci e memorizzabili ma più rielaborabili, e così via… Anche scegliere di esprimersi in una lingua anziché in un’altra condiziona il messaggio: una comunicazione in dialetto è probabilmente percepita come più di nicchia, situata, sarà forse più concreta ma meno flessibile nel veicolare idee astratte, è verosimile che suoni come affettivamente più vicina e calda…

Possiamo insomma dire che accettare di esprimersi con un determinato mezzo implica di accoglierne almeno alcuni condizionamenti. Implica di entrarvi dentro, di lasciarsene plasmare. Scegliere di esprimersi all’interno di una cultura comporta di inculturarsi, di lasciarsi da quella, almeno in parte, configurare.

Vale anche per Dio, ovviamente. Che decida di comunicarsi all’interno di determinate culture, situate nello spazio e nel tempo, con tutti i loro limiti e opportunità, implica di incarnarsi in quelle culture. Dio ha iniziato a farsi carne non con Gesù, ma con il Primo Testamento.

Alcune conseguenze: quale Dio

Questa incarnazione, peraltro, comporta anche che Dio possa dunque essere comunicato in termini umani. Che Dio possa essere colto, pensato, trasmesso in termini umani. Che questi termini umani siano “capaci di” Dio e ne condizionino la comprensione.

È la sconfessione di ogni fondamentalismo, perché non può esistere la modalità perfetta, intoccabile, di espressione del divino, ma sempre un modo situato nel tempo e nello spazio e quindi passibile di revisione. La sfida, semmai, sarà quella di cogliere ciò che non muta dentro a questo “relativismo” e provare ad esprimerlo in un’altra cultura ancora. Ma questo, più che la soluzione di un problema matematico, assomiglia a una creazione artistica.

Christ in the Manger – Foto fr. Lawrence Lew OP da Flickr

Quando, in questi giorni di Natale, si fa notare che la data è copiata dal mondo religioso latino, le corone d’avvento dalla religione mitraica, le strenne e i frutti sull’albero (di cui le “palle” sono un’immagine simbolica) dai sabini, l’albero di Natale da una tradizione germanica peraltro abbastanza recente, le luci e candele dall’ebraismo o anche da culti precristiani, la figura di Babbo Natale dalla trasformazione della persona di un santo, trasferito dall’oriente al nord (e il suo abbigliamento, addirittura, da una campagna pubblicitaria degli anni ’30…), non si sta dicendo che la festa è “falsa”, ma semmai si conferma che è sempre stata ritenuta tanto importante da raccogliere in sé gli influssi di tante altre celebrazioni umane. Sono elementi sbagliati? Da una parte sì, è chiaro che non testimoniano ciò che è storicamente accaduto. Ma dall’altra no, perché dicono il significato di quella ricorrenza nella storia e attraverso le culture.

In fondo, ad essere davvero sbagliato è pretendere di ricondurre ogni celebrazione a una purezza originaria che non è mai esistita.

Altre conseguenze: quale uomo

Si possono però ricavare anche altre idee guardando al lato umano, nel quale, comprendiamo, si può davvero trovare il trascendente, il senso ulteriore. Se ogni espressione del trascendente non è, per così dire, voluta da Dio, ma frutto di una collaborazione divino-umana, significa che ogni forma specifica assunta dall’umano può parlare dell’Assoluto. Che non si identificherà in nessuna cultura ed espressione (il divino non può essere requisito da nessuno) ma che si potrebbe trovare in ogni contesto e modalità comunicativa umana.

Questo restituisce dignità e profondità a ogni tentativo nuovo di esprimere ancora quel desiderio di trascendente che, a essere attenti, riconosciamo in noi. Il divino può passare ed esprimersi in qualunque forma e persona umana.

di Angelo Fracchia

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