L’INFIMO DEGLI APOSTOLI

“L’infimo degli apostoli” (1 Cor 15,9), “un aborto” (ivi 15,8): così Paolo si definisce, gloriandosi tuttavia di essere “apostolo prescelto” (Rom 1,1). Pur non avendo conosciuto Gesù da vivo, lo vide in tutta la sua gloria sulla via di Damasco. Attraverso di lui la Chiesa fu introdotta, consolidata e organizzata tra le genti e in tutto il mondo allora conosciuto: quello dell’impero romano. È chiamato “l’Apostolo delle Genti” e nella tradizione semplicemente “l’Apostolo”.

Il persecutore dei cristiani

La storia di Paolo ci è nota dal libro degli Atti e dalle sue lettere. La prima comparsa di Saulo – Paolo lo vede presente alla lapidazione di Stefano, che egli approva pienamente.

La prima persecuzione dei cristiani aveva causato l’esodo di molti di loro nel mondo dei “Gentili”, specie verso Antiochia e Damasco. Proprio verso quest’ultima città, a circa 230 chilometri da Gerusalemme, Paolo chiese al sommo sacerdote di potersi dirigere, munito di credenziali per arrestare i discepoli che avesse trovato.

Questo giudeo zelantissimo della legge e feroce nemico dei cristiani sarà folgorato da Gesù. Folgorato, nel senso pieno del termine, sulla via che lo conduceva a Damasco, in un istante egli divenne cristiano, e di lui Gesù farà il più ardente dei suoi apostoli. Il mutamento, immediato e totale, sconvolgerà l’universo mentale di Paolo.

Va detto subito però che non gli fu lacerante il lasciare quella cultura sulla quale aveva posto tutta la sua sicurezza e la sua ragione di vita. Questo aspetto sfugge all’analisi degli studiosi dell’Apostolo: egli non rimpianse mai la vita precedente, che gli faceva ripudiare la novità del Maestro di Nazaret. Aveva sperimentato, in quell’episodio sulla strada di Damasco, che amore, passione, esistenza, salute, gioia e la vita tutta si riuniscono nel miracolo sconcertante e affascinante di Cristo: la croce e la risurrezione.

La vocazione

L’eterna – usiamo pure questo aggettivo – domanda su che cosa sia la vocazione, su quali segni si manifesti, è una domanda che sicuramente tutti i sacerdoti si saranno sentiti porre. È possibile parlare del mistero dell’amore? Forse, ma è estremamente arduo.

La vocazione resta umanamente un mistero e divinamente una chiamata. Un bravo sacerdote, conosciuto da chi scrive e da tanti anni ritiratosi da questo mondo, insegnava in seminario che la vocazione è “un lavoro teandrico”, cioè un’opera realizzata tra Dio (Theós) e l’uomo (anér), un colloquio che parte da Dio e trova nell’amore la risposta. Ecco, occorre la risposta. Per quanto convincente possa essere la proposta di Dio, è sempre indispensabile la risposta della creatura, che non si trova mai condizionata, costretta, ma interpellata.

Un fatto è certo: non si è dato nulla se non si è dato tutto. Affermazione lapidaria? Forse. Ma proprio qui ci viene incontro san Paolo, che non ha avuto paura di quella sua improvvisa caduta da cavallo, di quella sua improvvisa cecità, di quella chiamata “strana” da parte del Maestro che egli aveva sempre combattuto. Come mai viene a chiamare proprio lui che ne è stato accanito persecutore? Chissà che nel suo intimo Paolo non si sia posto questa domanda. Ma la voce di Cristo è di tale e tanta forza e tenerezza che Paolo non si pentirà mai di averla accolta né mai avrà un momento di incertezza o di rimpianto per le cose a cui ha rinunciato e che giunge a considerare come “spazzatura”. Ascoltiamo quella meravigliosa pagina della lettera ai Filippesi: “Tutte queste cose (cioè quanto egli faceva da orgoglioso giudeo osservante, cose che per lui erano guadagni) io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Gesù Cristo, mio Signore.

Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (cap. 3, vv. 7-11).

Quando Paolo parla di speranza (e nei suoi scritti questo sostantivo appare più di quaranta volte) non intende un evento aleatorio, casuale, ma una attesa certa, faticosa, non di rado difficile da credere, ma è l’adempimento della promessa di Dio, che mai verrà meno.

Tra il guadagno e la perdita si pone Cristo, che porta ad un vero capovolgimento di valori. All’inizio di questa pagina Paolo allude certo alla strada di Damasco, sulla quale ha lasciato cadere tutte queste cose, e indica una personale decisione per Cristo. Al v. 8 “Tutto ormai reputo una perdita a motivo di Cristo” il discorso passa dal passato al presente e l’antitesi guadagno-perdita viene rovesciata positivamente in “perdita… guadagnare”: da una parte vi è semplicemente “tutto” (non soltanto le credenze giudaiche) qualificato senza compromessi come “spazzatura”; questo perché dall’altra parte vi è “la conoscenza di Cristo Gesù” (cf. Ef 3,18-19): ora il guadagno ha il nome di Cristo, di fronte al quale ogni altro valore impallidisce. In questo processo interiore la traiettoria va dalla “mia giustizia”, cioè dall’affermazione di sé dinnanzi a Dio, fino alla “fede in Cristo”, nel quale ci viene elargita per grazia “la giustizia che viene da Dio” (cf. Gal 2,16; Rom 3,21-28).

Il v. 10 prolunga il discorso sulla conoscenza di Cristo estendendolo anche alla “potenza della sua risurrezione”; l’allusione è a tutta la vita cristiana in quanto posta sotto il segno del Risorto e del suo Spirito fino alla “partecipazione alle sue sofferenze”. Questi due elementi vengono poi invertiti: la conformazione nella morte (punto definitivo dell’assimilazione terrena con il Signore morto sul Calvario) porterà il cristiano, come già Cristo stesso, alla risurrezione dai morti. L’esistenza del cristiano dunque inizia e termina con una risurrezione (prima sacramentale, poi integrale), ma al centro sta ineludibile la croce. È proprio su questo presente che ora Paolo concentra la sua attenzione (successivi vv. 12-14): fondandosi sul fatto di essere stato conquistato da Cristo, occorre evitare sia l’illusione di stringere già in mano il futuro adagiandosi compiacentemente nelle proprie realizzazioni sia i condizionamenti provenienti dal peso del proprio passato.

Al contrario va realisticamente accettato per il momento lo “sforzo di correre”; essenziale è dunque per il cristiano la tensione (non alienante ma impegnata) verso il futuro, la meta infatti è in avanti, in Cristo Gesù, propostaci da una chiamata gratuita di Dio, come ben esprime l’immagine del corridore di 1 Cor 9,24: “Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo!”.

di FRANCO CAREGLIO, o.f.m.conv

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