San Cura Brochero, il Gaucho di Dio

SAN JOSÉ GABRIEL DEL ROSARIO BROCHERO: EL GAUCHO DE DIOS

La lettera che Papa Francesco ha scritto il 14 settembre 2015 a Mgr. José Maria Arancedo, Arcivescovo di Santa Fe e Presidente della Conferenza Episcopale Argentina, in occasione della beatificazione di Padre José Gabriel del Rosario Brochero, è un elogio stupendo della missione e della spiritualità del cura gaucho, “questo pastore che odorava di pecora, che si fece povero tra i poveri, che lottò sempre per stare vicino a Dio e alla gente, che fece e continua a fare tanto bene come carezza di Dio al nostro popolo sofferente”.

Nella sua spiritualità convergono i tratti di una pastorale fatta di semplicità e di zelo, di attenzione agli altri e di bontà, esempio e programma dello stile missionario che ancor oggi si richiede ai discepoli di Cristo.

Il Cura Brochero ha l’attualità del Vangelo, è un pioniere nell’uscire verso le periferie geografiche ed esistenziali per portare a tutti l’amore, la misericordia di Dio. Non rimase nell’ufficio parrocchiale, si logorò sulla mula e finì con l’ammalarsi di lebbra, a forza di uscire a cercare la gente, come un prete “di strada” (callejero) della fede. È questo che Gesù vuole oggi, discepoli missionari, callejeros della fede!” (Papa Francesco).

Il desiderio di annunciare anche a una sola persona Gesù e il suo vangelo fa del Cura Brochero un modello per la Chiesa, impegnata nella «nuova evangelizzazione» del ventunesimo secolo.

L’UMILTA’ DELLE SUE ORIGINI

Il cura Brochero non era un uomo famoso. Era un uomo del popolo, normale e fragile, dalle origini nascoste e umili, che ha saputo fare della sua vita un dono per gli altri, facendo il bene nel nome di Gesù. Emerse dall’oscurità della sua esistenza come un sole splendente, diffondendo luce e calore.

Mi viene in mente la bellissima riflessione di Matthew Fox nel suo libro In principio era la gioia: “L’oscurità è l’origine di ogni cosa che nasce: le stelle nascono nell’oscurità dello spazio, le idee e le immagini nascono nell’oscurità del cervello, i figli e le figlie nascono nell’oscurità del ventre materno e i movimenti di liberazione nascono dall’oscurità della schiavitù e del dolore. Ma la creatività nasce anche dal piacere e dalla gioia e trova il suo fine sufficiente in essi. Il nostro cuore lavora bene al buio, le radici profonde e oscure nutrono e radicano il grande albero, il seme sottoterra cresce nel buio. Siamo avvolti dal mistero dell’oscurità” (Fazi Edizioni, 2011).

José Gabriel del Rosario Brochero nacque a Santa Rosa de Río Primero (Córdoba, Argentina) probabilmente il 16 marzo 1840, sebbene sia stato registrato all’anagrafe un giorno dopo, quando ricevette il Battesimo. I genitori, Ignacio Brochero e Petrona Dávila, erano poveri ed ebbero dieci figli. Un figlio si fece prete e tre figlie seguirono la vita consacrata, entrando tra le Figlie di Maria Santissima dell’Orto, fondate da sant’Antonio Maria Gianelli.

Per comprendere meglio le umili origini di Brochero bisogna illuminarle con i valori teorizzati nella teologia del popolo (cfr Ciro Enrique Bianchi, Introduzione alla teologia del popolo, Emi 2015).

Dice Papa Francesco nella Prefazione al libro: “Sotto il profilo storico, il nostro continente latinoamericano è marcato da due realtà: la povertà e il cristianesimo. Un continente con molti poveri e con molti cristiani. L’incarnazione del Vangelo in America ha prodotto una «originalità storico-culturale» . Quando ci avviciniamo al nostro popolo con lo sguardo del buon pastore, quando non veniamo a giudicare ma ad amare, troviamo che questo modo culturale di esprimere la fede cristiana resta tuttora vivo tra noi, specialmente nei nostri poveri.

