DIMENSIONE SACERDOTALE DELLA VITA CREDENTE

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Nella Bibbia ebraica e cristiana, Dio incontra l’umanità tramite mediazioni umane. Se voglio trovare Dio, non devo cioè affidarmi a sogni, visioni, leggi sacre, ma soprattutto a persone che interpretano la volontà divina e mediano la relazione tra Dio e l’uomo. Significa che la relazione umana con Dio non è qualcosa di rigido, fisso, ma si adatta alle situazioni particolari, come fanno le persone in relazione. In particolare, a concentrare l’attenzione di questa mediazione umana nel Primo Testamento ebraico sono i re, i profeti… ma anche i sacerdoti.

Se la mediazione regale è caratterizzata dalla trasformazione imposta al mondo (il re “guida sulle vie del Signore”) e quella profetica dalla percezione del “cuore” di Dio, al di là delle norme che può aver dato nel passato, i sacerdoti assicurano soprattutto l’affidabilità di norme, luoghi, garanzie.

Il tempio e la legge

Il Primo Testamento mostra tracce di un’evoluzione che ha visto cambiare lungo i secoli il rapporto con i luoghi di culto. Nella sua forma finale, però, a una lettura che potremmo anche definire un po’ più “ingenua” ma che è quella voluta da chi ha scritto la Bibbia (e che quindi non è sbagliata, anche quando magari è più superficiale), esiste un solo luogo che sia “garantito”, che veda assicurata la presenza di Dio: è il tempio posto sul monte di Sion, a Gerusalemme. Tempio costruito da Salomone, distrutto nel 587, ricostruito dagli esuli rientrati, restaurato e ingrandito da Erode il Grande, definitivamente abbattuto nel 70 d.C.

Non sempre gli ebrei si sono concentrati così tanto solo sul tempio (almeno a partire dall’esilio, esiste l’abitudine di leggere la Bibbia, di radunarsi nelle sinagoghe…), e questa concentrazione su Gerusalemme ha anche avuto ragioni politiche, a un certo punto, ma aiuta comunque a cogliere il senso della mediazione sacerdotale. Questa vuole offrire ai credenti la sicurezza di essere sulla strada giusta, anche a costo di una certa rigidità. Se vogliamo, è la via opposta e complementare alla mediazione profetica, tutta concentrata sul “qui e ora”, capace di inventare soluzioni nuove, ma anche esposta al rischio di essere un’invenzione del sedicente profeta. Il sacerdote, invece, non esprime ciò che gli è parso di intuire, ma condivide una consapevolezza oggettiva, frutto di interpretazioni univoche: è insomma una mediazione che ci può sembrare più dura, ingessata, ma anche solida e affidabile.

Era una mediazione che si esprimeva soprattutto in due direzioni: verso l’alto, il sacerdote aveva il compito di far salire a Dio le offerte, segno dell’intenzione umana di una comunione con il cielo; verso il basso, faceva discendere la volontà divina tramite l’annuncio e la spiegazione della parola divina. A differenza del profeta, non aveva nessuna importanza con che sacerdote io avessi a che fare, perché ciò che trasmetteva non doveva essere la sua visione di come la pensasse Dio, ma il senso autentico e oggettivo dell’intenzione divina.

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La rilettura cristiana

I primi cristiani, che cercavano di recuperare le modalità religiose del Primo Testamento adattandole alla nuova situazione, e che videro in Gesù il compimento della mediazione regale (espressa nell’affermazione della sua messianicità, dell’essere discendente di Davide, nel suo invitare a determinati comportamenti e scelte…) e profetica (molto più immediata, perché Gesù sostanzialmente dice di conoscere Dio come nessun altro, e invita a fidarsi semplicemente di Lui), faticarono tuttavia a capire in che modo Gesù potesse compiere la mediazione sacerdotale. L’impressione poteva addirittura essere che questa dimensione in Gesù si perdesse: d’altronde, è vero che Gesù al tempio era andato, ma mai nei vangeli si dice che abbia presentato un’offerta, anzi, aveva criticato quei cambiavalute (Gv 2,14-17) che non erano una deriva ma erano essenziali per il culto stesso, per poter presentare offerte secondo tutti i crismi. Né sembra particolarmente attento al rispetto letterale della legge: al contrario, contesta il sabato (Mt 12,1-14), le norme di purità (Mc 7,1-23) e le stesse autorità sacerdotali del popolo (Lc 11,37-52).

Dopo non molti anni, tuttavia, compare uno scritto che sembra integrare questa mancanza. Per secoli è stato attribuito a Paolo di Tarso, anche per via del saluto finale (Eb 13,22-25) che però sembra più essere un’aggiunta, magari davvero paolina, a un testo che presenta uno stile, un modo di procedere e dei temi teologici che Paolo altrove non sfiora mai.

