UNA STRANA MALEDIZIONE (Mc 11)

Brooklyn Museum: The Accursed Fig Tree (Le fiquier maudit) by James Tissot

Uno degli aspetti dell’opera di Gesù che rischiamo di non notare è che tutti i prodigi che gli attribuiscono sono per il bene, sono positivi. Altri operatori di miracoli, persino nella Bibbia, si lasciano anche andare a punizioni e castighi, Gesù mai. O meglio, con una sola eccezione, tanto strana da attirare l’attenzione. Ce la raccontano due vangeli, ma se Mt 21,18-22 è tutto compatto, in Marco (11,12-14.20-25) il percorso si fa più articolato e complesso. Se poi aggiungiamo che con tutta probabilità Matteo ha copiato la sua pagina da Marco, semplificandola un po’, vale la pena andare a curiosare nell’originale.

Il contesto

È facile prendere in giro i biblisti che, di fronte a qualunque domanda, ribattono che la risposta dipende dal contesto. Eppure in tutta la nostra vita situiamo le nostre affermazioni su uno sfondo che dà loro senso: se a dire «Chi sono io per giudicare?» è un carcerato accusato di omicidio o un papa intervistato su una questione morale, l’affermazione non ha lo stesso peso.

Chi scrive, poi, approfitta di questa scontata osservazione per inserire a volte gli episodi narrati in un ambito che dà loro senso, che accresce il loro significato. E questo vale soprattutto quando lo scrittore può dare per scontato che il lettore non sarà distratto, ma leggerà e rileggerà fino a cogliere i sottintesi: è quello che noi oggi facciamo soprattutto con la poesia (il poeta scrive sapendo che i suoi – pochi – lettori rileggeranno tutto con attenzione, e non si accontenteranno della prima impressione). Chi ha scritto i vangeli pensava di poter contare sulla stessa attenzione.

Ecco perché è significativo notare dove sono inseriti i brani evangelici. Qui, ad esempio, abbiamo appena iniziato l’ultima settimana di vita di Gesù, che è entrato a Gerusalemme a dorso di puledro (Mc 11,2: come avrebbe fatto l’inviato definitivo di Dio secondo Zc 9,9 e come l’arca del Signore secondo 1 Sam 6,7) e acclamato dalla folla come Messia (Mc 11,8-10). Da messia, da inviato di Dio venuto a “fare i conti”, inizia a fare un sopralluogo accurato del tempio, il «luogo che Dio si è scelto per porre la sua dimora in mezzo agli uomini» (Dt 12,5; 18,6). Marco dice che Gesù «guardò intorno con attenzione ogni cosa» nel tempio (Mc 11,11).

Mountain Fig Tree

Per il mondo ebraico il tempio di Gerusalemme non era semplicemente un luogo di preghiera, fosse anche il più importante. Per capirci, non è come una chiesa o come la basilica di San Pietro. Era invece il luogo in cui incontrare Dio, il luogo in cui il Dio dei cieli incontrava la terra. Per noi cristiani, quel ruolo è ricoperto dall’Eucaristia! Ecco perché la tragedia del 587 a.C., quando i babilonesi lo avevano distrutto, era stata anche una tragedia religiosa. In esilio gli ebrei avevano miracolosamente intuito che, nonostante quella sciagura, che ancora oggi viene pianta, Dio non li aveva né li avrebbe abbandonati. Il posto del tempio sarebbe stato preso ed è stato preso dalla Bibbia. Certo, quando poi gli ebrei avevano potuto fare ritorno a Gerusalemme, lo avevano ricostruito e avevano ripreso a offrirvi sacrifici. Al tempo di Gesù, poi, era diventato ancora più grande, poderoso e ricco (cfr. Mc 13,1-2).

Un tempio è un luogo in cui il culto a Dio, anche per motivi pratici, viene organizzato, strutturato, razionalizzato, formalizzato. È inevitabilmente il regno delle regole. Per rispettare queste regole, ad esempio, il tempio di Gerusalemme non accettava denaro proveniente da fuori e scoraggiava di portarsi i propri animali da sacrificare: era meglio comprarli direttamente lì, sicuri che sarebbero stati puri secondo le regole, e comprarli con quei denari sicuramente puri che si potevano cambiare all’ingresso nel tempio.

Gesù guarda intorno con attenzione ogni cosa, e torna il giorno dopo.

Fuori tempo è l’albero o il contadino?

