SERENAMENTE… AL CUORE DEL DISCORSO

Una parte rilevante del Nuovo Testamento, per dimensione e per importanza, è occupata dalle lettere di san Paolo. Queste sono solitamente scritte per prendere posizione di fronte a problemi, di solito con grande grinta. Ce n’è però almeno una che è invece scritta nel sollievo.

A Filippi, infatti, Paolo aveva trovato un buon terreno per il vangelo, ma era anche stato bastonato e incarcerato e alla fine, pur rilasciato con tutti gli onori, era stato costretto ad allontanarsene (si può leggere un resoconto dettagliato in At 16). Da Filippi, in seguito, gli erano però arrivate notizie molto buone, di una comunità viva e attiva, capace addirittura di ricordarsi che Paolo si manteneva da solo e quindi, in città nuove, doveva probabilmente stringere molto la chinghia all’inizio, finché non fosse conosciuto, e per questo gli aveva più volte inviato dei sussidi (Fil 4,15-16), cosa che Paolo non aveva mai richiesto ma aveva gradito molto.

Sollievo personale

 Peraltro, è di nuovo da un carcere che Paolo si trova a scrivere (Fil 1,13). Questo però non è per lui un motivo di tristezza. Anzi, si rallegra perché vede che persino questo intralcio finisce con l’essere annuncio di Gesù, unica cosa che gli importi. E addirittura ci offre uno di quegli scatti con cui anche lui va oltre i limiti del suo carattere. Nessuna persona, neanche i servi di Dio, è infatti perfetta, e neppure l’apostolo di Tarso lo è. È irruente e impulsivo, e molto orgoglioso: basti vedere come reagisce alla contestazione della sua autorità in 2 Cor 10-12 o come, in 1 Cor 7,40, ribadisce di non volersi mettere al semplice ascolto delle opinioni di altri.

Nell’apertura della lettera ai Filippesi, però, pur ammettendo che alcuni annunciano il vangelo per ambizione personale, quasi per fare un dispetto a Paolo rubandogli il posto (Fil 1,15-17), reagisce semplicemente con un «Che importano le motivazioni? Purché Cristo sia annunciato!» (1,18).

Il cuore della lettera

Con il disordine che gli è tanto consueto nelle lettere, Paolo passa a parlare dei suoi progetti di tornare a visitarli, delle notizie che gli sono arrivate al loro riguardo, dello stile di servizio che deve animare i credenti, e poi, a questo proposito, arriva a recuperare un inno che probabilmente non ha composto lui, ma che trova particolarmente significativo e che quindi dona ai filippesi, sia pure con una piccola sua aggiunta molto riconoscibile e preziosa. È uno degli inni del Nuovo Testamento più densi e ruvidi, su cui ci fermiamo un po’ di più (Fil 2,5-11).

Paolo esorta non a eseguire gli ordini di Gesù, né a imitarne i comportamenti, ma a un atteggiamento più sfumato e complesso: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti», lo stesso modo di pensare e di agire, lo stesso atteggiamento di fondo di Gesù (2,5). Il cristianesimo, il seguire l’esempio di Gesù, non riguarda tanto il che cosa fare, ma il come farlo, anzi il come guardare al mondo e agli altri. Non siamo chiamati a rifare i miracoli di Gesù o a morire sulla croce, ma di certo siamo invitati a guardare agli altri con la stesso sguardo amorevole e la stessa generosità del Signore, pronti a non tirarci indietro neppure se questa amabilità non venisse accolta. Ma Paolo sa di dover essere più preciso.

«Cristo Gesù era in forma di Dio» (2,6: useremo di tanto in tanto delle traduzioni più brutte ma più vicine alla lettera dell’originale. Sicuramente abbiamo ad agevole disposizione anche delle traduzioni più eleganti e utili). Nel nostro modo di parlare e di pensare, tendiamo a contrapporre l’apparenza alla realtà: se “sembri” così, sottintendiamo sempre che tu non sia così. È un nostro uso linguistico, anche se dobbiamo ammettere che di solito la realtà è quella che sembra: se ciò che ho sotto mano sembra una pagnotta, probabilmente lo è. L’uso greco riproduceva più questo ragionamento: se Gesù ha la forma, ossia le caratteristiche, per così dire l’aspetto di Dio, è perché lo è. Eppure non considerò il suo essere simile a Dio qualcosa da “ghermire”, da fare proprio. È ciò che facciamo invece noi quando difendiamo i nostri diritti, le nostre proprietà, ciò che è nostro, fosse pure la nostra persona (“Lei non sa chi sono io!”). Sappiamo di avere diritto a quei beni, e li pretendiamo come nostri, ci aggrappiamo a loro, li ghermiamo per noi. È nostro diritto, non è sbagliato. Ma non è ciò che ha fatto Gesù. Poteva aggrapparsi al suo essere divino, pretendere rispetto, attenzione, ubbidienza, e invece «svuotò se stesso» (2,7), facendosi in tutto simile a noi che siamo «schiavi» perché non siamo padroni della nostra vita. Chi di noi ha scelto quando nascere, in che contesto e ambiente, quali eventi fare accadere nella propria vita? Chi di noi potrà decidere fino a quando vivere e quali fortune avere? Gli schiavi antichi non erano disumanizzati come le immagini dello schiavismo statunitense dei secoli xviii e xix potrebbero farci pensare, ma comunque non potevano disporre della propria vita, era il padrone a decidere che adesso si alzassero e andassero a servirlo. È la nostra condizione, di chi deve sottostare a condizioni che quasi mai decide, di chi deve “danzare alla musica” che c’è nell’aria. Gesù avrebbe potuto fare diversamente, ma ha deciso di rendersi come noi. Ha deciso di “svuotarsi”, di togliersi da dentro tutto ciò che era superfluo. Persino la dignità divina era superflua. come qualunque essere unamo, ha voluto imparare a restare nudo e senza difese di fronte alle prove peggiori della vita.

