I PROFETI: IDENTITÀ E RUOLO

Il profeta è sempre presente dove regna l’ingiustizia

Nel linguaggio comune il termine “profeta” si associa a colui o a colei che sanno (meglio, dicono di sapere) quanto accadrà. E dato che ai nostri giorni la ricerca del sacro – un sacro infondato e ingannevole – è molto diffusa, con un concreto pericolo che di lì si sconfini nell’occulto e in tutte le deviazioni che ne sorgono, ecco che non sono pochi quanti si rivolgono a maghi e fattucchiere, senza distinguere tra profeta e imbroglione.

Per il cristiano è “profeta” soltanto colui che parla a nome di Dio: il suo compito non è di minacciare, promettere successi, né annunziare sventure: il profeta “annunzia la Parola, insiste in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisce, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina” (cfr. 2 Tim 4,2).

Il profeta, per prima cosa, odia l’ingiustizia e lavora in opere e parole per la pace, ben sapendo che essa è dono di Dio all’uomo che Egli ama. Il nostro Dio, ricorda il profeta, non è come gli idoli  costruiti dagli uomini che “hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno piedi e non camminano” (Sal 115): al contrario, il nostro Dio “vede la miseria del suo popolo, ode il suo grido di dolore, scende dai suoi cieli per liberarlo dal male” (cfr. Es 3,7-8).

Questa è la vera identità del profeta. Non prevede l’avvenire, ma ammonisce e ricorda a tutti che Dio è misericordia infinita ma è pure giustizia. Perché “non fatevi illusioni: non ci si può prendere gioco di Dio” (Gal 6,7).

I profeti del nostro tempo ce lo ripetono: dal coraggio di Papa Francesco, ad esempio, autentico profeta che non teme il male, perché sa che sta germogliando qualche cosa di nuovo: “Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete”? (Is 43,19). E questo germoglio è la pace, la fratellanza, il riconoscimento dell’unico punto di unione per gli uomini: la paternità divina.

La grande messe dei profeti biblici

La Sacra Scrittura ci conferma che il profeta è colui che parla a nome di Dio.

La Bibbia cristiana riconosce sedici libri che portano il nome di un profeta, che non è necessariamente l’autore del libro, ma i cui oracoli sono stati raccolti in un’opera: quattro “grandi” profeti, Isaia, Geremia, Ezechiele e l’autore del libro di Daniele, e dodici profeti “minori”, così denominati a causa della brevità delle loro raccolte. Il punto di arrivo, lo spartiacque, per così dire, è Cristo, ultimo e assoluto profeta.

La Bibbia ebraica, a differenza di quella cristiana, chiama questi libri i “profeti posteriori”, distinti cioè dai “profeti anteriori”, che troviamo (eccettuato Mosè) nei libri storici: Giosuè, Giudici, Samuele, Re.

“La Legge e i Profeti” è la formula che riassume l’Antico Testamento. Essi consistono, dice Gesù, in una frase: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12). Con l’apparizione di Giovanni il Battista, l’ultimo dei profeti prima di Gesù, il Regno di Dio è annunciato: Gesù è “colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti” (Gv 1,45).

I principali profeti anteriori

Anziché “la Legge e i Profeti” Luca usa talvolta l’espressione “Mosè e i Profeti” (Lc 24,27). Mosè è la grande figura del Pentateuco, al punto di esserne ritenuto l’autore fino al XVII secolo, ma è anche il primo dei profeti, il più prestigioso dell’Antico Testamento: “Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè… per tutti i segni e i prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nel paese d’Egitto” (cfr. Dt 34,10-12). Mentre agli altri profeti Dio si farà conoscere “in visione”, Egli si rivolge a Mosè chiaramente e non per enigmi. Mosè “guarda l’immagine del Signore” (Nm 12, 8), benché debba distogliere lo sguardo per non contemplare il volto di Dio, che nessuno può vedere senza morire (Es 33,20).

Ai tempi di Davide, due profeti servono e consigliano il re: Gad e Natan, contemporanei anche di Salomone di cui Natan avrebbe riferito gli atti (2 Cr 9,29). Se Gad, veggente di Davide, si manifesta solo episodicamente nella Sacra Scrittura, il ruolo di Natan presso Davide è invece importante. Egli gli annunciò che era l’eletto del Signore e che la sua discendenza gli avrebbe conservato per sempre la regalità in Giuda; in nome del Signore lo rimproverò per aver tolto la moglie ad Uria; restò accanto a Davide al tempo di una rivolta contro di lui e intervenne perché facesse di Salomone il suo successore. Leggiamo tutto questo nei libri di Samuele e nelle Cronache.

