Quando Dio è cattivo…

Stone Town Slave Trade 5 by Son of Groucho from Flickr

Nella Bibbia ci sono diverse pagine che sembrano presentarci delle idee o un Dio decisamente perfidi: sterminio di nemici, mancanza di scrupoli morali in personaggi importanti, cattiverie che ci paiono gratuite. Ovvio che ci siano i nemici (cattivi per definizione…) che ci cadano, ma il problema è che ci finiscono anche personaggi “buoni” e a volte Dio stesso. Come è possibile accettarlo?

Proviamo a partire da alcuni esempi, chiariti nel loro sfondo, per poi arrivare a un discorso più generale.

Salmi da evitare…

I salmi sono pieni di pagine del genere. Di certo ricordiamo il commovente salmo 137: «Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo, ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre». Meno scontato è che giungiamo, nella lettura e nella preghiera, fino alla fine (in effetti nelle nostre liturgie la chiusura viene censurata): «Beato, o Babilonia, chi prenderà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra». Come può essere accetata una frase del genere nella Bibbia?

I salmi sono poesie che partono da esperienze di vita di cui vogliono rielaborare il “succo”, un po’ come le canzoni contemporanee. Il salmista esprime le proprie emozioni da esule, e probabilmente ricorda ciò che ha visto accadere contro le mura non di Babilonia, ma di Gerusalemme, alla fine dell’assedio della città santa. Come sappiamo, la violenza subita non giustifica il desiderio di vendicarsi, ma può renderla comprensibile. Non è all’altezza di tante altre pagine bibliche? Vero, ma ci torneremo.

Belshazzars feast by Rembrandt from Wikipedia

Anche perché non sono poche le espressioni dure e violente nei salmi: conseguenza di uno stile di composizione (non vogliono essere trattazioni teologiche equilibrate, ma piuttosto poesie), però in ogni caso continuano a disturbare.

Un Dio istigatore di violenza

Ci sono anche pagine in cui è Dio a prendere l’iniziativa della violenza, e queste sembrano ancora più ingiustificabili.

Non è tanto l’invito ad Abramo a sacrificare Isacco, perché quel sacrificio non si è compiuto, peraltro per iniziativa divina, quindi può essere semplice spiegarlo come una finta, un trucco, l’occasione (per quanto spinta ed estrema) con cui Abramo può dimostrare la propria fiducia in Dio e porsi ancora di più come esempio.

Sacrafice of Isaac – Palantine Chapel, Palermo, Sicily – Flickr

È semmai il Signore che, ad esempio nel libro di Giosuè, invita a sacrificare le popolazioni conquistate. Ogni volta che gli israeliti si scontrano in battaglia, Dio li richiama a non lasciare in vita nessuno, se non vogliono essere puniti a loro volta. Sono diverse le occasioni in cui si riepilogano le popolazioni che Dio ha sterminato per far alloggiare gli ebrei: ittiti, gergesei, amorrei, cananei, perizziti, evei e gebusei (ad esempio Dt 7,1). Non possiamo che rammaricarci per tutte quelle persone innocenti sterminate per far spazio al popolo di Dio. Tuttavia, storici e archeologi ci dicono che cananei e amorrei continuarono a vivere in Canaan (anche il libro di Giosuè ammette che in realtà non tutti furono distrutti), e che delle altre popolazioni… non ci sono tracce, né archeologiche né nei documenti delle popolazioni intorno (gli ittiti non sono quelli dell’Anatolia, anche se regni neohittiti si formarono anche vicino a Israele, in tempi precedenti). Evidentemente si deve essere trattata di una cancellazione molto radicale ed efficace. A meno che…

Sempre di più si pensa, oggi, che le popolazioni di cui si cita la distruzione ma che non ci sono attestate mai da nessun’altra fonte… siano inventate. Possono essere citate come esempio di una cancellazione completa… perché in effetti non sono mai esistite. Ma perché presentarsi come più cattivi di ciò che si è? Possiamo immaginare che in un certo contesto culturale, come quello in cui si scrivono i primi testi biblici, sia opportuno che Dio si presenti potente… anche a costo di ritoccare un po’ la storia e di mostrarsi crudele. Ma questo è già un particolare che ci servirà più avanti.

