LA VOCAZIONE DI SAMUELE

Il contesto

I libri di Samuele raccontano il periodo che va dalle origini della monarchia israelita alla fine del regno di Davide. I Filistei, porzione dei “popoli del mare”, furono sconfitti da Ramses III nel 1175 e, respinti dal suolo egiziano, si stanziarono al posto delle precedenti città-stato cananee, lungo la costa. Essi formarono una federazione di cinque città-stato (Gaza, Ascalon, Asdod, Gat e Accaron), sotto la guida di cinque seranim (tiranni). Le tribù d’Israele, isolate e spesso in conflitto tra di loro, si trovarono a dover respingere la minaccia dei Filistei, militarmente superiori agli Ebrei, perché avevano armi di ferro, mentre gli Ebrei solo di bronzo. I Filistei vincono ad Afek verso il 1050 a. C., catturando persino l’arca dell’Alleanza. Il primo libro di Samuele descrive la corruzione della casa sacerdotale di Eli a Silo, i suoi figli sono detti “figli di Belial”, del demonio. Il loro peccato è l’avidità (non si accontentavano del petto e della zampa destra degli animali sacrificati, a loro riservati da Lv 7,29-36) e il disprezzo delle norme rituali. E la colpa del sacerdote Eli è aver preposto i figli al Signore (2,29).

 La chiamata di Samuele

In questo contesto di sfascio politico e religioso, viene raccontata la vocazione di Samuele, che sarà giudice, profeta e intercessore. Il giudice Samuele infatti, nel 1030 circa, venti anni dopo la battaglia di Afek, vendicherà la sconfitta a Mispa (1 Sam 7).

Il narratore stabilisce un contrasto tra “il giovane Samuele che cresce davanti al Signore e davanti agli uomini” (1Sam 2, 21.26) e i due figli di Eli: essi “non ascoltano la voce del padre” (2,25), mentre Samuele è l’uomo dell’ascolto.

Il verbo “chiamare” scandisce questo racconto, comparendo ben dodici volte in pochi versetti (1 Sam 3,4-16).

In questo racconto di vocazione ci sono molti insegnamenti:

  1. Nei momenti di difficoltà, anche se la Parola del Signore sembra essere “rara e infrequente”, Dio continua a chiamare. Il nostro Dio è il Dio della missione. Il nostro Dio interviene nella storia sempre per mezzo nostro: ha bisogno di noi! Come quando aveva detto a Mosè: “Il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l’oppressione… Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo” (Es3,9-10).
  2. Per tre volte Samuele confonde la voce del Signore con quella di Eli. Non è facile discernere la voce di Dio nel frastuono del mondo: non ne siamo abituati, ci viene difficile.
  3. Ci vuole qualcuno che ci aiuti nel discernimento. Fallito come educatore dei figli, Eli però sa intravvedere il progetto di Dio prima su Anna, madre di Samuele, e ora su Samuele, anche se con fatica: è solamente al terzo risveglio che il sacerdote comprende che è Dio a chiamare il ragazzo.
  4. Bisogna obbedire prontamente alla Parola del Signore. Nella Bibbia c’è un vocabolo che sintetizza questo atteggiamento di ascolto disponibile: “Eccomi!” (in ebraico: “Hinneni!”). La risposta di Samuele è quella che aveva dato Abramo alla richiesta di Dio di sacrificargli il figlio Isacco e poi all’ordine di sospendere il sacrificio; è la risposta a Dio di Giacobbe, di Mosè, di Isaia, di Anania; è quella di Maria all’angelo: “Eccomi (in greco: “Idoù”), sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc1,38).
  5. Da ragazzo che ascolta, Samuele diventa uomo che annuncia, prima a Eli (1 Sam3,16), poi a tutto Israele (1 Sam3,20). Il Signore non ci parla solo per la nostra consolazione, o per salvarci l’anima. Siamo chiamati per chiamare, evangelizzati per evangelizzare, consolati per consolare. L’essere missionari è costitutivo di ogni vocazione.

 “La fede dipende dall’ascolto (akoè)” (Rm 10,17)

Nell’Antico Testamento la parola ebraica ’ozen, orecchio, compare ben centottantasette volte e, secondo la tradizione di Israele, è già in sé significativa: essa infatti è composta dalla lettera àlef, che nell’alfabeto ebraico rappresenta Dio nella sua unicità e nel suo Amore, dalla lettera zàyin, iniziale della parola “nutre”, e dalla lettera nu, iniziale di nefesh, l’anima umana. L’orecchio quindi è l’organo con cui “Dio nutre l’anima umana”: ecco quindi l’importanza dell’ascolto!

Dio si rivela, ma chiede ascolto. “Ascolta (Shema’), popolo mio, ti voglio ammonire; Israele, se tu mi ascoltassi!” (Sl 80,9). Il pio ebreo ripete più volte al giorno: “Ascolta, Israele (Shemà, Israel)!” (Dt 6,4-9). Gesù, a chi gli chiede qual è “il primo di tutti i comandamenti”, risponde: “Il primo è: ‘Ascolta, Israele!’ (Mc 12, 28-29)”.

Ascoltare, in molte lingue, vuol dire insieme udire ed obbedire. La parola greca che indica l’obbedienza, upakoè, deriva da upò, “sotto” e akoùo, “ascolto”; anche il latino ob-audire (ob, “verso”; audire, “sentire”), l’italiano “udire – obbedire”, il tedesco hören – gehorchen richiamano l’ascolto. Paolo parla della upakoè pìsteos (Rm 1,5), che non è “l’obbedienza alla fede”, come a volte traduciamo, ma l’“obbedienza della fede”, cioè quella fede che si identifica con l’obbedienza.

Che il Signore apra i nostri cuori all’ascolto della Parola. E in questo mondo confuso da tante parole vuote e spesso cattive, si realizzi presto la profezia di Amos: “Ecco, verranno giorni, – dice il Signore Dio – in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma di ascoltare la Parola del Signore” (Am 8,11).

di CARLO MIGLIETTA

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