UN CIECO SPECIALE (Mc 10,46-52)

Il vangelo ci può sembrare spesso una raccolta molto disordinata di episodi scollegati tra di loro. Un po’, in effetti, è così, perché non sempre il collegamento tra gli episodi è chiaro o significativo, e perché in fondo è costruito da singoli brani accostati. Vi sono tuttavia occasioni in cui gli evangelisti segnalano al lettore indizi per capire che cosa è più importante. Fanno così anche perché si fidano che i loro lettori non leggano il vangelo come fosse un romanzo, una volta sola e di corsa, ma sanno che quelle pagine saranno lette e rilette, e alla fine si coglieranno i suggerimenti.

Ad esempio, il vangelo di Marco presenta in due punti delicati del racconto due guarigioni di ciechi, entrambe le quali attirano l’attenzione anche del lettore più distratto. La prima, infatti, a Betsaida, è l’unica guarigione del vangelo che non riesce “al primo colpo” (Mc 8,22-26) e introduce alla domanda di Gesù su di sé (Mc 8,27-29), che segna la svolta nel vangelo: da un’attenzione tutta concentrata su Gesù “messia” (cfr. Mc 8,29), compimento delle attese umane, al Gesù “figlio di Dio”, sotto il segno della croce.

Alle porte di Gerico

C’è però nel vangelo una seconda guarigione di un cieco, anch’essa messa in uno snodo strategico, subito prima dell’ultima settimana di vita di Gesù a Gerusalemme. Si potrebbe obiettare che non c’è lettore del vangelo che non sappia che quella settimana, che si conclude con la crocifissione e la resurrezione, è il cuore del vangelo. Sembra però che Marco voglia lo stesso segnalarcela, quasi a essere sicuro che non ci distraiamo in un momento importante. Forse, così facendo, vuole anche confermarci che quello che era successo a Betsaida era davvero stato fondamentale, e offrirci qualche indicazione in più per vivere bene anche la settimana di Gerusalemme.

Questa volta però Marco utilizza uno strumento nuovo per richiamare la nostra attenzione. «E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico…» (Mc 10,46). Sembra davvero un passaggio grossolano. Se scrivessi una cosa del genere in questo articolo, nella rilettura la correggerei di sicuro. «E giunsero a Gerico», quando peraltro nulla aveva fatto pensare a un viaggio molto ben organizzato, sembra l’introduzione a un episodio importante, a una sosta più lunga, a qualcosa di significativo. Salvo essere smentito immediatamente dopo, perché si dice subito che da Gerico ripartono. Perché dirlo, allora? Gli autori bravi ma che non vanno in cerca dell’applauso, possono anche ricorrere a questi trucchi: una frase scritta male, una ripetizione, una stonatura, richiamano l’attenzione, che è lo scopo dell’evangelista in questo momento. Rischia di passare per grezzo, ma ottiene il risultato che va cercando.

Peraltro, quasi per essere sicuro, aggiunge altro che attira interesse. Introduce infatti un personaggio chiamandolo per nome, privilegio che nel vangelo è riservato a pochissimi: di nessun guarito si precisa il nome, a meno di contare Giairo, di cui Gesù aveva riportato in vita la figlia (Mc 5,22). Ma il nome di questo cieco, poi, è davvero strano: «Bartimeo, figlio di Timeo». È probabile che chiunque vivesse nel Vicino Oriente al tempo di Gesù, di fronte a una presentazione del genere avrebbe almeno sorriso. La seconda lingua più diffusa nella zona era infatti, dopo il greco, l’aramaico. E siccome il modo più consueto di presentarsi era quello di indicare il proprio nome e poi il nome del padre, anche chi non sapeva l’aramaico riconosceva tuttavia la parola “bar”, “figlio di”. Bartimeo, insomma, vorrebbe dire “figlio di Timeo”, come è ripetuto immediatamente dopo.

Marco sembra proprio voler essere sicuro che ascoltiamo con attenzione questo episodio.

Un appello inascoltato…

Bartimeo è un mendicante. Ce n’erano tanti. In fondo, non sembra neanche essere tra i più disperati: Gerico era una città ricca, probabilmente poteva sperare di ottenere qualcosa di significativo dai passanti.