I nostri popoli si identificano particolarmente con il Cristo sofferente, lo guardano, lo baciano sui piedi feriti, come a dire: questi è colui “che mi ha amato e ha dato sé stesso per me” (Gal 2,20). Molti di essi, colpiti, ignorati e depredati, non abbassano le braccia. Con la loro caratteristica religiosità si aggrappano all’immenso amore che Dio ha per loro e che li fa tornare consapevoli della propria dignità. Trovano anche la tenerezza e l’amore di Dio nel volto di Maria. In lei vedono riflesso il messaggio essenziale del Vangelo» (DA 265)”. 

La Chiesa è chiamata ad accompagnare e a fecondare incessantemente questo modo di vivere la fede dei suoi figli più umili. In questa spiritualità c’è un «ricco potenziale di santità e di giustizia sociale» (DA 262) di cui dobbiamo valerci per la Nuova Evangelizzazione”.

L’EVANGELIZZAZIONE

Cercheremo di mettere in evidenza le principali aree e gli aspetti tipici e i contenuti dell’ evangelizzazione operata dal Cura Brochero.

1 – Sacerdote di paese

Visse anzitutto una vita da sacerdote.

Il discernimento vocazionale di Brochero, iniziato nell’infanzia, fu lungo e travagliato. Un suo amico, Ramón José Cárcano, testimonia di averlo spesso udito esprimere dubbi e incertezze sul suo diventare sacerdote.

Alla fine, José Gabriel entrò nel Collegio Seminario «Nuestra Señora de Loreto» a Cordoba il 5 marzo de 1856, a sedici anni. Il 16 luglio 1862 ricevette la tonsura e i quattro Ordini Minori. Venne ordinato suddiacono il 26 maggio 1866 e diacono il 21 settembre dello stesso anno. Poco prima, il 26 agosto 1866, aveva aderito al Terz’Ordine Domenicano. Il 4 novembre 1866, fu ordinato sacerdote dal vescovo José Vicente Ramírez de Arellano.

Scrive a proposito della sua ordinazione sacerdotale: «Ho avuto molta paura. Sono solo un povero peccatore, così pieno di limiti e miserie. E mi domandavo: “Saprò essere fedele alla vocazione? In che imbroglio mi sono messo?”. Ma subito una sensazione immensa di pace invase il mio essere. Perché se il Signore mi aveva chiamato, Egli sarebbe stato fedele e avrebbe sostenuto la mia fedeltà; inoltre, Gesù Buon Pastore, non nega mai i suoi doni a coloro che lo seguono e sono “altri Gesù”».

E ancora: «Solo convertendo noi stessi in un nuovo magnificat potremo diventare ciò che Dio vuole che siamo, umili servitori, sui quali si effonde la misericordia di Dio per poter offrire la propria vita per amore al mondo. Oggi, per intercessione della Madre della misericordia, dobbiamo essere artefici della pace, strumenti di riconciliazione, costruttori di unità e testimoni della misericordia, affinché Dio voglia servirsi di noi e ricordarsi della sua eterna misericordia, ossia della grande promessa di Dio fatta ai nostri padri a favore di Abramo, di noi e del suo popolo per i secoli dei secoli».

Da novello sacerdote, José Gabriel fu impegnato su tre fronti: collaboratore pastorale presso la Cattedrale di Córdoba, prefetto agli studi del Seminario Maggiore avendo ottenuto nel 1869 il titolo di maestro in filosofia presso l’Università di Córdoba, e servitore instancabile durante l’epidemia di colera che afflisse la città di Cordoba nel 1867, colpendo 4 000 persone.

L’epidemia di colera aveva devastato la città di Cordoba colpendo 4000 persone, si mise a totale disposizione dei malati e dei moribondi, sorprendendo tutti per la sua generosità. «Il cura Brochero come uomo di fede, povero e generoso, piuttosto che fuggire dal flagello, andò di casa in casa consolando e assistendo nelle loro necessità materiali e spirituali gli ammalati. Consolò le famiglie e diede sepoltura cristiana alle vittime dell’epidemia. È proprio a partire da questo fatto che la gente iniziò a scoprire che in mezzo ad essa c’era un uomo di Dio».

