UN GUADO, DI NOTTE

Lotta di Giacobbe con l’angelo

Nel 587 a.C. i babilonesi conquistano Gerusalemme e distruggono il tempio e la reggia. Da un paio di secoli gli imperi mesopotamici avevano instaurato la prassi di togliere ogni voglia e possibilità di ribellione alle nazioni conquistate, deportandone la classe dirigente: la famiglia regia e i nobili, ma anche sacerdoti, scribi, commercianti, artigiani e contadini particolarmente ricchi o importanti, tutti coloro che in una rivolta avrebbero avuto l’autorevolezza e la capacità di mettersene alla guida. Gli assiri (che avevano conquistato il regno di Samaria, Israele del nord, nel 721 a.C.) sparpagliavano i deportati in tutto l’impero, perché non potessero neppure parlare tra di loro, mentre i babilonesi, più fiduciosi nella capacità di seduzione della loro ricchissima capitale, portavano tutti lì e lasciavano che si raccogliessero anche in comunità omogenee. È questa differenza a rendere possibile ciò che avvenne con gli ebrei, pur verificandosi solo con loro. Ossia che i deportati non rinunciarono alla propria lingua e cultura, ma riuscirono a tenerla in vita, attaccandosi alla propria eredità religiosa. È (molto probabilmente) in quel contesto che decisero di raccogliere e organizzare in cinque libri le proprie fondamenta, che erano religiose ma anche culturali ed etniche. Seguendo il cliché semita, ritenevano che le relazioni culturali avevano il fondamento in antenati comuni, e strutturarono così il proprio racconto: gli ebrei erano tali perché discendevano tutti da un unico patriarca, Giacobbe, anche chiamato Israele.

Coloro che composero la Bibbia non potevano né volevano inventarsi tutto, ma raccolsero tradizioni, racconti e forse anche già pezzi di scritti che riguardavano quella preistoria. Insieme, però, avevano le idee chiare su ciò che volevano che si capisse di quella storia. Volevano infatti che si cogliesse che l’elemento fondamentale del rapporto con Dio era la fiducia nei suoi confronti. Per questo posero un personaggio come Abramo (forse un po’ più frutto di “invenzione”, anche se sulla base di tradizioni molto antiche) all’inizio del percorso, per “tracciare la via giusta” e per potersi poi permettere di non censurare tante delle tradizioni su Giacobbe che sembravano meno edificanti.

Anche se pure per Giacobbe colsero, e suggerirono, che alla fine, nel momento più decisivo della sua vita, aveva dovuto imparare a fidarsi di Dio, e che quello era stato l’evento fondamentale della sua esistenza.

Giacobbe e Esaù da Giovanni Andrea di Ferrari

Ingannatore e violento

Giacobbe ha un fratello gemello, Esaù (detto Edom, “il rosso”, capostipite degli Idumei, che vivevano nel deserto a sud di Giuda). In una società patriarcale come quella semitica antica, che il primo parto sia gemellare è sempre un problema, perché il primogenito ha molti privilegi e bisogna essere sicuri di chi sia nato prima (una questione simile si ripresenta per i figli di Giuda e Tamar: Gen 38,27-30). Giacobbe è il secondogenito, anche se nasce tenendo il fratello per il tallone, e la madre li aveva sentiti litigare già durante la gravidanza (Gen 25,22-26). In effetti, Giacobbe non è disposto ad accettare il proprio ruolo di secondogenito.

Un giorno il fratello, cacciatore, ritorna dalla campagna e lo trova già a tavola che mangia una minestra; affamato, gliene chiede un po’, ma Giacobbe chiede in cambio che gli ceda la primogenitura (Gen 25,29-34). Può sembrare uno scherzo, ma sarà preso sul serio. Quando il padre si sente vicino alla morte, chiede a Esaù di cacciare e cucinargli qualcosa, per poi ricevere la benedizione del primogenito; la madre, che preferisce Giacobbe, gli cucina un capretto e lo fa vestire con quelle pelli per ingannare il padre (Esaù era peloso, ci viene detto, e il padre Isacco cieco: Gen 27). Quando Esaù viene a sapere di essere stato defraudato, progetta di uccidere il fratello non appena il padre sia morto. Per questo la madre lo fa andare lontano, da un parente (Gen 27,41-46). Là si fa largo rimproverando lavoratori che non conosce (Gen 29,7) e si innamora di Rachele, che accetta di prendere in moglie in cambio di sette anni di lavoro (29,15-20). Solo che anche Rachele è secondogenita, e Lia, la sorella brutta (29,17), dovrebbe essere sposata per prima. Lo “scaltro” suocero decide quindi di dare in moglie a Giacobbe Lia e non Rachele (29,21-30): per una volta, l’ingannatore viene ingannato.

Dopo aver servito il suocero per altri sette anni, Giacobbe organizza un altro inganno ai danni del suocero per farsi un gregge forte e sano e infine, quando quello è lontano, fugge con mogli, figli, schiavi e animali (Gen 30-31). Torna nella terra di Canaan, forse sperando che Esaù abbia dimenticato tutto. Mentre si avvicina, viene però a sapere che il fratello gli sta organizzando un comitato d’accoglienza… composto da quattrocento uomini armati. Evidentemente i vent’anni trascorsi non erano stati sufficienti per fargli dimenticare quanto accaduto.

