Don Ciotti: parroco degli ultimi

Profilo di Don Luigi Ciotti, da anni impegnato nella lotta contro le mafie 

Quando lo vedi avvicinarsi, circondato dalla sua scorta che non lo perde mai di vista (una volta ha confessato: “Vivere così non è facile, ma penso sempre a chi rischia ancora di più, o a quanti hanno perso la vita”), con il suo passo svelto, la schiena un po’ ricurva come quella di chi ha fardelli pesanti da portare, i capelli sempre più grigi che sostituiscono e si insinuano in quella chioma un tempo nera come le notti torinesi degli anni Settanta, stenti a credere che sia lui quello che Totò Riina definì, in un dialogo intercettato in carcere, uno che doveva fare non “il parrino (il prete) ma il commissario”.

Eppure don Luigi Ciotti, che, nel 2014, venne definito dalle Procure di mezza Italia, l’“uomo più a rischio di attentato in Italia”, è oggi qualcosa di più di un simbolo.

Ho avuto due maestri, la strada e le persone che la strada mi ha fatto incontrare. Guai se venissero meno nella mia vita la strada, i poveri, gli ultimi, quei volti, quell’intreccio di storie”: ecco, la vicenda umana di don Ciotti è tutta in questa frase, che ne sintetizza l’impegno di uomo e di sacerdote che da 55 anni non smette di far sentire la sua voce.

Nato nel settembre del 1945, in una Pieve di Cadore nella quale si respiravano ancora i fumi di un conflitto finito da poco, non ha ancora cinque anni quando con tutta la famiglia si trasferisce a Torino e sperimenta sulla sua pelle cosa significhi essere emigrante.

È poco più che ventenne, quando, in una città che sta esplodendo e diventando capitale industriale, contribuisce a fondare un’associazione che ha come scopo la vicinanza e l’attività in tutti i campi dell’emarginazione sociale: è il nucleo di ciò che diverrà il “Gruppo Abele”, che oggi è una realtà di 350 persone che si occupano dell’accoglienza ed assistenza di persone con problemi di tossicodipendenza, di alcolismo o malate di AIDS, oltre che dei senza fissa dimora.

Dal 1968 intraprende le prime attività sperimentali, anche alternative alla detenzione, in alcuni istituti di pena minorili, fra cui il “Ferrante Aporti”, che frequenta assiduamente mentre già è in Seminario a Rivoli: quattro anni dopo, l’11 novembre, il cardinal Pellegrino lo ordina sacerdote.

Proprio il prelato torinese diviene e sarà per lungo tempo un punto di riferimento di don Luigi, sin dalla scelta dell’originalissima parrocchia che affida al neo-sacerdote: la strada. “Da oggi – gli disse – coloro che soffrono in strada saranno i tuoi parrocchiani”.

Il focus dell’attività di don Ciotti e del “Gruppo Abele” ben presto si concentra sulla lotta alla droga che negli anni Settanta diventa un flagello che si abbatte sulla Torino operaia: dapprima crea un “Centro di ascolto” e, poi, negli anni a seguire, la prima di otto Comunità di assistenza e recupero.

A queste si affiancano quelle dedicate alla lotta all’alcolismo ed a tutte le dipendenze che ne fanno sempre di più un riferimento per decine di giovani che iniziano a collaborare alle iniziative che don Ciotti via via intraprende anche lontano dalla Mole.

Nel 1986, c’è anche don Ciotti fra i promotori della LILA, la Lega italiana per la lotta all’AIDS, di cui viene eletto primo Presidente.

Non molti lo sanno, ma don Luigi è anche giornalista pubblicista dal 1988, ed in questa veste, oltre a collaborare in qualità di corsivista con molteplici quotidiani e settimanali nazionali, crea, nel febbraio del 1993, il mensile “Narcomafie” di cui è stato Direttore responsabile sino al luglio 2009, quando ha passato il testimone a Manuela Mareso.

Dopo le stragi mafiose del 1992, infatti, il suo impegno diviene, se possibile, ancora più “scomodo” e rivolto al contrasto delle mafie che stanno dietro alle emergenze sociali. L’idea è, ancora una volta, innovativa: creare una sorta di rete fra le centinaia di associazioni dedite al volontariato, all’assistenza, all’attenzione agli ultimi: nasce così, nel 1995, “Libera: Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, una straordinaria esperienza di contatto, capace, oggi, di mettere insieme qualcosa come quasi settecento realtà sparse in tutto il Paese e di cui don Ciotti è Presidente.

Ma come sono cambiate le mafie oggi? “Non c’è più regione italiana dove non siano presenti, pur in forme diverse. Solo che oggi si sono fatte più reticolari, flessibili, imprenditrici: magari non sparano più, ma lavorano sottotraccia”, ha ricordato durante l’ultima Giornata della memoria delle vittime della mafia.

Don Ciotti ha anche due lauree honoris causa: una in Scienze dell’educazione, conferitagli nel 1998 dall’Università di Bologna, ed una seconda in Psicologia dell’intervento clinico e sociale, ricevuta dall’Università di Parma nel 2018, che ha entrambe considerate come risultato del lavoro non solo suo: “Non merito tutto questo, perché oggi più che mai mi sento molto piccolo. Sento però la forza del noi: sento dentro di me la necessità di unire le forze degli onesti per diventare una forza etica, sociale, culturale, politica al servizio del bene comune”.

Ma don Luigi è anche, come ha sottolineato qualche tempo fa Papa Francesco, davvero l’immagine di quella “Chiesa che ‘interferisce’, denunciando senza remore l’incompatibilità tra mafie e Vangelo. E che non dimentica che la denuncia seria, attenta, documentata è annuncio di salvezza. Anche a costo della vita”.

Sul tema migranti è stato spesso in contrasto con un certo modo di porsi davanti al problema: “Il nemico vero è il sistema economico e politico che crea disuguaglianze e sofferenze. Le migrazioni sono deportazioni indotte perché le persone fuggono da disperazione, fame, sete, guerre”, ha ricordato recentemente in una intervista televisiva.

E domani? Don Luigi non nega che le difficoltà ci siano, ma rammenta con forza quella che deve essere la coerenza del credente: “Come ha ricordato il Papa, attenzione che ‘le paure non determinino le nostre risposte’. La paura ci fa perdere umanità. Per un cristiano è peccato, negazione del Vangelo”.

Fabrizio Gaudio

questo articolo è stato pubblicato su Andare alle Genti

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