Negli ambienti biblici si cita spesso come battuta che la famosa “lettera di San Paolo apostolo agli ebrei” (questa era la formula utilizzata nella proclamazione liturgica fino a qualche anno fa) assolutamente non è di san Paolo, a essere pignoli non è stata scritta agli ebrei, e a ben vedere non è una lettera (se la battuta non ci fa ridere, non dimentichiamoci che il mondo degli studiosi raramente spicca per finezza ironica). Si tratta, in effetti, di un trattato che intende dimostrare che Gesù porta a compimento anche la mediazione sacerdotale.

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In estrema (anzi, eccessiva) sintesi, il tema viene trattato in due direzioni. Da una parte si dimostra che Gesù svolge adeguatamente la mediazione in direzione discendente, perché viene chiamato con titoli divini e riconosciuto molto superiore agli angeli: è quindi un sommo sacerdote “affidabile”, o “degno di fede”, perché conosce Dio come nessun altro, in quanto è Dio lui stesso (Eb 2,17).

Dall’altra parte, però, è un sommo sacerdote “misericordioso”, perché conosce fino in fondo l’umanità, che ha condiviso fino al suo nucleo costitutivo. E la pretesa un po’ scandalosa di questo trattato è che l’essere umano più autentico, l’umanità più grande, non si trovi nei grandi progetti, nei profondi pensieri o nelle eccelse realizzazioni pratiche, bensì nel dubbio e nella morte (Eb 5,1-10): lì l’uomo è veramente se stesso.

Nel mondo ebraico, però, si era sacerdoti per nascita: chi apparteneva alla tribù di Levi era incaricato del servizio nel tempio, e all’interno di questa tribù chi era discendente di Aronne, se maschio, diventava sacerdote. Gesù, però, è discendente di Davide, della tribù di Giuda, e quindi non può esserlo. Noi potremmo sorridere di fronte a questa obiezione («Ma non fa niente se non è sacerdote per nascita! Ne prende il ruolo, va bene così!»), ma il mondo ebraico l’avrebbe ritenuta un’osservazione assolutamente pertinente, ed è soprattutto il mondo ebraico che è interessato a queste riflessioni. Chi ha scritto questa opera va allora a recuperare l’enigmatica figura di Melchisedek, a cui Abramo, antenato anche di Aronne, pagò le decime, riconoscendolo superiore a sé e quindi anche ai propri discendenti (Eb 7). Melchisedek era senza padre o madre terreni (non si dice di chi sia figlio, il che è strano), non si dice quando muoia, e assomiglia all’esistenza particolare di Gesù.

Jesus Christ Life Mosaic A life of Jesus Christ in mosaics in Giulianova, Italy

Il cuore del discorso è che Gesù può mediare davvero tra divinità e umanità perché è autenticamente e profondamente Dio e uomo, tanto da non dovere più offrire nulla in sacrificio, ossia quell’atto che permetteva, chiedendo perdono per i peccati propri, di innalzarsi provvisoriamente all’altezza di Dio per intercedere per l’umanità tutta. Gesù non ha bisogno di offrire un sacrificio non soltanto perché è senza peccato (a noi questa osservazione sembrerebbe pertinente, ma nel contesto teologico ebraico è meno significativa) ma soprattutto perché ha presentato il sacrificio ultimo e definitivo, quello non dell’apparenza simbolica (gli animali sono simbolo del dono di sé), ma della cosa stessa, di se stesso, che, essendo Dio, non è più superabile né imitabile da nessun altro. Ecco perché i cristiani non offriranno più sacrifici né chiameranno “sacerdoti” (uomini del “sacro”, staccati dal quotidiano) i propri ministri. Questi, infatti, nel mondo ebraico ma non solo, erano mediatori che si “mettevano in mezzo” tra l’umanità e Dio. Provavano a essere sempre meno uomini (i leviti non possedevano terre, i sacerdoti non dovevano fare lavori “normali”, il sommo sacerdote non poteva neppure occuparsi del funerale del proprio padre…) nella speranza di avvicinarsi a Dio. In questo modo, però, potevano diventare “meno” umani, ma non necessariamente più divini. Gesù, invece, è ben radicato, per natura, nella divinità, e impara a essere uomo vivendo, esattamente come facciamo noi. Eb 5,9, addirittura, dice che diventa perfetto (non è perfetto fin dall’inizio…) perché, come noi, patisce ciò che non vuole, a partire dalla morte, si deve sottomettere alla volontà del Padre, esattamente come facciamo noi.

In questo modo è come un ponte, con le fondamenta ben radicate su entrambe le rive, e non poggiato astrattamente nel cielo di mezzo… il vero mediatore definitivo di cui l’umanità aveva bisogno.

Angelo Fracchia

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