Il 18 novembre 1869, fu destinato alla parrocchia di San Alberto di Villa del Transito, giungendovi da Cordoba dopo tre giorni di viaggio in sella alla sua mula “malacara, facciabrutta”, così chiamata perché non era bella.

Era una parrocchia di diecimila persone, sparse su 436.000 chilometri quadrati, popolata da gauchos, contadini e briganti, dove le comunicazioni erano difficilissime per la mancanza di strade e le barriere delle Sierras Grandes. Si dedicò anima e corpo all’evangelizzazione della popolazione, alla cura degli infermi ed anche all’organizzazione civile. Trascorreva il suo tempo tra i più umili contadini delle colline attorno a Cordoba, vestito come un gaucho con un poncho sulle spalle che copriva la talare, stretta in vita da una cintura di cuoio. In testa aveva un cappello dalle ampie falde; in mano il libro di preghiere e il messale, tenuti insieme con un nastro rosso per non perderli durante i viaggi.

Vestiva così per immedesimarsi con la sua gente. Usava un linguaggio semplice e diretto, molto colloquiale, con lo scopo di farsi comprendere da gente analfabeta che parlava solo il dialetto. La gente lo chiamava “Cura gaucho” perché, da buon argentino, sapeva cavalcare, domando muli e cavalli come sa fare un buon mandriano.

Fu un prete factotum nel paese:“Manca un falegname? Lui è falegname. Manca un ‘peòn’? Lui è ‘peòn’. Arrotola la tonaca ovunque sia , prende la pala o la zappa e apre una via pubblica in quindici giorni, aiutato dai fedeli. Manca tutto? Lui è tutto! E lo fa con il sorriso sulle labbra e la soddisfazione nell’anima, per la maggiore gloria di Dio e a beneficio degli uomini” (Il quotidiano di Cordoba, citato da Liliana Denaro nel libro “Il prete di paese, Josè Gabriel Brochero”).

Confessava per lunghe ore, convinto che «Il sacerdote che non prova molta pena per i peccatori è mezzo sacerdote. Questi paramenti benedetti che indosso non mi fanno sacerdote; se non alberga dentro di me la carità non sono nemmeno cristiano».

“Percorreva i lunghi sentieri aridi e desolati dei duecento chilometri quadrati della sua parrocchia, cercando casa per casa i vostri bisnonni e trisnonni, per chiedere loro se avevano bisogno di qualcosa e per invitarli a fare gli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola. Conobbe ogni angolo della sua parrocchia. Non rimase in sacrestia a pettinare pecore. Il Cura Brochero era una visita di Gesù stesso a ogni famiglia. Portava con sé l’immagine della Vergine, il libro delle preghiere con la Parola di Dio, il necessario per celebrare la Messa quotidiana. Lo invitavano a bere un mate, chiacchieravano e Brochero parlava loro in un modo che tutti comprendevano perché gli usciva dal cuore, dalla fede e dall’amore che nutriva per Gesù” (Papa Francesco, Lettera a Mgr. José Maria Arancedo).

2 – Un pastore in uscita: lo stile missionario

Abbiamo già presentato vari aspetti del suo stile di apostolato e di vita missionaria, del suo modo di vestire, di predicare, di farsi prossimo aiutando. Aggiungeremo qui qualche elemento che lo caratterizza.

Brochero venne soprannominato il “cura gaucho”, cioè il prete gaucho. Sappiamo dal poema di José Hernandez, Martin Fierro (1872), che un gaucho era discendente di spagnoli sposatisi con indios, conduceva vita difficile, povera e semplice, ed era spesso disprezzato perché pascolava il bestiame, allevando soprattutto vacche. Il suo mezzo di trasporto era il cavallo o la mula, che gli permetteva di percorrere enormi distese. Ma questa umile origine non gli impedì di essere amato dalla gente.

Come prete in uscita, «Brochero si caratterizzava per l’andare incontro ai bisognosi. Sentì fortemente in sé il mandato di annunciare il vangelo a ogni creatura e quando nel cuore della notte, lo chiamavano per confessare un moribondo, non temeva di affrontare il freddo, la tormenta di neve o i sentieri impervi perché non voleva che “il diavolo gli rubasse un’anima”. “Come tutti i grandi uomini, Brochero è stato un precursore. Era in avanti nelle idee e nei metodi pastorali e missionari del suo tempo, cercava nuovi modi di trasmettere integralmente il messaggio cristiano”(Episcopato argentino, 1964).

