IL SEGNO DELLA SVOLTA

Ci sono due brani, al centro del vangelo di Marco, che segnano una svolta importante nel libro. Fino a lì Gesù ha già fatto tanto, ha fatto conoscere un Dio che si occupa principalmente dell’uomo, che interviene nella storia per eliminare ciò che impedisce alle persone umane di entrare in dialogo tra di loro: si è insomma dimostrato “Cristo” (cfr. Mc 1,1). Di più, ha dimostrato che questo obiettivo di vita piena per l’uomo non è riservato solo agli ebrei, come ci si sarebbe anche potuti aspettare, ma è per tutti gli uomini: dopo una moltiplicazione dei pani molto “ebraica” (Mc 6,34-44: sono come «pecore senza pastore», prende cinque pani, benedice, raccolgono dodici panieri di avanzi, sono cinquemila uomini) e una molto più “non ebraica” (Mc 8,2-10: sono stati con lui tre giorni, moltiplica sette pani, rende grazie, raccolgono sette ceste di avanzi, sono quattromila uomini), Gesù ha invitato a leggere insieme i due episodi: «Quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quanti panieri di avanzi avete portato via? E quando i sette pani per i quattromila, quante ceste? Non capite ancora?» (Mc 8,17).

Fin qui abbiamo potuto capire che Dio vuole il bene dell’uomo, che per Dio il bene dell’uomo consiste soprattutto nella capacità di entrare in relazione con gli altri esseri umani, che davanti a Dio non c’è distinzione tra ebrei e non ebrei. Ma è tutto qui?

No, non è tutto qui (benché questo assolutamente non sia poco!). C’è ancora bisogno di chiarire in che cosa questo uomo sarà arricchito dal rapporto con Dio (Mc 9-13). Marco, però, non si limita ad aggiungere una “seconda parte, vuole anche far capire che i due capitoli sono molto strettamente legati. E che per apprezzarli appieno, occorre darsi da fare ma anche essere aiutati da Lui.

Vederci bene

Dopo la seconda moltiplicazione dei pani Gesù aveva già insistito sul tema del “vedere”. Mentre erano in barca sul lago, prima che il Signore indicasse ai discepoli, sotto forma di domanda, che le due moltiplicazioni dei pani andavano colte insieme, li aveva invitati a diffidare dal potere, alludendo ancora al pane, dicendo: «Vedete, guardatevi dal lievito di Erode» (Mc 8,15). Sgridandoli perché non capivano, aveva ancora fatto riferimento al “vedere” con una citazione di Geremia: «Avete occhi e non vedete?» (Mc 8,18). In effetti per l’essere umano, dalla vista tanto sofisticata, spesso “vedere” è sinonimo di “capire, sapere”.

Può allora essere un caso che a questo punto, subito prima di uno snodo cruciale nel vangelo, Marco ci presenti Gesù che guarisce un cieco? Con una guarigione tanto faticosa da richiamare l’attenzione? (Gli scrittori bravi sanno “svegliare” il lettore subito prima di passaggi importanti) Può essere un caso che nel vangelo di Marco le guarigioni di ciechi siano solo due, ed entrambe in punti delicatissimi (l’altra è quella di Bartimeo, subito prima di entrare in Gerusalemme: Mc 10,46-52)? Sarebbe ben strano…

In effetti, sembra proprio che Marco abbia da una parte voluto richiamare la nostra attenzione, dall’altro ricordarci che per capire e conoscere a fondo Gesù non basta impegnarsi, ma occorre che Lui ci dia occhi capaci di vederlo. D’altronde, è chiaro che ha tutta l’intenzione di darceli…

Nella guarigione del cieco di Betsaida (Mc 8,22-26) ci sono diversi particolari interessanti. Glielo portano, non è il malato a presentarsi. Ovvio, dal momento che è un cieco. Ma Bartimeo si proporrà da solo… Marco forse vuole ricordarci che, nelle cose umane (la prima parte del vangelo è tutta sull’umanità), coloro che incontriamo, che ci semplificano incontri e altro, sono decisamente importanti.

Gesù, quindi, dopo aver fatto ricorso a un mezzo di guarigione molto concreto (non bastava la sua parola? Perché sputare? Ricordiamoci però che si riteneva che i fluidi corporei portassero la vita, e rendessero impuri. Sembra che Gesù voglia invitarci ad andare oltre alle apparenze), chiede al cieco se vede. «Vedo gli uomini, perché vedo come alberi che camminano» (Mc 8,24). Perché Gesù che ha già risuscitato una ragazza senza fatica, trova tanto difficile far vedere questo cieco? Forse che Marco vuole dirci che il passaggio alla conoscenza di Gesù è lento e faticoso, che richiede pazienza e costanza?

È comunque significativo che ciò che il cieco vede siano gli uomini. Quasi che sia proprio quello, ciò che la prima parte della missione di Gesù abbia voluto insegnare: chi sia l’uomo. L’uomo è colui che entra in relazione con gli altri, e con Dio. Fuori da ciò, si perde l’umanità.

Sondaggio d’opinione

A seguire, però, arriva la vera svolta del vangelo. Per la prima (e ultima) volta nel racconto, Gesù pare preoccuparsi di che opinione ci sia su di lui tra la gente (Mc 8,27-30). È una domanda quanto meno curiosa. Il Gesù che parlava con autorità (Mc 1,22) sembra quasi trasformarsi in uno dei nostri politici, preoccupato dei sondaggi. E i discepoli, quasi fosse sondaggisti, gli rispondono: per alcuni il Battista, per altri Elia, per altri ancora uno degli antichi profeti. A colpire può essere che siano tutte figure profetiche, ossia qualcuno di coloro che fa intuire come sia il cuore di Dio senza appoggiarsi alla scrittura o alla ragionevolezza, ma quasi a un “sentire” proprio, di chi Dio lo conosce… Ma insieme colpisce che siano tutte figure del passato, vicino o lontano. È una nostra inevitabile caratteristica, probabilmente un difetto, quello di valutare tutto ciò che incontriamo rapportandolo al passato. “Tu sei come…” è un buon modo per non lasciarsi provocare da ciò che si ha davanti.

Gesù, infatti, sembrerebbe quasi insoddisfatto. «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mc 8,29). Questa volta è Pietro a prendere la parola, a farsi portavoce dei dodici, e ciò che dice è brevissimo e inaudito: «Tu sei il Cristo», sei il messia che aspettavamo, sei la parola di Dio su questo nostro tempo e vita.

Per la prima e ultima volta nel vangelo, a un’affermazione di uno dei discepoli Gesù non reagisce correggendo o adirandosi, ma si limita a raccomandare loro di non dirlo a nessuno, esattamente come fa quando colgono nel segno realtà che ancora è bene non divulgare, perché non siano fraintese. In altri vangeli Pietro viene lodato per questa intuizione (Mt 16,17); qui basta, più efficacemente, il silenzio. Pietro ha centrato il bersaglio.

Ciò che ha fatto e detto Gesù, dunque, i miracoli che ha fatto per mettere le persone in grado di vivere le proprie vite di relazione, le guarigioni e la rianimazione della figlia di Giairo, tutto ciò era il segno di Dio che viene nel mondo, di ciò che Dio sogna per l’essere umano.

Da genio a Satana

Forse Marco vuole evitare che esaltiamo troppo Pietro, o forse è stato Gesù a voler evitare che si illudesse di aver capito tutto. Da Mc 8,31, però, inizia una parte nuova, di cui dobbiamo rimandare l’analisi a un’altra occasione. Comunque, possiamo iniziare ad anticipare che Gesù cambia passo, inizia a parlare della propria fine in croce, sconvolgendo tutti.

E Pietro, che aveva avuto la grande intuizione sulla messianicità di Gesù, forse si monta un po’ la testa, prende da parte Gesù e lo sgrida, perché certe cose non deve neppure pensarle. Potevamo pensare che Gesù, forse un po’ sconfortato, avesse bisogno dell’appoggio dei discepoli e fosse disposto a concedere loro qualcosa? Saremmo stati in errore. Il maestro si gira subito, dà le spalle a Pietro e, guardando gli altri dodici, lo apostrofa in modo durissimo: «Va’ via da me, Satana!» (Mc 8,33). Mai nel vangelo Gesù tratta qualcun altro con tanta durezza. Che cosa avrà mai detto di tanto grave Pietro? In fondo, si è limitato a dare dei consigli di buon senso per la sicurezza di Gesù.

La spiegazione della gravità dell’errore arriva subito dopo: «Perché non pensi al modo di Dio, ma degli uomini» (Mc 8,33). Non è un caso che “Va’ via da me” potrebbe anche essere tradotto con “Passa dietro a me” (traduzione che sarebbe peraltro migliore). Gesù non rifiuta Pietro, ma gli dice (a brutto muso, è vero) che non è da più del maestro, che non ha già capito tutto, che deve mettersi sulla strada tracciata dal Signore per trovare la vita autentica.

Insieme, dice ai dodici e a noi che è vero che il messia che viene nel mondo compie tutti i desideri dell’uomo e lo aiuta a capire come vivere nel modo migliore. Ma, insieme, gli segnala che per vivere autenticamente c’è anche altro da fare, che si può solo imparare da Dio. E per riuscire a essere autenticamente e pienamente umani ci sarà umilmente da mettersi sulle tracce di Gesù e seguirne le impronte. Dove ci porteranno, ancora non lo sappiamo, ma Gesù pare esserne totalmente consapevole.

Angelo Fracchia

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