UN DIO INCARNATO

Per una volta, in questo mese, ci concentriamo non su un brano biblico, ma su un sottinteso che percorre tutta la Bibbia, e che è ancora più significativo per l’Antico Testamento, meno concentrato sulla luce accecante che viene da Gesù.

Come parla Dio?

Potremmo partire da qui. In che modo parla Dio?

Nella storia umana, si è ritenuto che parlasse grazie a rivelazioni che arrivavano magari anche con l’aiuto di strumenti per raggiungere l’estasi, oppure attraverso persone particolarmente dotate che facevano da intermediari (e a loro, come parlava? Vabbè, questo restava un problema loro…), o grazie a segni che passavano da elementi naturali, come è attestato dalla divinazione colta guardando le stelle, o le vittime sacrificali, o il volo degli uccelli, o il fondo del caffè…

A poco a poco nell’umanità è divenuta più diffusa l’impressione che se un Dio è all’origine di questo mondo e si prende cura degli uomini, difficilmente lo fa preoccupandosi di modellare il volo di ogni stormo o di disporre le polveri di caffè in una tazzina… E si è immaginato che per conoscere il messaggio di Dio fosse necessario ascoltare con attenzione alcuni che, straordinariamente, nella storia umana erano riusciti ad entrare in contatto con lui. In una forma più diretta e semplice è ciò che sostengono i fedeli musulmani, secondo i quali Dio ha parlato in visione a Maometto, che a sua volta ha trasmesso quel messaggio a tutti. Ho scritto che è una forma più diretta e semplice perché ritiene che Dio abbia parlato a Maometto in arabo, «in chiara lingua araba», e in tal modo fu possibile comprenderlo. Si può immaginare che le parole trascritte nel Corano fossero davvero le effettive parole di Dio. Si può pensare che la lingua di Dio sia l’arabo.

Per una volta, in questo mese, ci concentriamo non su un brano biblico, ma su un sottinteso che percorre tutta la Bibbia, e che è ancora più significativo per l’Antico Testamento, meno concentrato sulla luce accecante che viene da Gesù.

Come parla Dio?

Potremmo partire da qui. In che modo parla Dio?

Nella storia umana, si è ritenuto che parlasse grazie a rivelazioni che arrivavano magari anche con l’aiuto di strumenti per raggiungere l’estasi, oppure attraverso persone particolarmente dotate che facevano da intermediari (e a loro, come parlava? Vabbè, questo restava un problema loro…), o grazie a segni che passavano da elementi naturali, come è attestato dalla divinazione colta guardando le stelle, o le vittime sacrificali, o il volo degli uccelli, o il fondo del caffè…

A poco a poco nell’umanità è divenuta più diffusa l’impressione che se un Dio è all’origine di questo mondo e si prende cura degli uomini, difficilmente lo fa preoccupandosi di modellare il volo di ogni stormo o di disporre le polveri di caffè in una tazzina… E si è immaginato che per conoscere il messaggio di Dio fosse necessario ascoltare con attenzione alcuni che, straordinariamente, nella storia umana erano riusciti ad entrare in contatto con lui. In una forma più diretta e semplice è ciò che sostengono i fedeli musulmani, secondo i quali Dio ha parlato in visione a Maometto, che a sua volta ha trasmesso quel messaggio a tutti. Ho scritto che è una forma più diretta e semplice perché ritiene che Dio abbia parlato a Maometto in arabo, «in chiara lingua araba», e in tal modo fu possibile comprenderlo. Si può immaginare che le parole trascritte nel Corano fossero davvero le effettive parole di Dio. Si può pensare che la lingua di Dio sia l’arabo.

“Non si vergogna di chiamarli fratelli” (Eb 2,11)

La prima conseguenza del fatto che nella Bibbia la rivelazione divina si offra in lingue diverse è che anche l’immagine di Dio ne emerge più variegata.

Ma non è soltanto la lingua a condizionare. Soprattutto l’Antico Testamento è stato scritto lungo molti secoli e probabilmente in vari luoghi e sicuramente da tanti autori diversi. Un sacerdote ha un’attenzione alle norme precise del culto che un profeta sicuramente non ha, un pastore conosce aspetti della vita nel deserto che un uomo di corte ignora. Le conoscenze, il modo di rapportarsi agli altri e alla vita, i limiti e i punti di forza, cambiano da persona a persona, da autore biblico ad autore biblico. Per questo spesso sapere qualcosa di più del contesto di origine di un libro ci aiuta a comprenderne meglio il messaggio.