Egli ha diretto tutti i suoi sforzi per promuovere una pastorale dell’incontro e su questo ha progettato il ministero, costruendo la comunità ed edificando ponti di relazione; ma, questo “amore pastorale” sgorgava sempre da quello che lo faceva entrare, cuore a cuore, in colloquio con Dio.

Portava infatti il vangelo ai contadini dell’entroterra, in terre sperdute e dure da viverci. Nel 2009 il Cardinal Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, elogiò Brochero proponendolo quale esempio di “sacerdote che usciva, che andava verso l’incontro”. Esercitò il suo apostolato nelle periferie geografiche ed esistenziali delle Sierras Grandes, “non accontentandosi di pettinare bambole in sacrestia”.

Enzo Bianchi, usando le parole di papa Francesco così le descrive: “Le periferie esistenziali sono i luoghi in cui “c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni” (messa crismale 28 marzo 2013); sono i luoghi abitati “da tutti coloro che sono segnati da povertà fisica e intellettuale” (convegno di Roma 16 giugno 2016); sono i luoghi dove sta “chi sembra più lontano, più indifferente” (Omelia nella giornata mondiale della gioventù, Rio de Janeiro, 28 luglio 2013), dove “Dio non c’è” (Visita pastorale ad Assisi, Incontro con il clero e i religiosi, 4 ottobre 2013); sono “le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo” (Evangelii gaudium 20). Ecco dove il Vangelo deve giungere, perché lì nessuno lo fa brillare, lo evoca, vi allude: qui sono le periferie esistenziali” (E. Bianchi, Con il vangelo nelle periferie esistenziali, 37 Convegno nazionale Caritas, Cagliari 2014).

Viveva in povertà, amando ed aiutando i poveri della zona. Il suo vestito era sempre umile e povero. Molte volte, la signora Zoraida Viera de Recalde che gli lavava i vestiti gli domandava: “Signor Brochero, e quella camicia nuova che aveva?!”. Il prete rispondeva: “L’ho data a un altro che ne aveva più bisogno di me”».

“Dio è dappertutto — scriveva — però è più vicino ai poveri che ai ricchi. È come i pidocchi”. I prediletti dei pidocchi sono proprio i più miseri, gli indigenti, quelli che non si lavano, né si vestono bene e non hanno cibo a sufficienza.

“L’immagine del pidocchio è quanto mai eloquente: l’animaletto si attacca ai capelli e non si schioda se non difficilmente, così fa Dio con i più bisognosi e i peccatori: si incolla letteralmente a essi” (Nicola Gori, L’Osservatore Romano, 14 settembre 2015).

“Se guardiamo la sua vita troveremo riflesso un esempio vivo per ogni sacerdote, un esempio concreto e profetico di quel che il nostro popolo desidera vedere realizzato nei propri pastori. Un segno del suo stile sacerdotale è stata la chiara consapevolezza che Dio è la fonte autentica della dignità umana e che predicare Cristo è pertanto sospingere ogni uomo verso una vita più degna e umana. Nella sua mente e nel suo cuore di pastore, evangelizzazione e promozione umana formavano un binomio inseparabile. A differenza di molti sacerdoti dell’epoca, il padre Brochero comprese la sua missione in un modo ampio, integrale, senza limitarsi ai sacramenti. Il suo zelo evangelizzatore l’ha portato a migliorare le condizioni di vita dei suoi fedeli: telegrafo, stampa, scuole pubbliche, strade, progetti per la ferrovia e per la costruzione di una diga, promozione del turismo, istruzione per le donne…” (Vescovi della Provincia di Cordoba, 2012).

