GIUSEPPE ALLAMANO, PADRE E MAESTRO DI MISSIONARI

Quando Giuseppe Allamano parla dei due Istituti missionari da lui fondati, lo fa riferendosi sempre ad essi come a delle famiglie. La famiglia è per lui un modello di vita, non soltanto quella di Nazaret, esempio di ogni famiglia cristiana, ma anche la sua stessa famiglia, quella che ha conosciuto nell’ambiente contadino del Monferrato in cui è stato generato e in cui è cresciuto da bambino. L’ambiente familiare ha caratterizzato la spiritualità dell’Allamano, sebbene poco tempo dopo la sua nascita (aveva meno di tre anni) gli è venuta a mancare la presenza della figura paterna, a causa della prematura scomparsa di suo padre Ottavio. Maria Anna, la madre, di temperamento forte e risoluto, si prende cura del focolare, mentre le figure maschili di riferimento per il giovane Giuseppe diventano, in modo più o meno presente, i due zii sacerdoti: don Giovanni Allamano e don Giuseppe Cafasso, fratello della madre… il Santo. 

Sovente succede che le cose belle e buone delle quali si è stati privati o a cui si è dovuto rinunciare in giovane età vengano successivamente valorizzate e ricercate con decisione quando si cresce. Così è stato per Giuseppe Allamano: lui, orfano di padre in età infantile, sarà a tutti gli effetti il “padre” dei suoi missionari e delle sue missionarie.

“Noi formiamo qui una famiglia”. Per l’Allamano un Istituto missionario è innanzitutto un luogo dove si cresce insieme, dove si lavora in unità di intenti, dove si vive in uno spirito comune: lo “spirito di famiglia”, appunto, da lui predicato ed esortato con forza ogni volta che parla della vita comunitaria. Per crescere in questo spirito c’è bisogno di fiducia, confidenza, ma anche di una disciplina che favorisca interessamento, impegno e collaborazione alla causa comune. Nessuno deve dire “Non tocca a me”, perché ognuno, pur a titolo diverso, si deve sentire responsabile della vita della propria comunità e della missione di tutto l’Istituto. 

Della grande famiglia dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, l’Allamano è il padre, assumendo così un ruolo dalle molteplici sfaccettature. Il padre è colui che dà la vita. Missionari e missionarie esistono, lavorano e ancora oggi portano il nome della Consolata, in più di trenta Paesi, sparsi in quattro diversi continenti perché l’Allamano li ha fondati il 29 gennaio del 1901 e del 1910, rispettivamente. Al padre si guarda per vedere la propria origine e per illuminare presente e futuro con la luce dell’esperienza del passato.

Il padre è anche colui che fa rispettare “lo spirito di disciplina”, quell’ordine interno che permette di lavorare insieme sullo stesso progetto, “di fare il bene, di farlo bene, nel tempo, nel luogo e nel modo indicato”. L’Allamano è attento e rigoroso anche nella preparazione personale di coloro che forma alla missione. Buona educazione, “finezza di tratto”, eleganza nei modi, umiltà e mansuetudine, spirito di servizio e disponibilità, dominio di sé, moderazione del comportamento… sono solo alcune delle caratteristiche di colui o colei che Giuseppe Allamano indirizza all’attività missionaria. A queste caratteristiche si aggiunga la preoccupazione del Fondatore per la preparazione teologica, ma anche pratica e scientifica dei missionari: “Il missionario ignorante è un idolo di tristezza…”. Come un padre esigente e premuroso, attento al futuro dei propri figli, l’Allamano pretende che venga curato lo studio delle lingue e delle culture, che si apprenda tutto quanto può servire al futuro apostolato. Un buon padre di famiglia è anche colui che si prende cura dell’orientamento e del futuro della propria prole, indicando un cammino. Questo aspetto formativo, l’Allamano non lo delega a nessuno: “Lo spirito ve lo do io”. Con questa frase egli si assume la paternità del carisma che desidera trasmettere ai propri missionari, quello di una famiglia di consacrati all’evangelizzazione dei popoli, che con dedizione al lavoro e in spirito mariano, eucaristico ed ecclesiale, vive con passione (il “fuoco”) la sua specifica vocazione missionaria.

L’Allamano riveste questo ruolo di guida e di maestro con alcune caratteristiche specifiche:

a) Una grande attenzione alla realtà, al contesto diremmo oggi. L’Allamano fu “uomo con le antenne”, capace di cogliere i segni dei tempi e voleva che così fossero i suoi missionari. Cultura, storia, lingua, necessità concrete sono elementi da tenere costantemente in considerazione.

b) Un’ancor più grande attenzione alle persone. Che si trattasse delle persone evangelizzate, degli stessi missionari, dei loro familiari, delle persone che frequentavano il santuario della Consolata di cui per 46 anni è stato Rettore, l’Allamano ha sempre messo la persona al centro.

c) Presenza. Pur non avendo mai potuto condividere con i suoi missionari e le sue missionarie la gioia della “partenza” in missione (la sua salute cagionevole non glielo ha mai permesso) l’Allamano è sempre riuscito ad essere presente grazie ad una continua, fitta e profonda corrispondenza e la disponibilità al dialogo personale. Alcune delle testimonianze più belle sul Fondatore sono state date proprio in merito alla capacità di ascolto, accoglienza e presenza che l’Allamano era capace di offrire. In questo ha sicuramente dato uno stile, un modello pedagogico a cui fare riferimento. Queste poche caratteristiche della paternità spirituale di Giuseppe Allamano ci rendono l’insegnamento del Fondatore concreto ed adattabile all’oggi e alle sfide missionarie che oggi ci coinvolgono. La figura del padre ha oggi perso smalto e il suo ruolo sociale si è appannato al punto che più di un commentatore parla di scomparsa o eclissi del padre. Eppure, il bisogno di radicarsi nei valori forti di coloro che ci hanno preceduto e che hanno saputo sacrificare parte o tutta la loro vita per il bene comune; il bisogno di una “disciplina comunitaria” che ci aiuti a ricordare l’importanza del lavorare insieme, il bisogno di rimettere al centro la persona, colta nel suo contesto e sovente accolta nelle sue fragilità, ci dicono tutta l’attualità di un padre come  Giuseppe Allamano, non soltanto per le nostre famiglie missionarie, per la vita di Chiesa, ma anche per le nostre relazioni sociali in generale.

di padre UGO POZZOLI, IMC

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *