UN CAMPO DI MISSIONE IMMENSO

Mons. José Luis Mumbiela Sierra è il Vescovo della Diocesi della Santissima Trinità in Almaty e anche Presidente della Conferenza Episcopale del Kazakistan. In questa breve intervista ci condivide alcuni aspetti riguardanti la vita della Chiesa nella sua Diocesi.

  • Eccellenza, potrebbe offrirci una rapida sintesi della storia religiosa del Suo Paese?

Se cominciamo a contare dal tempo della nascita di nostro Signore, possiamo dire che in questa terra le religioni più diffuse erano il tengrismo e lo chamanesimo. In alcune zone erano presenti anche lo zoroastrismo e il buddismo. Nel III secolo della nostra era fu introdotto il cristianesimo per opera di gruppi di nestoriani. Nel secolo IX comincia ad entrare il musulmanesimo. Nel 1200 e 1300 cominciarono le prime missioni cattoliche ad opera dei frati francescani. Però questa presenza durò poco. Nel secolo XIX giunse tra noi la Chiesa ortodossa russa, ma a sua volta arrivarono anche cattolici e protestanti. Attualmente, dopo l’epoca sovietica, esiste una grande fetta di popolazione che non pratica nessuna religione. Tra le confessioni religiose, la maggioranza è costituita da musulmani sunniti, il 60%, segue la chiesa ortodossa russa con più del 20%, i cattolici e i protestanti costituiscono, ciascuno, più o meno l’1% della popolazione. Vi sono poi credenti di altre religioni, però, come ho detto, la pratica religiosa, in generale, è scarsa.

  • Qual è la situazione attuale della Chiesa cattolica e quali tratti assume l’evangelizzazione, nel contesto socio-economico e religioso odierno?

La Chiesa cattolica sta vivendo un processo di trasformazione. Inizialmente la maggior parte dei fedeli era costituita da discendenti di polacchi, tedeschi, ucraini e baltici, che erano stati deportati al tempo di Stalin nel secolo passato. Molti di loro però sono emigrati in altri Paesi e questo movimento non è ancora cessato. D’altro canto vanno aderendo alla fede cattolica persone di altra nazionalità che “tradizionalmente” non erano cattolici e nemmeno cristiani. Questo costituisce una sfida per l’evangelizzazione e l’inculturazione. Il fenomeno migratorio ci tocca da vicino, però non lo consideriamo un problema. Come discepoli di Gesù Cristo sappiamo che siamo chiamati non solo a “tener viva” la fede dei nostri fratelli, ma anche a trasmetterla a tutti coloro che non hanno avuto finora la sorte di conoscerla e di viverla. Per tutti questi motivi, qui da noi il campo della missione è immenso.

Come sono i rapporti fra le diverse religioni?

Nel Kazakistan c’è un clima di dialogo e di amicizia. Lo stesso governo, sin dalla data dell’indipendenza nel 1991, si è adoperato per promuovere una società basata sulle buone relazioni tra le diverse fedi religiose. La pace e la concordia sono l’obiettivo di tutti e a questo scopo vengono organizzati incontri comuni. In questo ambito non sono importanti tanto le relazioni istituzionali, quanto piuttosto quelle personali, i buoni rapporti di vicinanza e amicizia tra i credenti delle diverse religioni o di… nessuna.

  • Quale particolare contributo si aspetta dal nostro servizio missionario? Quali realtà interpellano maggiormente il nostro Carisma di Consolazione?

 Stiamo aspettando le suore come l’acqua nel deserto! Tra le popolazioni dove esse andranno a vivere ci sono alcuni cattolici, ma sono pochi quelli che frequentano la chiesa. Per questo motivo i non cattolici e i non cristiani sono la grande maggioranza. C’è bisogno di un forte desiderio di portare Gesù Cristo a chi ancora non lo conosce e, per questo, non lo ama. Tutti dobbiamo ascoltare lo Spirito Santo. In ogni luogo ed epoca lo Spirito di Dio, che guida la missione, ci dirà come orientare i nostri sforzi. La vostra Congregazione ha una grande esperienza. Credo che le sorelle saranno accompagnate da tutta questa esperienza comune. Esse, soprattutto agli inizi, cercheranno di essere molto attente a quello che il Signore andrà loro mostrando per conoscere in modo concreto come orientare il loro apostolato.

  • Che cosa ha rappresentato per il Kazakistan la Visita di Papa Giovanni Paolo II nel settembre 2001?

È stato un momento indimenticabile di grazia e di benedizione. Credo che per i cattolici che hanno vissuto i difficili anni dell’epoca sovietica sia stato come un “uscire dalle catacombe verso la luce”. Ci sono stati molti non cristiani che, prima e dopo la visita, hanno riconosciuto che era venuto tra noi un “uomo santo”. Per noi egli era, ed è ancora, una forte chiamata alla santità, perché egli rappresenta in modo “ufficiale” la Chiesa cattolica. I missionari, che lo vogliano o no, sono responsabili dell’immagine di quella fede che professiamo. Il Vangelo deve essere reso credibile, accettabile e desiderabile non per meriti altrui o per le glorie del passato, ma per la bellezza che trasmettiamo con la testimonianza della nostra vita.

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