Brochero incentrò la sua azione pastorale sulla preghiera, sull’Eucarestia e sull’amore all’Immacolata e sugli Esercizi Spirituali. «L’ostia consacrata è un miracolo di amore, un prodigio di amore, una meraviglia dell’amore, un complemento di amore ed è la prova più chiara del suo infinito amore verso di me, verso voi e verso l’uomo».«Come la Madonna alle nozze di Cana, anch’egli ha saputo dire a Gesù: “Non hanno acqua”, “non hanno educazione”, “non hanno strade”, “non hanno mezzi adatti per incontrarsi come fratelli e commercializzare i loro prodotti…”».

“Padre Brochero ha vissuto più di cent’anni fa quelli che noi vescovi proponiamo oggi come atteggiamenti pastorali: l’entusiasmo, l’allegria e la vicinanza” (Mons. Santiago Olivera, Vescovo di Cordoba). “Non è stato un cristiano triste”. “Conosceva l’allegria che viene da Gesù e voleva contagiare tutti. Brochero ci spinge, come battezzati, ad andare alle frontiere, perché l’unzione arrivi a tutti, anche alle periferie, lì dove il nostro popolo fedele più la aspetta”.

3 – Gli esercizi spirituali

Il Cura Brochero era profondamente convinto che gli esercizi spirituali fossero un cammino efficace per la sua conversione e quella dei suoi parrocchiani. “Sono bagni dell’anima”, “scuola di virtù e morte dei vizi”, diceva, invitando tutti ad andare fino a Cordoba per partecipare agli esercizi spirituali.

“Chiedevo in giro chi era la persona più ‘condannata’, più ubriacona e ladrona della zona. Le scrivevo allora un bigliettino dicendole che desideravo trascorrere due giorni nella sua casa, celebrare messa, predicare e confessare, e che quindi avvisasse i suoi amici. In questo modo sapevo che quella gente veniva ad ascoltarmi perché se fossi andato da una buona famiglia quei furbacchioni non si sarebbero avvicinati. E là dicevo solo che volevo fare il loro bene a mie spese e che volevo insegnar loro il modo di salvarsi e qui tiravo fuori il Santo Cristo invitandoli agli Esercizi Spirituali”.

Continuò così, da vero criollo, l’apostolato di Mama Antula, la beata Maria Antonia de Paz y Figueroa (1730 – 1799) , chiamata “Antula” perché i popoli d’origine “quechua” chiamavano così le donne di nome “Antonia”, riuscendo a predicare gli Esercizi di S. Ignazio a ben 40.000 persone, in 40 anni di apostolato.

Ebbe la passione del metodo ignaziano fin da quando entrò nell’Universidad San Carlos di Cordoba nel 1858, dove comprese che “gli Esercizi Spirituali rappresentano una via e un metodo particolarmente prezioso per cercare e trovare Dio, in noi, attorno a noi e in ogni cosa, per conoscere la sua volontà e metterla in pratica”, mettendo ordine nella propria vita.

Essendo Cordoba lontana e di difficile accesso, costruì una casa per Esercizi a Villa del Transito, inaugurata nel 1877, con la collaborazione dei suoi parrocchiani che cuocevano mattoni e piastrelle, trasportavano la pietra calcare necessaria e i tronchi di alberi.

Egli sapeva aiutare le persone a rientrare in sé, a prendere coscienza della propria situazione e iniziare un cammino di vera conversione.

Proponeva “Una lunga preghiera davanti al crocifisso per conoscere, sentire e assaporare l’amore tanto grande del cuore di Gesù e poi tutto culminava con il perdono di Dio nella confessione, con un sacerdote pieno di carità e di misericordia. Moltissima misericordia! «Avvicinati, figlio mio, a quella croce, e contempla com’è afflitto Gesù Cristo che soffre per i tuoi peccati». «Figlio, guarda com’è conciato Gesù: gli hanno fatto saltare i denti e perde un mare di sangue. Guarda la testa ferita e piena di spine, per te che rubi la pecora al vicino. È per te che egli ha le labbra spaccate e ferite. Guarda come gli hanno trafitto i piedi con i chiodi, tu che menti e odii». Parole forti che penetravano nel cuore dei paesani, fino a farli intenerire e piangere.