Ma sente dire che sta passando Gesù di Nazaret. Evidentemente gli avevano parlato di lui, evidentemente non è contento della sua situazione. E sa cogliere l’occasione quando si presenta, anche mettendosi pesantemente in gioco.

Intanto perché urla. Lo sappiamo, i mendicanti ci possono anche fare pena, ma è essenziale che non disturbino. Un mendicante che si mette ad urlare è un problema.

E poi perché usa un appellativo decisamente impegnativo. «Figlio di Davide» (Mc 10,47-48). È un’invocazione messianica. Bartimeo non sta invocando un’elemosina in più: sa di essere davanti a qualcuno di speciale, non ha paura di dirlo, benché sia un debole misero. Lo sappiamo dal resto del vangelo: Gesù ama coloro che si buttano, che rischiano, che corrono il pericolo della brutta figura pur di inseguire ciò che sta loro a cuore…

Ma in questo caso sembra che Gesù non senta, non risponde. Anzi, quelli intorno a Gesù sgridano il cieco, gli chiedono di stare zitto. Quelli che stanno intorno a Gesù sono sicuramente la comunità dei suoi, i discepoli, i credenti. Sono coloro che dovrebbero facilitare l’incontro con Gesù, e a volte lo ostacolano. Non è una novità dei nostri tempi, a quanto pare furono problemi iniziati già prima che scendesse lo Spirito Santo a Pentecoste…

Incontro al maestro

Bartimeo però non si scoraggia, continua ad urlare, e Gesù finalmente sente, e chiede di chiamarlo. È lui, in realtà, che non ha smesso di chiamarlo, ma Bartimeo non sta a sottilizzare: se l’obiettivo è l’incontro, e questo incontro sta per compiersi, va bene così. E adesso, nell’ascolto di Gesù, coloro che gli stanno intorno sembrano incoraggiare il cieco, come se fino ad adesso si fosse scoraggiato (Mc 10,49). Ma di nuovo Bartimeo non difende il suo diritto, si limita a…

Se ci pensiamo, non può non colpire ciò che Bartimeo finalmente fa. Salta in piedi, lui che è cieco e non può sapere dove va, soprattutto in mezzo a una folla. E abbandona il suo mantello (Mc 10,50), che è la sua unica ricchezza, la sua coperta e cuscino la notte, il suo impermeabile di giorno… È chiaro che l’incontro con Gesù è l’unica cosa che conta.

E Gesù, quando ce l’ha davanti, sembra spiazzarci: «Che cosa vuoi che ti faccia?». Ma come? Non è già abbastanza chiaro? Perché lo chiedi? Sembra quasi che Gesù voglia rendere chiaro, forse non tanto a sé quanto a Bartimeo, che cos’è che cerca davvero. A pensarci, anche per noi è spesso più facile lamentarsi che avere ben chiaro di che cosa abbiamo bisogno, che cosa vogliamo…

«Mio maestro» (detto in aramaico, la lingua di Gesù, quasi Bartimeo abbia voluto sintonizzarsi completamente con lui), «che io ci veda di nuovo», o anche «che io veda dall’alto». Se la seconda interpretazione ci sembra fuori luogo qui, è però vero che il vangelo di Giovanni giocherà molto sull’ambiguità di questa espressione (Gv 3,3-4). Bartimeo chiede di vedere, e nello stesso tempo chiede, insieme al lettore, un potenziamento della vista, perché sia in grado di capire fino in fondo ciò che sta per succedere…

Non è sempre facile capire che cosa vogliamo veramente, e per questo Gesù pone la domanda. Ma di fronte alla risposta chiara, è veloce ad ascoltare.

«Va’, la tua fede ti ha salvato». Ma Bartimeo non va, si mette invece a seguire Gesù sulla strada (Mc 10,52), sul suo cammino che procede verso la croce. È la prima e ultima volta nel vangelo che qualcuno inizia a seguire Gesù senza esserne stato invitato da lui. E, facciamoci caso, non si dice neppure che il cieco abbia davvero ricominciato a vedere.

Sembra che Marco voglia invitarci ad avere coraggio, a insistere, a chiarirci bene che cosa cerchiamo veramente e poi a perseguirlo fin in fondo. E a fidarci, a buttare via tutto ciò che ci appesantisce, per camminare gioiosi. Fidandoci, potremo seguire Gesù sulla strada che lo porta alla risurrezione…

Angelo Fracchia

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