Le piaghe d’Egitto

Di fronte alle piaghe d’Egitto, però, andiamo verosimilmente in crisi. Non tanto o non soltanto per quanto riguarda le prime nove, pesanti ma che si possono in qualche maniera giustificare come tentativo di piegare la volontà del faraone… ma perché uccidere i primogeniti (Es 12,29-30)? Che male hanno fatto tutti quei bambini? Come potevano essere considerati responsabili delle scelte del faraone?

Sono domande che sorgono spontanee, in noi lettori moderni.

The Plagues of Egypt by Joe Moore from Flickr

Qui però possiamo indagare ciò che ci precisano tanti biblisti. La società israelita antica era a dimensione di villaggio, un po’ come tanti paesini o frazioni della nostra storia più o meno recente. Nei quali i rapporti tra gli abitanti non erano regolamentati da transazioni economiche. Vale un po’ anche per noi: se chiedo dello zucchero a un mio amico, glielo pago? Probabilmente si offenderebbe all’idea. Diamo entrambi per sottinteso che quando avrà bisogno di qualcosa, verrà da me a chiedermela.

Le società mediorientali antiche funzionavano su questo stesso sottinteso, reso però ancora più vincolante ed estremo. Era fortemente sentita la presenza di relazioni intrecciate, che erano di aiuto reciproco e di sostegno, se non proprio di amicizia. Si pagavano solo quelli che erano “di fuori”, con i quali non si avevano relazioni. Con tutti gli altri vigeva un baratto non regolamentato, dove chi aveva bisogno chiedeva e veniva aiutato. Farsi pagare non sarebbe stata soltanto una scortesia, ma avrebbe significato “tirarsi fuori” dalla rete di relazioni del villaggio.

Quello che Mosè aveva tentato di fare, con il faraone, era farlo entrare in una relazione anche con Dio. Una relazione magari conflittuale, in cui però il faraone avrebbe concesso qualcosa a Dio (lasciare uscire il suo popolo per offrire un sacrificio nel deserto), che avrebbe dato in cambio qualcosa a lui, e così via. Il faraone decide di non accettare la proposta, di non entrare in relazione.

È in questo contesto che, nel racconto di Esodo, si ricorda che ogni primogenito appartiene a Dio (Es 13,2). La vita è di Dio (infatti gli ebrei non possono cibarsi di sangue, che secondo la loro cultura antica era la sede della vita: Dt 12,23-25), e dunque va restituita, quando ci si ciba di carne, alla terra, che è di Dio. Simbolicamente, anche i primi nati sono di Dio, e infatti la legge ebraica prevede che si debbano sacrificare, o al limite riscattare (solo per l’uomo vige l’obbligo, e non il permesso, di riscattarlo: Es 13,11-13).

Quando il faraone rifiuta di entrare in relazione con Dio, questi potrebbe respingere il rifiuto, e costringere il faraone, punendolo, ad ammettere la sua presenza. Ad estremi mali, avrebbe potuto ucciderlo. Era ciò che, culturalmente, ci si aspettava che un Dio potente avrebbe fatto. E gli ebrei credono che il loro dio, pur essendo diventato dio di un popolo piccolo e debole, è però, di suo, grande e potente, il più potente di tutti; qualche secolo dopo arriveranno addirittura a dire che è l’unico dio. Ma devono fare i conti con un Dio che sfugge un po’ alle aspettative. Ad esempio, è un dio che, di fronte al rifiuto di relazione da parte del faraone… lo lascia in effetti libero. E lasciarlo libero comporta prendere le proprie cose e andarsene. Solo che tra le proprie cose c’è il suo popolo, va bene, ma anche i primogeniti. Quella che noi leggiamo come una punizione eccessiva e disumana, secondo la cultura del tempo era un (crudele) riconoscere la libertà di chi Dio aveva davanti, che non viene forzata. Da ora in poi i conti con gli egiziani sono chiusi, ognuno ha preso le cose proprie e viene riconosciuto autonomo.