E Giacobbe, che ancora vuole tenere tutto sotto controllo e non fidarsi di niente, si comporta da vero balordo. Divide il suo grande accampamento in due: davanti la moglie che non gli piace, con i suoi figli, metà servi e metà greggi, poi la moglie che ama, con i suoi e il resto degli schiavi e degli animali. E lui… ancora dietro. Forse perché sa che il fratello ce l’ha solo con lui, o forse perché è disposto a rischiare la vita degli altri, ma non la propria.

Lotta di Giacobbe con l’angelo da BL Royal

Allo Iabbok

Ma poi ci sono passaggi che obbligano a scegliere.

Lo Iabbok è un importantissimo uadi che scende nel Giordano da est. Uno uadi è un letto di torrente secco per dieci mesi all’anno. Ma quando piove, si riempie di acqua trascinante e non guadabile. Le rive dello uadi, senza vegetazione, sono quindi ripide e complicate da scendere e risalire. Di fatto è un “confine” da attraversare lentamente e che costringe ad essere vulnerabili: se un nemico ti vuole colpire dall’altro lato, per lungo tempo sei raggiungibile da una freccia. In più, se arrivi allo uadi quando ha piovuto, non puoi neppure arrivare dall’altra parte. Nel deserto puoi scappare, ti puoi provare a nascondere, ma ad un guado di uadi non c’è scampo: devi passare da lì, e se sei inseguito… ti prendono.

Finché Giacobbe sta a nord dello Iabbok, gli sarà più semplice fuggire. Ma se lo attraversa, entra nel territorio a portata di mano di Esaù. Non può più essere sicuro di riuscire a scappare.

Ha già mandato avanti tutti i suoi. Li ha già esposti al pericolo, ha continuato a farlo. Ma ora deve decidere se abbandonarli, tornando indietro (verso dove?) oppure proseguire, rischiando la vita. Che farà?

Il testo biblico (Gen 32,23-31) dice che per tutta la notte Giacobbe combatté con un uomo sconosciuto. Sembra quasi che i narratori antichi, poco abituati alla psicologia, non sappiano come esprimere la tensione mortale che blocca Giacobbe. O forse passano direttamente all’interpretazione. Quella angoscia, ci suggeriscono, è sicuramente un’ansia del tutto umana, da parte di un uomo abituato a ingannare, ad avere tutto sotto controllo e a prendersi ciò che ritiene suo. Ma è anche un’ansia che lo chiama ad alzare lo sguardo, a rendersi conto di essere chiamato a qualcosa di più, di diverso.

Giacobbe è combattuto tra la paura, la sicurezza, il controllo… e la percezione che in questo modo non vivrà più. Sopravviverà, ma resterà senza mogli, senza figli, senza prospettive né futuro. Ma coglie che andare avanti significa rinunciare al controllo. Come il popolo ebraico davanti al Mar Rosso, secoli dopo, coglie che davanti c’è la promessa di vita ma anche il rischio della morte, dietro soltanto il fallimento, anche se con le piccole certezze conosciute. Quante volte anche noi ci troviamo in questa situazione?

Il sogno di Giacobbe da Jusepe de Ribera – Lo Spagnoletto

La benedizione

Il racconto biblico prova a dire qualcosa del genere in modo più narrativo… e più trascendente. Chi scrive sa che in ballo non c’è soltanto l’angoscia di Giacobbe, ma l’appello a lui a cambiare registro, a salire di livello. C’è in ballo non la sopravvivenza, ma il senso della vita; non solo un progetto umano, ma Dio.

L’autore di Genesi ci dice che il patriarca lotta tutta la notte, pur essendo stato colpito, e quando sta venendo giorno sente l’avversario che gli chiede di lasciarlo andare. Giacobbe acconsente, a patto di essere benedetto. Non vuole lasciarsi dietro strascichi pericolosi, non vuole rischiare conseguenze. Per essere benedetto, deve dire il nome, deve dichiararsi, diventare anche più vulnerabile. E lo fa. Per la prima volta accetta di mettersi in gioco, di rischiare. Chiede però in cambio il nome dell’avversario, pur avendo probabilmente già intuito davanti a chi si trova. Vuole avere qualcosa in mano, per ricattare il nemico. E il “nemico” non glielo concede, non gli dice il nome. Ma lo benedice.

Giacobbe capisce di aver incontrato Dio, il senso del suo cammino. Comprende di essere stato chiamato a convertirsi, a cambiare modo di fare, a mutare l’approccio alla vita. Zoppicando, prosegue il cammino, verso il fratello e dietro alle mogli. Non ha più certezze. Non ha il nome del “nemico”, che in realtà nemico non è, deve soltanto fidarsi. E si direbbe quasi che Dio, di fronte a un lottatore, entri in dialogo con lui lottando, accettando di scendere sul suo piano. Ma gli chiede comunque di rinunciare a tenere tutto sotto controllo. Perché potrà costruire grandi cose solo fidandosi.

Da adesso in poi, Giacobbe andrà incontro al fratello disarmato, e si riconcilierà; si farà ingannare dai figli (Gen 37), si lascerà condurre in Egitto (Gen 46). Ha imparato ad affidarsi, a non controllare più tutto. A fatica, per strade molto tortuose, combattendo, ma ha incontrato il Dio dell’incontro.

Angelo Fracchia

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