IL PRIMO ANNUNCIO CRISTIANO

La fede, come tutte le realtà più spirituali (intuizioni profonde, amore, eccetera), prova sempre a spiegarsi prendendo a prestito parole e ragionamenti dal mondo (dalla cultura, dalla lingua) in cui vive. È questa la teologia, il “dire Dio” con le parole del contesto in cui ci si trova. Parole che saranno limitate, certo, ma sono indispensabili, perché non si può pensare di spiegare nulla di profondo se non per approssimazione e con i modi espressivi che possano dire qualcosa ai contemporanei.

Questo vuol dire che le formulazioni di fede cambieranno nel tempo; se non cambiano, e si continuano a ripetere quelle di cento anni prima, significa che dicono ormai poco, oppure dicevano poco cento anni prima (a volte, riescono nell’impresa di dire poco sia oggi sia allora).

Ciò non toglie che le prime formulazioni, quelle nei pressi degli eventi, restino particolarmente significative, anche se magari anche loro imperfette: perché sono più vicine all’intuizione di partenza, e perché, nella loro immaturità, svelano anche in modo più chiaro il proprio centro d’interesse.

Un contesto “archeologico”

In questo lavoro di recupero gli evangelisti ci vengono incontro. Infatti, benché siano stati scritti diversi anni dopo Gesù (dagli almeno 25 di Marco ai forse addirittura 70 di Giovanni), i vangeli cercano di restituire molte delle modalità con cui si parlava di Gesù mentre lui era nel mondo. L’esempio più lampante è il titolo di “figlio dell’uomo”, usatissimo nei vangeli ma che la Chiesa non impiegherà mai, o il fatto che quasi mai venga detto esplicitamente Dio.

Ma questa stessa attenzione Luca la mostra anche negli Atti degli Apostoli, addirittura da un punto di vista linguistico. I primi due capitoli del libro, infatti, sembrano scritti da qualcuno che pensi in una qualche lingua semitica e provi a esprimersi in greco. Poi la lingua migliora via via, fino a diventare uno splendido esempio di greco ellenistico molto elegante da metà libro in poi. (Luca sa usare la lingua bene: come era consuetudine nelle opere storiografiche del tempo, la breve introduzione è scritta nella lingua attica del v sec. a.C.).

Anche per questo possiamo immaginare che il primo discorso di predicazione di Pietro non sia, ovviamente, la trascrizione esatta di ciò che disse, ma potrebbe davvero essere molto simile a ciò che i primi cristiani annunciavano agli inizi della loro predicazione.

Evangelist Luke Icon from Flickr 2

Non è come credete

Secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, i discepoli di Gesù, dopo la sua risurrezione e ascensione al cielo, restano a Gerusalemme, il che non è scontato, dal momento che non era la loro regione di residenza. Mentre sono riuniti, il cinquantesimo giorno dalla Pasqua, scende lo Spirito su tutti loro e iniziano a parlare in lingue. Si raduna una folla, stupita, e Pietro inizia a parlare. Secondo il racconto lucano, è il primo annuncio cristiano, affidato, come si conviene, al “primo degli apostoli”.

Innanzi tutto Pietro smentisce che il fenomeno sia da attribuire a un’ubriacatura, «poiché sono solo le nove del mattino» (At 2,15). È un’osservazione ironica, che muove a un timido sorriso ma che è preziosa. Porta infatti alla spiegazione reale dell’accaduto, ma insieme toglie qualunque dimensione “sacrale”, magica, che ci poteva essere e che potrebbe tornare. Il cristianesimo si presenta da subito come un movimento spirituale, certo, ma non disincarnato, esattamente come Gesù era stato la presenza di Dio ma nella carne. E insieme, è un’osservazione in continuità con la scoperta del risorto: come si era tentati di cercare il crocifisso dove non era, si potrà continuare a pensare che il movimento cristiano, come tutti quelli umani, sia suscitato da interesse per il potere o per la ricchezza. Non sarà così, lo Spirito e chi è mosso da lui sorprenderanno sempre.

Dalle profezie all’oggi

E per spiegare che cosa, invece, è accaduto davvero, Pietro parte dall’antica promessa fatta da Dio tramite il profeta Gioele (At 2,17-21; Gl 3,1-5). Quella profezia, quel sogno divino, era incentrata sullo Spirito, sulla presenza di Dio nel cuore e nelle menti, garantita non solo per chi lo doveva possedere “di diritto” e per incarico, ossia i sacerdoti e i re, ma donata a tutti, indistintamente, senza privilegio né per il sesso, né per l’età, né per la dignità. Tutti avrebbero profetizzato, cioè avrebbero colto spontaneamente, interiormente, come Dio avrebbe interpretato il presente e come avrebbe suggerito di comportarsi.

Sarebbe venuto allora subito da chiedersi perché questo sia accaduto proprio in quel momento e che cosa lo Spirito avesse da dire. E Pietro, quasi passando a parlare d’altro (anche se evidentemente non è così!), inizia a richiamare la figura di Gesù, colto nei suoi prodigi di guarigione, nella sua morte per causa delle autorità religiose e nella sua risurrezione (At 2,22-24). Presentazione velocissima, sintetica, concentrata su miracoli, morte e risurrezione. L’essenziale. Perché per Pietro, evidentemente, non importava principalmente che cosa fosse successo. Certo, questo era fondamentale, era, appunto, il fondamento, in quanto senza un elemento storico di partenza non c’era ragione di interrogarsi sul suo senso. Ma, appunto, una volta che il dato storico sia confermato (per loro era anche un dato vicino, meno discutibile), bisognava stabilire che cosa significasse.

The Day of Pentecost of St. Louis – Cathedral Basilica of st Louis Missouri – from Flickr

La sorte di Gesù

Pietro cita ancora la Bibbia, come è normale. Riparte da Davide e da un salmo nel quale un fedele anticipa che non sarà abbandonato agli inferi (At 2,25-28; Sal 15,8-11). Il presupposto, che Pietro condivide con gli ascoltatori, è che la Bibbia sia affidabile e veritiera, anche se bisognosa di interpretazione. E lui si impegna nell’offrire una spiegazione: fa notare che Davide era comunque morto, come era dimostrato dalla sua tomba, presente nella stessa città di Gerusalemme. Ciò che diceva nel salmo, quindi, non doveva riguardare lui in prima persona, ma un qualche altro personaggio che Davide presagiva (At 2,30). Il compimento di quella profezia, afferma Pietro, è in Gesù, che Dio ha risuscitato (v. 32), ha accolto alla propria destra, ossia nel luogo privilegiato, donandogli il dono promesso dello Spirito Santo, che ha riversato sui suoi fedeli (v. 33).

Di nuovo, Pietro si appoggia alla Scrittura per avere conferma che si era previsto che l’eletto di Dio fosse assunto alla sua destra (At 2,34-35; Sal 109,1), ma che evidentemente questo eletto non era Davide, bensì Gesù.

Il punto d’arrivo della dimostrazione è il v. 36: quel Gesù che era stato crocifisso per volontà delle autorità giudaiche, alcune delle quali devono essere lì presenti, è stato costituito da Dio, con la risurrezione, Signore e Cristo. “Cristo” indicava l’“unto” (è questo il significato della parola greca), ossia qualcuno che aveva ricevuto per mandato divino immutabile un incarico preciso: è la traduzione greca dell’ebraico messia, che indicava l’inviato definitivo di Dio, chiamato a portare nel mondo, senza più tentennamenti, la volontà divina. È il compimento nella storia delle attese religiose. “Signore” indica qualcuno da seguire, a cui guardare come a una guida e a un esempio, ma era anche il modo con cui si rendeva in greco il “nome proprio” del Dio d’Israele, quel “Jahvè” che gli ebrei non pronunciavano.

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Il significato delle allusioni

Abbiamo detto che gli evangelisti presentano i loro testi con una certa attenzione “archeologica”, a restituire formule e modalità di predicazione che non erano più valide quando scrivevano, e ne ritroviamo qui diversi esempi. Questo, tra l’altro, ci permette di avvicinarci al modo con cui si è arrivati alle formulazioni teologiche a cui siamo più abituati.

Qui, ad esempio, Gesù non è mai definito “Dio”. Possiamo pensare a due giovani che iniziano a frequentarsi, che si piacciono, che passano sempre più tempo insieme. Ci metteranno probabilmente un po’ a dirsi che si amano, anche se probabilmente l’idea ronzerà in testa a entrambi abbastanza presto. Prima diranno che “si vedono”, che “escono insieme”, che “c’è qualcuno”.

Sembrerebbe che ai cristiani della prima generazione sia accaduto qualcosa del genere. Gesù ha compiuto prodigi, è stato crocifisso, è risorto. Questo sembra chiaro, quasi oggettivo. Ma che cosa significava?