Diventare come uomini significa sottomettersi a ciò che non si decide, fino all’ubbidienza estrema che è quella nei confronti della morte (2,8), quel passaggio che tutti noi sappiamo di avere davanti e nessuno di noi desidera (chi invoca la morte, invocherebbe in realtà una vita migliore, e preferisce la morte a ciò che sta vivendo, non alla vita). E Gesù, come noi, non è spontaneamente a suo agio in questa ubbidienza, ma deve impararla: «divenendo ubbidiente», con tutta la fatica dell’umanità. È qui che Paolo inserisce un appunto che apparentemente è superfluo, che rompe il ritmo poetico ma aggiunge un’annotazione teologica preziosissima: «e alla morte di croce».

La croce era infatti un supplicio atroce, lungo e doloroso, per di più vissuto in pubblico, davanti a tutti, per essere scherniti e per costituire un esempio per altri. Non è un caso che fosse vietato far morire in quel modo un cittadino romano. Ma in più al tempo di Gesù si pensava che coloro che erano messi in croce fossero maledetti da Dio: si trattava di un’interpretazione (discutibile, ma diffusa e ritenuta scontata) di Gs 10,26-27 e di altri brani simili (cfr. Gal 3,13). Ecco perché i romani, una volta colta questa interpretazione degli ebrei, preferivano crocifiggere coloro che si presentavano con delle pretese messianiche. Era come se dicessero: “Se è crocifisso, è maledetto, quindi non era protetto e benvoluto da Dio, quindi non può essere ciò che diceva di essere”; riuscivano in tal modo a limitarsi del fastidio senza renderlo un martire. Gesù, «in forma di Dio», accetta di passare per maledetto da Dio. Accetta di perdere la propria identità, dignità, per non “accaparrarsi” ciò che era suo. Fa esattamente il contrario di Adamo, che aveva voluto “ghermire” quell’essere come Dio che gli sarebbe stato donato. Perché la comunione, l’intimità (con Dio, come con gli altri esseri umani) non potrà mai essere conquistata, né trattenuta, ma solo e sempre accolta in regalo.

È per questo, continua l’inno, che Gesù è diventato la persona più sublime e rilevante dell’intera storia, è per questo che Dio lo ha «straesaltato» (2,9), in quanto ha impersonato pienamente il sogno di Dio.

«Fate come lui, e la vostra sorte sarà come la sua».

Lo stile del cristiano

 Paolo, dunque, ci invita a vivere come Gesù, nel dono della nostra vita, senza pretendere che ci siano riconosciuti i diritti che pure abbiamo. Non è una sorte triste e umiliata?

Per niente. È assomigliare a Dio, essere nel cuore del Padre, ricevere già ora gioie e conforto (Mt 19,29) e poi la sorte straesaltata di Gesù.

Non si tratta di vivere nella mortificazione, tutt’altro. Conoscere il nostro destino, sapere di condividerlo con Gesù, può soltanto essere un motivo di esaltazione e gioia. Tanto è vero che la lettera, più concretamente, si conclude con una serie di inviti alla gioia che suonano chiaramente non scontati, non formali, pur partendo da un’annotazione che potrebbe essere triste. Due donne, Evodia e Sintiche, sono evidentemente ai ferri corti. Paolo le invita a rappacificarsi (Fil 4,2-3), ma senza severità, senza durezza, anzi riconoscendo il bene che già hanno fatto, legandosi a quel bene per esortarle a proseguirlo. E, con un tocco da padre, chiede al destinatario “ufficiale” della lettera, «mio fedele collaboratore», di aiutarle a rappacificarsi. In una comunità fraterna i litigi rattristano e impoveriscono tutti, e tutti possono sentirsi chiamati a contribuire a superarli.

E da qui Paolo procede con le ultime raccomandazioni pratiche, che si sforza in tutti i modi di far cogliere come sincere: «Siate sempre lieti nel Signore; ve lo ripeto: siate lieti» (4,4). Dovrete essere noti per quanto siete calorosi, affabili, accoglienti (4,5), perché il Signore è vicino. Non siamo soli, quindi non possiamo essere tristi.

Angelo Fracchia

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