«Non siamo cristiani per un’idea o una decisione etica, ma per incontrarci con Gesù». E ai suoi sacerdoti che lo aiutavano raccomandò per iscritto «che quanto più i fedeli sono peccatori o rudi o incivili, tanto più li dovete trattare con dolcezza e amabilità nel confessionale, dal pulpito e nella relazione personale».

4 – La promozione umana

Il segreto della santità di Brochero non consiste tanto in fatti straordinarie, ma nell’aver vissuto con intensità i due amori di un pastore vero: Dio e l’uomo.

Fu prete integerrimo, e comprese nel discernimento costante della realtà che Vangelo e promozione umana sono due facce di una stessa medaglia. La fede infatti, doveva incarnarsi, guarendo, migliorando e trasformando la vita e la realtà di chi la riceveva. “Brochero ha scoperto che la trasformazione della società e il progresso, anche se materiale, erano legati al progresso spirituale”. “Il Vangelo è stato per lui culmine e punto di partenza. E’ stato un uomo che, dall’identità profonda della sua fede, si è impegnato nella costruzione di un Paese nel quale tutti, perfino i più lontani, potessero sentirsi inclusi” (Mons. Santiago Olivera, Cura Brochero, Pastor con olor a oveja, LEV 2017) .

Con le buone conoscenze di ingegneria che aveva, costruì strade e ponti, scuole, cimitero, e uffici postali, e riuscì perfino ad ottenere dal Governo l’approvazione di una linea ferroviaria di quasi 300 km.

La grandezza sta nell’aver intuito che ogni azione sociale è espressione dell’energia spirituale che viene dall’unione con Cristo. In questo modo faceva della promozione umana un mezzo sicuro di evangelizzazione.

Consumerà tutta la sua vita perché i poveri potessero riscoprire la loro dignità umano-divina. Il suo aiuto materiale diventava così un aiuto spirituale offerto a tutte le persone di buona volontà. 

IL TRAMONTO PASQUALE

Malato, accettò per un breve periodo il canonicato nella Cattedrale di Cordoba, ma ritornò in seguito alla sua amata Villa del Transito.
Beveva il mate con la gente, e frequentando i lebbrosi contrasse la loro malattia. Divenne sordo e cieco.

«Visitando i lebbrosi della zona contrasse la malattia che sopportò durante i suoi ultimi anni, la lebbra. Si può ben dire che fu un martire della carità. Una persona che lo conobbe, ricorda che nella parrocchia c’era un lebbroso che aveva un brutto carattere, bestemmiava e nessuno voleva avvicinarsi a lui. Brochero gli si avvicinò, gli portava da mangiare, lo puliva, beveva il mate con lui. La sua stessa nipote gli diceva di non andare da lui ed egli le rispondeva: “Forse l’anima di questo pover’uomo non vale niente?”, e continuò a servirlo; lo trasformò in un mite agnello. Il lebbroso si confessò da lui e morì santamente avendo ricevuto tutti i sacramenti».

Lasciò poi la Parrocchia, ritirandosi nella casa della sorella Aurora che si prese cura di lui. Ogni giorno celebrava la messa in onore della Madonna —“La mia Immacolata”—, come la chiamava lui, perché essendo cieco, era l’unica che conosceva a memoria.