Si recuperano le profezie antiche, si coglie che non potevano parlare di Davide… Si dice che con la risurrezione era stato “fatto” da Dio (Padre) Signore e Cristo. “Signore” in che senso? Come modello, guida… o come sinonimo di “Dio”? “Cristo” come uomo straordinario… o come qualcosa di più? Si dice che una volta risorto riceve lo Spirito da donare agli uomini: significa che prima ne era privo?

I termini sono ambigui, e non sono spiegati. Qualche secolo dopo si potrà anche dire che sono imprecisi. È facile immaginare che i cristiani, da subito, si siano resi conto della straordinarietà di Gesù, uomo eccezionale, anzi unico. E che si siano resi conto con con la risurrezione era stato attuato qualcosa di irripetibile. Anzi, col tempo si disse che non era stato attuato, ma era stato svelato, e che tutto non era iniziato lì, ma anche prima (in fondo, Gesù aveva mostrato nei confronti delle tradizioni religiose la libertà di chi ne è padrone). Da subito, però, era stata chiara la risurrezione, e il fatto che con quella fosse diventato trasparente il ruolo unico, nella storia, di Gesù.

Ed è persino tenero che si esiti così a spiegare la sua dignità divina. Come chi si trova di fronte a qualcosa di troppo grande, che quasi non osa dire. Ci potrebbero sembrare delle modalità troppo semplici, umili, di chiarire il mistero di Dio. Ma è il modo con cui gli esseri umani arrivano alle realtà più profonde: non di colpo, ma poco alla volta, quasi con timore. Perché il Dio cristiano rispetta a tal punto la realtà umana, da farla propria.

Chora Anastasis (detail) – Photo Jim Forest from Flickr

Conseguenze pratiche

La prima reazione degli ascoltatori di Pietro è «Che cosa faremo, fratelli?» (At 2,37). È una reazione comprensibile. Pietro aveva ricordato che erano stati loro a mettere in croce questo «Signore e Cristo». Non si poteva che sentirsi in colpa e chiedersi come rimediare. Ed è comprensibile anche che la prima reazione riguardi il “fare”. C’è chi dice che qui si vede l’approccio ebraico, religione che privilegerebbe il “fare”, ma intanto questa è una semplificazione superficiale dell’ebraismo, e in realtà tutte le religioni, o semplicemente ogni essere umano, quando deve cambiare qualcosa, tende a concentrarsi sulle azioni, perché sono più verificabili e forse anche più semplici da tenere sotto controllo.

La risposta di Pietro, in effetti, da questo punto di vista può sembrare spiazzante (v. 38): invita intanto a convertirsi o, per essere più precisi nella resa, a «cambiare modo di pensare». Il fulcro dell’attenzione non è sulle azioni, ma sui pensieri, sugli atteggiamenti. In fondo nella vicenda di Gesù si coglie soprattutto un Dio che, di fronte al rifiuto, non pensa alla vendetta, ma a tornare a offrire pace. La prima cosa da fare è uscire dalla logica che, siccome ho rifiutato Dio, lui mi castigherà, come fosse un padrone severo. Ci tratta invece da amici, e ritorna ad offrire, gratuitamente, la comunione. Spiazzante, per noi. Per questo dobbiamo “cambiare testa”.

Il «battesimo sul nome di Gesù Cristo in remissione dei peccati» è il corrispettivo visibile del cambiamento di testa. È un cambiamento che non si vede nella donazione di sé, nel vestirsi di sacco e ricoprirsi il capo di cenere, ma nell’accettare di essere simbolicamente uniti alla vicenda di Gesù. Il mondo ebraico pensava che il peccato lasciasse anche un residuo che solo Dio poteva eliminare, o “rimettere”. E questa remissione dei peccati avveniva attraverso sacrifici, attraverso qualcosa di cui ci si privava per darlo a Dio. Sotto sotto, è un’idea che ancora ci seduce: anche se non uccidiamo più animali per compiacere Dio, a volte pensiamo che se facciamo qualcosa che ci faccia star male, Dio ne sia contento (anche se non è chiarissimo perché, a meno che lui sia sadico).

In tal modo, aggiunge Pietro, si potrà ricevere il dono dello Spirito Santo. Dio interviene e dona laddove ci si metta nella disposizione giusta, che non è quella di ottenere a fatica dei benefici, ma di accogliere con riconoscenza un dono gratuito.

Angelo Fracchia

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