Davide stesso è detto “uomo di Dio” e “servo del Signore”, ma il titolo di profeta gli viene attribuito una sola volta (At 2,30).

Elia ed Eliseo

Alla morte del re Salomone, figlio di Davide (930 a. C.), avvenne uno scisma, cioè la divisione in due regni: il regno del Nord o di Israele, con capitale Samaria (primo re Geroboamo), e il regno del Sud o di Giuda con capitale Gerusalemme (primo re Roboamo).

Due grandi profeti testimoniano che il Signore non aveva abbandonato il suo popolo, sempre lacerato da invidie e invaso dall’arroganza. Erano Elia, coscienza vivente di Acab e di Acazia, re iniqui del Nord, succedutisi l’uno dopo l’altro, ed il suo discepolo Eliseo. Nessuna raccolta viene loro attribuita ma i Libri dei Re riferiscono le loro gesta che ebbero tanta influenza nella storia ebraica da essere ricordate ancora – quelle di Elia specialmente – al tempo di Gesù, quindi circa mille anni dopo le loro vicende.

I profeti posteriori

I profeti posteriori della tradizione giudaica sono dunque coloro i quali, a partire dall’VIII secolo a.C., hanno legato il loro nome ad un’opera. Si distinguono in “maggiori” e “minori”, così denominati per la maggiore o minore estensione delle raccolte dei loro scritti.

Dei quattro maggiori il più noto è Isaia, a cui senza dubbio si deve la prima parte del lungo scritto che porta il suo nome. Visse dagli ultimi giorni del re Ozia (morto nel 740) sino all’inizio del regno di Manasse (687).

Geremia cominciò a profetare sotto il re Giosia (627 a. C.) e proseguì la sua attività sotto Ioiakim e poi durante la deportazione in Babilonia; il profeta Ezechiele, letterariamente molto avvincente, fu deportato sotto Ioiakim e in quell’infausto tempo redasse i suoi scritti.

Difficile dire se l’ultimo dei quattro grandi profeti, Daniele, sia effettivamente un personaggio storico. Di lui si conosce soltanto quanto raccontato nel libro omonimo. Famoso per la sua saggezza, predisse il futuro trionfo del regno messianico.

Vi sono infine i dodici profeti minori, ciascuno dei quali affronta un aspetto riprovevole della storia del popolo eletto, richiamando costantemente al rispetto dell’alleanza tra il Signore e il suo popolo. La raccolta dei loro scritti era già conosciuta verso il 200 a. C. (Sir 49,10). Amos e Osea, vissuti nel sec. VIII a. C., sono considerati i primi scrittori tra questi dodici.

Il Nuovo Testamento

 Vi fu una riviviscenza profetica al tempo di Gesù. Zaccaria, avvertito da un angelo della nascita del Precursore, elevò un cantico dopo la nascita del bambino; Elisabetta, spinta dallo Spirito, salutò Maria come la Madre del Signore, due personaggi ispirati lo accolgono fanciullo nel Tempio: Simeone ed Anna. Leggiamo tutto ciò in Luca, nel cosiddetto “Vangelo dell’infanzia”.

Infine Giovanni Battista, di cui Gesù dirà che era “più di un profeta” (Lc 7,26), al di sopra di tutti gli altri profeti.

Gesù stesso applicò a sé il titolo di profeta: “Nessun profeta è ben accolto nella sua patria” (Mt 13,57). Ecco il massimo profeta. La Samaritana, cui Gesù aveva rivelato cose della sua vita privata, i ciechi e in particolare il cieco nato, le folle dopo il ritorno in vita del figlio della vedova di Naim, dopo la moltiplicazione dei pani, dopo la promessa dell’acqua di vita, lo salutarono come tale; così lo acclamarono al suo ingresso in Gerusalemme e così lo chiameranno i due discepoli di Emmaus.

Ma soltanto dopo la Risurrezione si delinea la vera figura di Gesù, non profeta ma Cristo.

Sta a noi, oggi, essere suoi profeti perché la storia umana possa incontrarsi, secondo il piano di salvezza del Padre, con quella divina.

di FRANCO CAREGLIO o.f.m. conv.

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