Missione: una sfida continua

Dall’esempio di fede della madre, alla vocazione missionaria che l’ha portata in Liberia e poi in Guinea Bissau. Suor Maria de Lourdes, missionaria della Consolata brasiliana, si racconta. E racconta la missione 

Sono brasiliana e sono nata in una famiglia umile, ma ricca di fede. Quando avevo tre anni, morì mio padre, lasciando mia madre vedova, di appena 24 anni, e con quattro figli piccoli da allevare. Fu in questo ambiente di sacrificio e di molta lotta che sono cresciuta, aiutata e sostenuta dalla fede. Ed è stato guardando l’esempio di mia madre, donna forte e determinata, pronta a donarsi tutta per i suoi figli, senza dimenticare di soccorrere i più bisognosi, che Dio ha fatto sbocciare in me la vocazione missionaria. Ogni giorno recitavamo insieme il rosario in casa e mia madre pregava Dio di suscitare vocazioni sacerdotali e religiose per la sua Chiesa.

A 17 anni ascoltai l’omelia di un missionario che raccontava la sua esperienza di missione ed invitava i giovani ad essere generosi se Dio li chiamava a servire i fratelli più bisognosi come missionari. Il modo con cui parlava questo missionario, la sua gioia e l’amore che dimostrava per la sua missione mi colpirono profondamente. Fu proprio allora che sentii chiaramente dentro di me la voce di Dio che mi chiamava ad essere missionaria. Il successivo discernimento è stato molto difficile perché mia madre, che in quel momento aveva tanto bisogno del mio aiuto, non era favorevole alla mia decisione. Grazie all’intervento di una zia che mi appoggiò, a 18 anni potei entrare nella famiglia delle suore Missionarie della Consolata a Rio do Oeste, la città dove ero nata ed ero stata battezzata. Lì iniziai il mio cammino formativo che continuò a San Paolo. Nel 1972 feci la mia prima professione religiosa, seguita nel 1979 dalla professione perpetua. Nel 1980 ricevetti la destinazione missionaria e partii per la Liberia, Paese dell’Africa Occidentale.

È stata una missione molto sfidante per me, che iniziavo il mio apostolato in un Paese in preda ad una sanguinosa guerra civile. Ma il Signore mi ha dato la grazia di poter servire quel popolo così cordiale e aperto ad accogliere il Vangelo. In seguito dovetti lasciare questa missione con il desiderio di potervi ritornare, ma il Signore mi apriva cammini diversi. Così, a causa della guerra che continuava in Liberia, tornai in Brasile e lavorai per diversi anni nel campo della formazione iniziale delle giovani che aspiravano a diventare Missionarie della Consolata.

Nel 2003, quando mi preparavo a tornare in Liberia, la guerra si fece più sanguinosa e le Superiore mi chiesero di prestare un servizio temporaneo nelle missioni della Guinea Bissau, dove mi trovo ancora attualmente. In questo Paese siamo presenti in tre missioni, molto distanti una dall’altra: Empada, Bubaque e Bôr. La mia prima destinazione fu nell’arcipelago delle Bijagós, formato da 80 isole. Inizialmente lavorai nell’isola di Bubaque, una missione molto sfidante. Da qui ci spostiamo con frequenza verso altre isole, per visitare quelle popolazioni abbandonate, per soccorrere e portare sollievo ai malati e ai bambini denutriti. In seguito sono stata trasferita alla missione di Bôr, una località alla periferia di Bissau, dove stavamo dando inizio ad una nuova comunità tra l’etnia “Pepel”.

Attualmente mi trovo nella missione di Empada, la prima comunità delle missionarie della Consolata in Guinea Bissau, aperta nel 1992, molto all’interno del Paese, dove vive l’etnia “Biafada”, musulmani ed altre persone emigrate da varie parti del Paese. Si tratta di una popolazione umile, molto accogliente e bisognosa sotto tutti i punti di vista, un luogo dove noi missionarie possiamo essere veramente una presenza di consolazione. Empada è una missione che presenta molte sfide: la carenza di servizi scolastici e sanitari e la difficoltà di autosostentamento sono problemi che colpiscono profondamente tutta la popolazione. Gli insegnanti della scuola pubblica non ricevono un salario e per questo motivo disertano le aule. Nel campo della sanità mancano medici e medicine, gli infermieri non sono preparati per curare i casi più gravi e mancano i mezzi di trasporto per accompagnare negli ospedali i pazienti che si trovano in pericolo. La malaria colpisce molti bambini, giovani e adulti, donne in gravidanza che muoiono durante il parto, lasciando molti orfani. Sono tante le persone che bussano ogni giorno alla nostra porta chiedendo aiuto, ma noi stesse non siamo in condizione di accontentarle tutte. Esse ci dicono: “La nostra unica speranza in questi tempi difficili siete voi suore e la missione cattolica”.

Essere missionaria in questa terra dove la vita delle persone è continuamente minacciata, è una sfida continua e un richiamo a difendere la vita nella gratuità dell’amore. Sono davvero d’accordo con le parole di Papa Francesco: “Io sono una missione su questa terra e per questo motivo sono stato messo in questo mondo”. Con questa convinzione di essere una serva del Signore, ringrazio Dio per il dono della vocazione missionaria e per la possibilità di essere e di fare missione nel luogo dove Lui mi ha inviato.

Suor Maria De Lourdes, mc

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