UN AMORE COSÌ

Un amore così non si era mai visto

Nella sua vita pubblica Gesù ha manifestato il desiderio di stare accanto alle persone più fragili: ha curato i malati, ha reso liberi gli indemoniati, ha difeso le donne minacciate, si è seduto con semplicità alla tavola dei peccatori. Lo stile con cui ha portato avanti questo tipo di missione è stato quello della compassione, che non è sguardo dall’alto verso il basso o pietà per chi non ce la fa, è proprio gusto di stare accanto a chi “non ha più fiato” sentendo la bellezza e la forza nascoste in chi ha tanto da donare, ma non riesce a esprimerlo, perché in qualche modo la vita lo ha frenato. Il vangelo di Giovanni nelle sue prime righe dice: “Il Verbo si è fatto carne ed ha piantato la sua tenda in noi”. Nascendo dal grembo di Maria, il Figlio di Dio ha accolto la vita che gli era donata con tutte le sue sfumature di felicità, di forza, di passione e di crisi. La storia di Gesù è l’attestato più incredibile di quanto Dio tenga alla vita, di quanto la apprezzi, la nutra, la protegga e la consideri degna di essere vissuta.

Notte oscura

Il momento in cui Gesù sperimenta tutta la drammaticità che l’esistenza umana può assumere è probabilmente la notte al Getsemani prima di essere consegnato ai capi del popolo.

Giunsero a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: “Sedetevi qui, mentre io prego”. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”. Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: “Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”. Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole (Mc 14,32-39).

Sempre in cammino, Gesù raggiunge con i suoi discepoli l’orto degli ulivi, dove amava fermarsi in preghiera. Questa volta non si ritira da solo, come spesso faceva, ma chiede a Pietro, Giacomo e Giovanni di accompagnarlo. Davanti a sé ha la prospettiva della morte e sente il bisogno che i suoi discepoli e amici si uniscano a lui nella lotta che gli è richiesta per superare quella notte: non un combattimento contro chi veniva a catturarlo, ma una sfida con se stesso per non cedere alla tristezza e alla paura e per continuare a credere alla vita, anche quando questa gli si rivolta contro. Con due parole: “smarrimento e angoscia” l’evangelista Marco riesce a farci intuire ciò che si agita nel cuore di Gesù, pur senza conoscerne tutti i dettagli. Lui, il maestro, il punto di riferimento per i dodici e per tutti i discepoli, che indicava il cammino, che aveva parole che sapevano rialzare chi era a terra, adesso ha paura, ha bisogno, si sente fragile. In questa situazione Gesù non si vergogna di lasciarsi veder piangere, non si preoccupa di quali modifiche possa subire la sua immagine di Messia, ha il coraggio di dire ai suoi amici ciò che prova: “la mia anima è triste fino alla morte”. L’andare e venire dai discepoli mostra da un lato il “non riuscire a stare” in nessun posto, come accade a chi soffre troppo e dall’altro il suo sguardo sempre aperto al prossimo, anche nei momenti più terribili: cerca di aiutare i suoi amici ad avere forza e a non perdersi in quell’attraversamento tragico. Il momento più intenso di tutto il racconto è probabilmente la preghiera di Gesù, quando, inginocchiato, dice Abbà, che è il modo in cui un figlio adulto chiama con affetto suo padre. “Papà! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice, però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. Anche in questo frangente, Gesù riesce a non attorcigliarsi su se stesso, ma ad aprirsi al ‘tu’. In un momento così è importante sapere ciò che si vuole, per capire come muoversi, dove andare e Gesù esprime con forza il suo desiderio: che quel calice che gli si sta avvicinando sia allontanato, vuole stare di nuovo bene, vuole vivere e allo stesso tempo sente ancora e sempre la grandezza, la bellezza e il fascino della Volontà di Dio che è sempre desiderio di bene e pienezza di vita. Mette insieme questi tre elementi: il sapersi aprire al Tu, la volontà di uscire dalla sofferenza e la disponibilità radicale ed incondizionata al Padre, fa della sua vita un affidamento e un dono. Amare i discepoli e tutta l’umanità significa abbassare le difese, offrire il meglio che si ha e che si è in termini di energie, tempo, intelligenza, affetto, forza ed essere disposti ad accogliere quello che gli altri vorranno offrire: sia l’olio profumato sul capo e i baci, sia gli schiaffi e la croce. Una disponibilità e una capacità d’amore così, nessuno l’aveva mai vista.  

E i discepoli?

Dormivano. E’ incredibile pensare a come abbiano fatto i discepoli a non accorgersi di ciò che stava vivendo il loro maestro. Un proverbio dell’Africa occidentale dice: “Se vuoi avere informazioni sul cuore, guarda il volto”. Sicuramente Gesù lasciava trasparire la sua angoscia, del resto a Pietro Giovanni e Giacomo lui stesso l’aveva confidato. Succede a volte di assistere impotenti alla sofferenza di qualche persona cara, si vorrebbe far di tutto per darle qualche sollievo, ma non si sa cosa poter fare. Nel caso dei discepoli, però, era stato Gesù stesso a far loro una richiesta ben specifica: “Vegliate”. Come mai non han creduto di poterlo aiutare con il loro semplice rimanere svegli in preghiera? Quella notte richiedeva loro un grande salto, che forse non erano ancora pronti ad affrontare: fin lì era stato Gesù a prendersi cura di loro, a chiamarli, a  condurli lungo le strade della Galilea e della Giudea, a farli partecipare ai suoi incontri, discorsi, preghiere. Ora toccava a loro prendersi cura di Gesù, esserci per lui e non erano abituati a farlo, anzi, da lì a poco lo avrebbero abbandonato tutti, tranne alcune donne che seguivano da lontano (Mc 15,40). Il passaggio dall’essere figli al diventare padri e madri non è semplice e richiede molto coraggio e un po’ di incoscienza.

Tracce per un cammino

La Buona Notizia annunciata da Gesù con le parole e la vita non è un’idea che si possa imparare e poi mettere in pratica, è un cammino. Grazie al Cielo gli evangelisti hanno trasformato i passi in parole e permettono anche a noi oggi e domani di percorrere le strade di Gesù lasciandoci trasformare da una storia che salva. Inginocchiandoci con lui nel Getsemani e ascoltando il suo Abbà ci sentiamo capaci di non aver più paura della nostra debolezza, né di quella degli altri, ma di poter confidare su un Silenzio, su un Padre che è anche Madre, che ha scommesso tutto su di noi e che sa che siamo capaci di fare e di amare, con le mani, con il pensiero e con il desiderio di esserci per qualcuno, senza pretendere nulla in cambio.

di p. PIERO DEMARIA, IMC

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