Affermare però che la conoscenza più approfondita della società, della lingua, delle consuetudini antiche aiuti a comprendere meglio il messaggio della Bibbia, comporta ammettere che quel messaggio si dica in termini umani. D’altronde, se un messaggio rivolto agli uomini non fosse espresso in modalità umane, non sarebbe capito.

Non è strano che un uomo del vicino oriente antico pensi che sia il sole a girare intorno alla terra (Gs 10,12); diciamo che quella è parola di Dio, ma ciò non comporta che allora Dio dica che la terra è al centro dell’universo. In un determinato contesto storico si ritiene che la legge del taglione sia intenzione divina: «Occhio per occhio e dente per dente» (Es 21,24), vale a dire che se mi cavi un occhio io cavo un occhio a te e siamo pari, non ti stermino la famiglia. Ma questo non significa che Dio voglia la vendetta.

Il messaggio divino sopporta gradualità e imprecisioni perché viene trasmesso da esseri umani per altri esseri umani. Quegli stessi esseri umani che parlano solo una lingua (o poche…), che hanno certi limiti e pregiudizi, che vivono in un determinato contesto storico. La Bibbia è parola di Dio situata in contesti umani, che condizionano e configurano il modo non solo di esprimersi, ma di pensare.

Un Dio “inculturato”

Vale anche per Dio, ovviamente. Il fatto che decida di comunicarsi all’interno di determinate (e molteplici) culture, situate nello spazio e nel tempo, con tutti i loro limiti e opportunità, implica di entrare in quelle culture, di accettare di dirsi dentro a limiti e opportunità che orientano anche modalità e contenuti del messaggio. Possiamo dire che Dio abbia iniziato a incarnarsi non con Gesù, ma con il Primo Testamento.

Questa incarnazione comporta innanzitutto che non esista la possibilità di un messaggio di Dio preso tale e quale dai testi scritti («Dio ha detto così»), ma colto sempre dentro quei testi, intuendo come l’orientamento divino abbia reagito alle caratteristiche del tempo e del luogo in cui è stato comunicato (e anche addirittura delle situazioni e condizionamenti personali degli autori, che però spesso non riusciamo a ricostruire con precisione…). Non esiste una “parola di Dio” comunicata direttamente negli scritti e applicabile direttamente alla situazione di chi la legge, se non passando dai rivestimenti culturali di quando è stata scritta (e di noi che la leggiamo, anche). Si tratta, peraltro, dell’unico modo con cui prendere sul serio una umanità che, se è stata creata da Dio, non può che essere amata così come è. E l’umano dipende tantissimo dalla propria cultura, dal modo con cui ha imparato di interagire con il mondo. È la sconfessione di ogni fondamentalismo, perché non può esistere la modalità perfetta, intoccabile, di espressione del divino, ma sempre una modalità situata nel tempo e nello spazio e quindi passibile di revisione. La sfida, semmai, sarà quella di cogliere quello che non cambia dentro a questo “relativismo” e provare ad esprimerlo in un’altra cultura ancora. Un processo del genere, più che ricordare la soluzione di un problema matematico, assomiglia a una creazione artistica.

Ma questa incarnazione comporta anche che Dio possa dunque essere comunicato in termini umani. Che Dio possa essere colto, pensato, trasmesso in termini umani. Significa che questi termini umani sono “capaci di” Dio anche se, nello stesso tempo, ne condizioneranno la comprensione. Che Dio non sia completamente alternativo all’umano, ma si possa cogliere almeno la traccia del divino in ogni uomo, il che è coerente con l’intuizione di Gen 1,27 che l’essere umano sia stato creato a immagine di Dio e se vogliamo anche con l’insegnamento di Gesù che chi si prende cura dell’uomo si prende cura di lui (Mt 25,32-46).

Un’altra conseguenza è anche che nell’umano si può davvero trovare il trascendente, il senso ulteriore. Che non si identificherà in nessuna cultura ed espressione (il divino non può essere requisito da nessuno) ma che si potrebbe trovare in ogni contesto e modalità comunicativa umana. Anche per questo resta interessante, per un cristiano, indagare e apprendere da qualunque cultura, da qualunque tentativo di costruire un’umanità più autentica e da qualunque esperimento di intuizione del trascendente, perché «nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel cuore dei discepoli di Cristo» (Gaudium et Spes 1).

Angelo Fracchia

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