Mentre ritornano a Gerusalemme, il giorno dopo, a Gesù viene fame (Mc 11,12). Vede un fico pieno di foglie, pieno della bellezza dell’albero, della sua gloria, e si avvicina per vedere se avesse anche dei frutti, che però non si trovano. Marco, quasi crudelmente, fa notare che «non era tempo di fichi» (Mc 11,13), il che, razionalmente parlando, era scontato, dal momento che si sta per celebrare la Pasqua, stagione prematura per i fichi persino in Israele. Si dice che Gesù risponda al fico, maledicendolo: «Mai, per sempre, nessuno mangi un frutto da te» (Mc 11,14). Sembra una reazione davvero strana e immotivata, tanto che non può non incuriosirci.

Brooklyn Museum: The Vine Dresser and the Fig Tree (Le vigneron et le figuier) by James Tissot.

Tutto pare però finire lì: i tredici procedono per il tempio, dove Gesù, stavolta, decide di agire, scacciando i venditori di animali per i sacrifici, i cambiavalute che rendevano possibile comprare quegli animali per offrire dei sacrifici puri, e addirittura non permette che si attraversi il tempio con cose (Mc 11,15-16). Il punto è che tutte quelle “cose” servivano per i sacrifici, che erano l’azione liturgica di quel luogo! Arriva addirittura a citare i profeti per sostenere che quella che doveva essere «una casa di preghiera per tutte le genti» (Is 56,7: quindi non solo per gli ebrei) è stata resa «un covo di ladri» (Ger 7,11: anche Geremia parlava del tempio!). I responsabili del tempio decidono che bisogna far sparire Gesù: potremmo peraltro immaginarci una reazione diversa?

Mentre poi i tredici tornano indietro a Betania, passano di nuovo vicino al fico, che trovano seccato fin dalle radici (Mc 11,20). Gesù, su stimolo di Pietro, ne approfitta per invitare i discepoli a una preghiera fiduciosa, confidando nell’ascolto del Padre.

Noi torniamo però un attimo indietro, alla sorte del fico. Ha senso presentare un Gesù sempre mite, sempre compassionevole, che si infuria in quel modo solo per una pianta che peraltro ha i suoi ritmi naturali di cui Gesù pare non tenere conto? Oltretutto, possiamo essere noi, spesso così lontani dai ritmi della natura, a cercare dei frutti fuori stagione, ma i paesani del tempo di Gesù sicuramente erano più attenti e consapevoli.

L’episodio sembra tanto strano da spingerci a offrirgli una interpretazione meno letterale, più simbolica. D’altronde il contesto e il brano che abbraccia (il fico resta prima e dopo la scenata di Gesù nel tempio) ci spingono proprio in quella direzione.

Foglie e frutti

Nell’Antico Testamento non si parla troppo spesso di fico, ma sempre in contesti simbolicamente molto carichi. Una delle immagini ricorrenti con cui si presenta la serenità è quella del restare a parlare vicino alla propria vite e sotto il proprio fico (1 Re 5,5; 2 Re 18,31; Mi 4,4; Zc 3,10; 1 Mac 14,12), tanto che tra le minacce di castigo contro il suo popolo, per le sue infedeltà, spesso Dio prevede che i fichi si secchino (Is 34,4; Ger 8,13; Gl 1,7.12; Mi 7,1; Ab 3,17). Sembrerebbe insomma un albero che si presti a parlare di serenità e benessere o, al contrario, di tradimento e castigo.

tree nature branch blossom plant sunlight from pxhere.com

Allora può essere coerente che l’episodio del fico “abbracci” l’incontro di Gesù con il tempio. Gesù si mostra come la presenza definitiva di Dio nel mondo, nella carne, nella storia e vita umana. Porta ossia a compimento reale ciò che nel tempio si offriva in modo più simbolico. Le autorità del tempio avrebbero dovuto essere le persone adeguate per riconoscere l’avvicinarsi di Dio. Avrebbero dovuto essere loro a riconoscere il Padre in Gesù.

Sono invece stati un fico che si è riempito di foglie, di apparenza, di potere, senza andare al cuore delle cose, ai frutti. E per questo sarà seccato. Perché il Dio di Gesù non farà mai nulla contro le persone; ma le strutture, chiese comprese, non contano come le persone, sono invece a loro servizio. E se non si mettono a servizio, a Dio non interessano.

Angelo Fracchia

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