IL RISORTO DI MATTEO

Gesù Risorto appare ai discepoli nel Cenacolo – Foto Nick Thompson – Flickr

Lo sappiamo: noi leggiamo i vangeli, ma non sentiamo direttamente la voce di Gesù, bensì diverse testimonianze che parlano di Gesù. In alcuni casi queste presentano quasi lo stesso contenuto (nella passione, ad esempio), altre volte sembrano molto diverse tra di loro. Potremmo essere tentati di soffocare l’originalità di ognuna per fingere di aver raggiunto “l’oggettivo”, ma in realtà sappiamo bene che le singole interpretazioni non solo non possono essere superate, ma diventano lo strumento ideale per capire che cosa le ha stimolate. Per dirlo in un altro modo, quando ascolto qualcuno testimoniare su un’altra persona, non posso pretendere di avere un ritratto oggettivo, ma proprio questo mi aiuta ad andare più in profondità. E se conosco chi parla, capisco ancora meglio colui di cui mi parla.

Potremmo, ad esempio, capire che cosa ci dica del risorto il vangelo secondo Matteo.

 Punto di partenza

Iniziamo a mettere in ordine ciò che sappiamo già. Matteo scrive tenendosi davanti il vangelo di Marco e un’altra fonte sui detti di Gesù che non ci è arrivata. Dopo la morte, però, ognuno dei quattro evangelisti segue un proprio schema. Ci sono alcuni elementi comuni: Gesù non è più nel sepolcro, anche se non è chiaro dove sia e perché. Compare qua e là ad alcuni (non è chiaro neppure a quanti, come, dove…), ma spesso non è facile da riconoscere. Si presenta molto spesso rimandando alla crocifissione. Ma fa sempre in modo da non imporre in modo schiacciante la propria presenza, la propria “vittoria”.

Che cosa ha da comunicarci, da testimoniare in particolare Matteo, su questo sfondo?

Quel Matteo che di solito sembra avere come destinatari soprattutto dei cristiani che vengono dall’ebraismo, e che conoscono molto bene l’Antico Testamento…

 A partire dal già noto…

In una prima parte (diciamo Mt 28,1-8) sembra che l’evangelista si tenga davanti il racconto di Marco e lo segua abbastanza da vicino. Non è un dato banale. Noi oggi tendiamo a privilegiare sempre l’originalità, tanto che se copiamo il testo di un altro senza dirlo esplicitamente, incorriamo nel reato di plagio. Questo è possibile in un mondo come il nostro, in cui le proposte sono talmente tante che non possiamo conoscerle tutte. Il mondo di Matteo era diverso, ed allora era facile che chi era interessato a un argomento riuscisse, con calma, a rintracciare buona parte delle fonti che ne parlavano. Non c’era quindi bisogno di ammettere che si era ripresa una pagina da un altro, perché sarebbe presto stato chiaro a tutti quelli che la leggevano.

San Matteo nella Basilica di San Apollinare Nuovo in Ravenna – Foto Wikipedia

Riprendere un testo già scritto da un altro, allora, acquisiva un valore diverso. Era come se l’autore dicesse: «Dovrei raccontare questo fatto, che però è stato raccontato già da un altro, anzi, è stato raccontato talmente bene che non posso rifarlo, mi limiterò a riprenderlo». «Ma se è già stato scritto, potresti saltarlo». «No, perché non si capirebbe più il resto che devo dire. Devo aggiungere delle cose, ma senza smentire ciò che è già stato detto bene. Allora lo riprendo, quasi uguale. Se il primo racconto fosse stato fatto male, dovrei riscriverlo, ma così non è».

È uno stile di scrittura, ma è anche uno stile evangelico: posso aggiungere, ma senza rinnegare il lavoro di un altro. Nel nostro mondo, a volte sembra che per affermare le nostre interpretazioni abbiamo bisogno di distruggere quelle altrui, Matteo ci suggerisce che non è così, che la realtà della risurrezione è tanto ricca da sopportare facilmente tante interpretazioni che si completano a vicenda.

Certo, nel fare ciò non sono impossibili delle piccole limature. Ad esempio, solo Matteo sembra dirci che l’apertura della tomba accade davanti alle donne (anche se poi non ne vedono uscire Gesù, che sarebbe stato un colpo ad effetto!), quasi a confermare che davvero non sono stati i discepoli a rubarne il cadavere (è un’accusa che evidentemente era diffusa nel mondo ebraico e che Matteo prende molto sul serio).