Tiriamo le fila 

L’ultimo esempio è quello che ci ha portati forse più vicini a intuire una chiave di comprensione della cattiveria nella Bibbia.

Raffaello Sanzio – God the Father by Frans Vandewalle from Flickr

Chi scrive i testi biblici, chi vive le esperienze che entrano nella Bibbia, vive in un tempo e in una cultura. Pensa a un determinato modo, che non sarà quello di chi viene secoli dopo. Entra in relazione con un Dio che capisce con gli strumenti culturali di cui è fornito; anzi, pare che Dio stesso accetti di lasciarsi capire a quel modo lì. Noi cristiani parliamo, giustamente, di incarnazione di Dio in Gesù, dove farsi “carne” non significa soltanto avere un corpo, ma anche stare in una determinata condizione, parlare quella lingua lì e non altre, vivere in quel paese lì e non in quello accanto, essere figlio di quei genitori e non di altri… Ma l’incarnazione inizia prima, in fondo Dio accetta di essere capito da un popolo, che vive in un tempo, con una lingua e usando una cultura e non altre. Dio accetta di essere “rimpicciolito” per essere capito. Certo, non accetta qualunque cosa e “sforza” la comprensione in determinate direzioni (ad esempio, lascia libero il faraone, cosa che non ci si sarebbe aspettati…), ma accetta di scendere a patti, di non presentarsi in tutta la sua purezza. Accetta di essere annunciato da scribi che pensano che, se è Dio, deve sterminare popoli, e gliene inventano alcuni perché fungano solo come esempi di cancellazione totale. Accetta di rispettare gli stimoli vendicativi di chi molto ha sofferto (non lo facciamo anche noi? Quando siamo accanto a chi si sfoga in espressioni cattive in risposta al male subito… forse non condividiamo, ma più probabilmente ascoltiamo in silenzio; verrà il tempo per precisare meglio quelle espressioni). Accetta di entrare in gioco nella storia, facendosi capire forse non perfettamente ma intrecciandosi sempre di più con la storia umana. Verrà il giorno in cui potrà suggerire «Il tuo nemico, è da amare!», ma siccome non è un Dio che piomba dall’alto sulla storia chiedendo semplicemente all’umanità di adeguarsi, ma è lui il primo ad adeguarsi all’umanità che trova, non parte subito da lì.

Christ the good shepherd by Jim Forest from Flickr

E questo ci porta ancora più lontano, o in profondità. Troppo spesso coloro che guardano la Bibbia dall’esterno, ma purtroppo tante volte anche i credenti, la pensano come un elenco di obblighi e divieti, una serie di cose da fare o non fare per “essere a posto” davanti a un Dio immaginato come un enorme poliziotto pronto a sanzionarci. In realtà scopriamo (proprio nella Bibbia) che Dio non è così, e dovremmo scoprire anche che la Bibbia non è quello. Se fosse un elenco di cose da fare ed evitare, sarebbe molto più corta e coerente. È piuttosto una raccolta di come persone diverse, in situazioni diverse, in tempi e culture diverse, si sono relazionate con l’unico Dio. Per questo è così apparentemente incoerente (anche noi, nella nostra vita, ci siamo comportati in modi diversi, quando eravamo in situazioni diverse), così lunga… e così sfuggente. Perché anche quando leggiamo che “bisogna fare così”, sappiamo solo che lì, in quella situazione, ai credenti è apparso coerente con la fiducia in Dio comportarsi in quel modo. Dovremmo cogliere in che situazione si trovavano, come hanno deciso di comportarsi così, e solo a quel punto cogliere che cosa, nella nostra situazione, si potrebbe inventare.

Perché la vita umana, anche quella di un uomo di fede, non è come seguire pedissequamente una ricetta, ma piuttosto come crearne una, con gli ingredienti che abbiamo a disposizione, che spesso sono unici. Il Dio creatore, a cui immagine siamo stati creati, ci chiede di essere creativi.

Angelo Fracchia

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