Sentendo le forze venir meno, il 28 ottobre 1813 dal Tránsito, in una lettera a Monsignore Martín Yaníz, Vescovo di Santiago del Estero, e suo compagno di studio, scriveva “Mio caro, ricorderai che dicevo di me stesso che sarei stato sempre tanto energico, come il cavallo Chesche che morì galoppando; ma non tenevo mai conto che è Dio Nostro Signore che vivifica e mortifica, che dà le energie fisiche e morali e che le toglie: ebbene, sono quasi completamente cieco, distinguo appena la luce del sole, non riesco a vedere neppure le mie mani, inoltre ho quasi perso la sensibilità dai gomiti alla punta delle dita e dalle ginocchia ai piedi, e così qualcuno deve aiutarmi a vestirmi e a svestirmi; la messa la dico a memoria, è quella della Vergine il cui Vangelo è: extollens quaedam mulier de turba…; per dividere l’ostia consacrata, e per mettere la palla rotonda al centro del corporale chiamo l’aiutante perché mi dica se ho preso bene la forma, perché si divida dove ho indicato, e se la palla rotonda è al centro del corporale per ripiegarlo; faccio molta fatica a piegarmi e moltissima a raddrizzarmi, anche se mi afferro alla mensa dell’altare. Vedi come si è ridotto Chesche, l’energico, il brioso. Ma è un grandissimo favore che mi ha fatto Dio Nostro Signore liberandomi completamente dalla vita attiva e lasciandomi solo con la vita passiva, voglio dire che Dio mi ha dato come occupazione… di pregare per gli uomini passati, per quelli presenti e per quelli che verranno fino alla fine del mondo. Il Signore non ha fatto lo stesso con te; ti ha caricato dell’enorme peso della mitra finché non ti toglierà da questo mondo, perché ti ha considerato più uomo di me, per non dirti apertamente che sei stato e sei più virtuoso di me. Mi ha spinto a scriverti il fatto di aver sognato per tre volte di stare in funzioni religiose accanto a te, e anche perché il 4 del prossimo mese celebreremo 47 anni da quando Dio ci ha scelti come principi della sua corte, per la qual cosa gli rendo sempre grazie, affinché ci ritroviamo insieme nel gruppo degli apostoli nella metropoli celeste. J. Gabriel Brochero”.

Morì, o meglio visse la sua pasqua, a Villa Tránsito tre mesi dopo aver scritto questa lettera, il 26 gennaio 1914. «Ora ho tutto pronto per il viaggio» («Ahora tengo ya los aparejos listos pa’l viaje»).

LA GLORIFICAZIONE

San Giovanni Paolo II lo dichiarò venerabile nel 2004, indicandolo come “il Curato d’Ars d’Argentina”, riprendendo le parole del Cardinal Eduardo Francisco Pironio.

È noto come la sua causa è stata ferma per molto tempo per il problema delle spigolosità del suo carattere e le cosiddette “parolacce ” che lui pronunciava. Il tempo rivelò che le sue parole non erano né volgari né raffinate: erano le parole adatte a ciascuno.

Il 20 dicembre 2012 papa Benedetto XVI firmò la dichiarazione che riconosceva il miracolo avvenuto a Nicolas Flores, un bambino finito in punto di morte per un incidente stradale subito il 28 settembre 2000.

La beatificazione fu presieduta dal cardinal Angelo Amato, e si è svolta a Villa Cura Brochero il 13 settembre 2013. “Lasciamo che il Cura Brochero entri oggi, con la mula e tutto il resto, nella casa del nostro cuore e ci inviti alla preghiera, all’incontro con Gesù, che ci libera dai legami per uscire in strada a cercare il fratello, a toccare la carne di Cristo in colui che soffre e ha bisogno dell’amore di Dio. Solo così assaporeremo la gioia che sperimentò il Cura Brochero, anticipo della felicità di cui gode ora come beato in cielo” (Amato, omelia).

Il 22 gennaio 2016 papa Francesco riconobbe il il secondo miracolo in favore di Camila Brusotti, che all’età di otto anni, brutalmente picchiata da sua madre e dal suo patrigno, e rimasta per più di due mesi incosciente in terapia intensiva, tornò a camminare dopo un infarto cerebrale.

Fu canonizzato a Roma il 16 ottobre 2016. La memoria liturgica è stata fissata al 16 marzo. I suoi resti mortali sono invece venerati nel santuario della Madonna del Transito, a Villa Cura Brochero.

PREGHIERA

O Gesù, Pastore grande delle pecore, che nel Cura José Gabriel Brochero hai messo l’amore per i poveri e la brama di farsi presente nelle periferie esistenziali delle Grandi Sierre fino ad ammalarsi  di lebbra, noi ti lodiamo e ti ringraziamo perché lo hai profumato con l’odore delle pecore.

Sul suo esempio, donaci di fondare l’evangelizzazione sulla preghiera e sull’eucarestia, sull’amore alla parola di Dio nel discernimento quotidiano, per portare come Maria la consolazione a chi è nel bisogno, promuovendo la dignità di ogni persona, e migliorando le sue condizioni di vita.

Amen.

p. Giuseppe Ronco IMC

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