Come negli altri vangeli, è un angelo a spiegare che cosa è accaduto, mantenendo sempre le stesse coordinate: 1) state cercando Gesù, che è il crocifisso (per capire Gesù risorto, bisogna guardare il crocifisso); 2) lo state cercando dove non è (cercare Gesù guardando solo al passato non è sbagliato, ma inutile); 3) lo aveva detto che sarebbe risorto (non è una sorpresa, a ricordarsi bene); 4) guardate il sepolcro vuoto (anche se occorre interpretare, c’è un dato oggettivo di partenza); 5) andate altrove e lo vedrete. Quell’altrove, come per Marco, è in Matteo la Galilea, là da dove Gesù veniva. Quasi a dire che non è neanche del tutto corretto che non occorra guardarsi indietro. C’è però un guardarsi indietro, quello dei fidanzati, che trae dalla storia forza per progettare il futuro; c’è un guardarsi indietro, quello di chi ricorda i defunti, che può essere solo rimpianto. Questa seconda modalità con Gesù è fuori luogo, perché lui vive.

 Quale reazione?

Da qui in poi (Mt 28,9), Matteo si permette di camminare sulle proprie gambe. Le donne, che in Marco stanno zitte, secondo il nostro evangelista partono piene di timore, sì, ma anche di gioia, e per annunciare che cosa hanno visto. E mentre vanno a parlare ai discepoli, incontrano il Risorto, che appare dapprima a due donne, quasi a ribadire che non ci possono essere certezze “legali” (in un processo ebraico la testimonianza di una donna non aveva valore), anche se, a volersi fidare, le indicazioni sulla vita perenne di Gesù non mancano.

Le due Marie nella tomba aperta – Foto Nick Tompson – Flickr

Dall’altra parte, c’è la scelta delle autorità giudaiche (Mt 28,11-15), che chiedono alle guardie, messe a protezione del sepolcro, di ammettere di essersi addormentate. Non negano che il sepolcro sia vuoto, ma ne offrono un’altra interpretazione.

È il dilemma di fondo del credente (non solo del cristiano!). I dati ci sono, ma la loro interpretazione non è univoca. Abbiamo nel mondo indizi per credere che la generosità gratuita, l’amore, il dono di sé, esistano e facciano vivere bene. Anche se a quegli indizi si potrebbe anche dare un’interpretazione diversa.

Come in tutte le questioni fondamentali della nostra vita, gli elementi oggettivi non impongono nessuna scelta. L’amore può sempre sembrare egoismo, la generosità interessata, il dono falso. Possiamo pensare di essere falliti o con possibilità davanti a noi, in ogni caso anche al fallimento dovremmo decidere di credere, non è imposto in modo assoluto dai dati che abbiamo. Il risorto invita esattamente a credere che la vita avrà la meglio, e sarà una vita piena, anche se i dati a nostra disposizione potrebbero anche dire il contrario.

 Il commiato

Quasi di colpo, Gesù incontra poi i discepoli, ormai undici, in un brano densissimo (Mt 28,16-20).

Sembrerebbe il momento della gloria definitiva, della vittoria contro tutto e tutti… «Essi però dubitarono» (v. 17). Stiamo parlando dei discepoli, degli undici privilegiati che vedono il Signore risorto! Anche per loro la possibilità di pensarsi vittime di un inganno, di un’illusione, esiste. Tanto più per noi! Il dubbio, il timore, non è segno di infedeltà, ma è la caratteristica della fede. Non mi fiderei se non di ciò di cui potrei anche non fidarmi! Il dubbio è interiore, era stato anche di Gesù nel Getsemani.

Poi, Gesù invia subito i discepoli a battezzare, offrendoci l’unica formula trinitaria breve (ossia: «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo») di tutto il Nuovo Testamento. L’incontro con Gesù, sembra suggerire Matteo, comporta di conseguenza la vita della chiesa. Se la relazione con Gesù si fonda sulla fede, ossia in una dimensione soggettiva e personale, non può che esprimersi in una comunità. Luca, per offrire un quadro completo del vangelo, sente di dover parlare della vita della chiesa, scrivendo anche gli Atti degli Apostoli; Matteo non scrive una seconda parte del vangelo, ma lo chiude ricordando che non si è cristiani senza la comunità dei fratelli.

Infine Gesù suggerisce la sua presenza nella comunità («Sarò con voi») e la scadenza («fino alla fine del mondo»). Non racconta l’ascensione al cielo, il dono dello Spirito Santo, ma le comprende come in un’unica immagine, in un quadro sintetico in cui la storia continua a svilupparsi, anche se tutto è già dato: Dio vuole la vita, che è a disposizione di chi la accoglierà fidandosi del segno del sepolcro vuoto.

 Angelo Fracchia

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