Lasciati consolare da Dio!

Consolation by Stephen Frith from Flickr

Il libro profetico più lungo della Bibbia è quello di Isaia. Lungo, importante e pieno di pagine commoventi.

Non è però un libro unitario. I primi 39 capitoli possono anche sembrare abbastanza coerenti (con qualche inserzione strana) e ci presentano un profeta che invita Israele a confidare solo in Dio e non nei progetti politici. Vengono citati nomi di re, situazioni politiche chiare e ricostruibili, nei capitoli dal 36 al 39 anche una narrazione della storia in cui il profeta è coinvolto.

Con il capitolo 40, però, cambia apparentemente tutto. Persino in traduzione si coglie che lo stile cambia, e l’impressione è di trovarci in un contesto diverso, anche se non se ne dice molto. Soprattutto, questa parte inizia in un modo che non ci saremmo attesi: «Consolate, consolate il mio popolo».

Un libro che germoglia da un libro

L’impressione che cambi lo stile e il contesto non è sbagliata. Da secoli, ormai, i commentatori si sono accorti che il “primo Isaia” (quello che si chiama davvero così) vive nella seconda metà dell’viii secolo a.C., in un contesto in cui Gerusalemme è la capitale di un regno autonomo anche se piccolo e povero: interagisce con un re, con cui spesso litiga ma che è la garanzia dell’assistenza al popolo da parte di Dio.

Dal capitolo 40, ci troviamo di fronte a qualcuno di diverso. Il re non c’è più, il tempio neanche, non si capisce neppure bene dove viva il profeta, a chi parli, se non che i suoi interlocutori sono spersi, spauriti, disperati. A costoro, che non sanno neppure più se sono un gruppo umano coeso, il profeta è mandato da Dio a dire, semplicemente: “Consolate il mio popolo!”.

Refugees by Vasilis Papadimitriou from Flickr

Può sembrarci curioso che di questo autore non abbiamo il nome, anzi che si potesse persino ignorarne l’esistenza, dal momento che “nasconde” le sue parole dentro il libro di un altro. Da una parte, è tipico della letteratura antica, soprattutto religiosa. Il sottinteso diffuso era che un messaggio autentico, vero, non può nascere dal nulla, non può essere frutto dell’inventività di qualcuno. O è vero, e allora era già noto, oppure, se spunta a un certo momento, è falso. E allora, al posto della nostra corsa alla creatività (in cui spacciamo per nuovo anche ciò che è riciclato), c’era la corsa al nascondersi dietro all’autorità di altri. Se vogliamo, possiamo chiamarlo un gesto di umiltà.

Ma c’è anche altro. Chi ha iniziato a scrivere Is 40, legandolo ai primi 39 capitoli di un profeta che davvero si chiamava Isaia, ha così reso omaggio a quell’autore che per lui era già antico, e ha voluto suggerire che in fondo il loro messaggio era lo stesso. I toni severi e rimproveranti di Is 1-39 sono gli stessi del nostro autore, sostiene lui, perché Dio non cambia, ma le situazioni sì, e un Dio che si trovi davanti persone spaventate e disperate non può che dire “Lasciati consolare!”.

E, anche se tradizione e commentatori dicono che queste pagine sono scritte in esilio a Babilonia, niente nel testo aiuterebbe a confermarlo: in realtà, valgono per tutti coloro che hanno bisogno di conforto, ovunque e in tutti i tempi.

L’intenzione di Dio…

Il profeta, insomma, ha davanti una sofferenza umana pesante, e sente che cosa intende fare Dio: dire alla “figlia di Gerusalemme” che ha sofferto abbastanza (Is 40,2). “La figlia di” una città, o di uno stato, era un modo tenero e affettuoso per indicare quella città o quello stato. Li si immaginava come una famiglia e si pensava di parlare all’elemento della famiglia meno importante, più fragile, perché il messaggio arrivasse a tutti.

Dio invita a preparare il suo arrivo, come fosse un re che viene a prendere possesso della sua capitale (vv. 3-5), ma non imboccando la strada normale, che seguiva la disponibilità d’acqua e quindi seguiva un percorso più lungo, bensì invitando a costruire come una autostrada nel deserto, abbassando i monti e riempiendo le valli, perché non vuole perdere tempo, vuole la via più corta!

Desert road by Rolf Dietrich Breacher from Flickr

Questo perché Dio si rende conto che la vita umana è fragile, ha bisogno subito di aiuto (vv. 6-8). Anche la bellezza e l’amore umani (v. 6) sono effimeri, deboli. E di fronte a questa debolezza l’intenzione di Dio è una sola: aiutarla, sostenerla, farla vivere. Dio è un signore potente e forte (v. 10), ma questa potenza sarà applicata per accudire il suo gregge, portando in braccio gli agnellini e spingendo sui fianchi con delicatezza le pecore che hanno partorito, per condurle al riparo dentro l’ovile ma senza spaventarle (v. 11).

… e perché può prometterlo

Gli ascoltatori del profeta potevano essere confortati. Il Dio onnipotente che avevano imparato a conoscere e a temere non era vendicativo, non li aveva abbandonati, ma continuava a considerarli “mio popolo” e a desiderare per loro la vita e il bene.

Ma gli stessi ascoltatori potevano anche iniziare a chiedersi se davvero Dio potesse mantenere ciò che prometteva. Non era lui che avrebbe dovuto proteggere il popolo dalla sconfitta, dall’esilio? C’era chi pensava che Dio fosse in fondo stato vinto da chi si era dimostrato più forte di lui.

Di fronte a questa possibile contestazione Dio ribadisce di essere il creatore di tutto. Non si mette neanche davvero ad argomentare, ma pone quasi come davanti ad un dato di fatto: “Chi mi ha aiutato a creare? Chi mi ha consigliato? Chi mi ha spiegato come fare? Per far capire chi sono, con che cosa o con chi potreste confrontarmi?” (vv. 12-26).

Certo, gli uomini si mettono davanti a idoli, che sono però fatti da loro, o addirittura commissionati a chi può costruirli. Solo il Dio d’Israele ha tutto in mano ed è creatore di tutto.

Questa sua potenza, però, non sarà applicata con orgoglio, come la sovranità di un imperatore. Diventa invece strumento per essere attento agli esseri umani, a coloro di cui si prende cura da sempre (vv. 27-28). Il Dio potente è un dio delicato, che vuole il bene dei suoi, che non si mette al posto loro ma provvede a dare forza a chi non ce la fa più (vv. 29-31).

Hope by Jan Tik from Flickr

Il Dio padrone di tutto è un pastore che si china sull’agnello più fragile, per incoraggiarlo e rafforzarlo a camminare da solo.

È in fondo ciò che possiamo contemplare, di nuovo e persino in questo tempo di fatica, nel presepe: il “re dell’universo” si fa incontrare nelle vesti di un neonato avvolto in fasce, non si presenta come un Signore vendicativo e severo, ma come chi arriva a confortare, consolare, lenire e sostenere. E lo fa soprattutto quando davanti ha persone affaticate, spaventate, scoraggiate. A loro, a noi, ripete “Non abbiate paura. Lasciatevi consolare”.

Angelo Fracchia

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