Islam: realtà e problematiche

Introduzione

L’Islam, ovvero il fenomeno storico ‘Islam’ in tutti i suoi aspetti, è balzato quasi improvvisamente alla ribalta della nostra storia contemporanea, riempiendo sempre più i titoli dei nostri media. Per molti questa apparizione è stata una sorpresa inaspettata, e molti analisti del sociale si sono dati da fare per trovare le cause di tale fenomeno. Ma in realtà essi mi sembrano persone che seguono le onde capricciose alla superficie del mare senza tener conto delle correnti profonde che lo muovono. Le loro analisi di fronte ai grandi fenomeni della storia umana suonano in genere molto superficiali. È come quando, dopo certi delitti mostruosi, la gente sorpresa esclama: ma come? Sembrava fosse una persona ‘normale’, una coppia ‘ideale’… come mai è successo tale delitto?! E non sanno rendersi conto di tali fatti, non conoscendo le cause profonde del comportamento di quelle persone. Allo stesso modo troviamo gente sorpresa di fronte alla violenza del fondamentalismo islamico e si domandano: non è l’Islam come dice il suo nome la ‘religione della pace’?! C’è chi (i buonisti) condanna tali movimenti fondamentalisti come estranei all’Islam, anche se essi in realtà si rifanno a testi islamici, e non a testi estranei all’Islam. Altri invece (i cattivisti) identificano l’Islam direttamente con questi movimenti, anche se molti musulmani li condannano. Occorre quindi studiare a fondo la storia reale dell’Islam per vedere dove affondano le radici storiche di tali fenomeni. Di qui emerge l’importanza di conoscere a fondo i fenomeni storici nelle loro radici storiche per non prendere abbagli o non seguire piste false o fuorvianti.

Quello che presento qui è quindi un tentativo di mettere in luce alcuni elementi importanti che possono aiutare per una maggiore e completa conoscenza del fenomeno islamico nel suo complesso, e il posto che la violenza ha in esso. A tale scopo presento come premessa quattro principi che mi sembrano fondamentali per un accostamento a tutti i fenomeni storici nel modo più oggettivo possibile, senza pretendere la perfezione. Essi sono: il principio della realtà e della verità, quello dell’universalità e dell’umanità. Prendo tali principi da alcuni detti della cultura classica pre-cristiana, per mostrare che essi sono presenti alla base della vita e del pensiero umani in generale, quindi reperibili in tutte le culture e religioni mondiali.

  1. Quattro premesse per un serio dialogo interreligioso

1-1. Il principio della realtà

Fu chiesto una volta al Dalai Lama: ‘Qual è la religione migliore?’. Egli, da saggio buddhista, rispose: ‘La religione migliore è quella che rende le persone migliori’.

Ma, si potrebbe chiedere ancora: e che vuol dire essere migliori? La risposta a tale quesito, almeno per le religioni abramitiche, quelle cioè che riconoscono la loro origine nella fede di Abramo, non dovrebbe essere difficile o lasciare dubbi. L’essere umano è visto in esse come ‘immagine di Dio’ (imago Dei); egli deve quindi imitare le qualità fondamentali di Dio, realizzare cioè la ‘imitazione di Dio’ (imitatio Dei). E queste qualità divine fondamentali riconosciute (o che dovrebbero essere riconosciute) da tutti sono a mio parere cinque: la misericordia e l’amore, la verità e la giustizia, e la pace: queste si trovano in molti testi ispirati (vedi Salmo 85, 11-12). A queste cinque qualità fondamentali si possono facilmente ricondurre tutte le altre qualità divine menzionate nei testi fondamentali delle religioni abramitiche.

Di conseguenza, la migliore delle religioni abramitiche sarà quella che rende le persone più misericordiose e amorevoli, più vere e giuste, e più operatrici di pace. Tutto il resto, e i loro profeti lo hanno ribadito di continuo, è solo esteriorità legale e cultuale che, se non porta ad una reale trasformazione interiore dei credenti, rischia di cadere in un esteriorismo religioso, senza contenuto, e cioè alla fine in una grande ipocrisia. E, come sappiamo, il peccato di ipocrisia è quello più chiaramente condannato in tutte e tre le tradizioni abramitiche. A questo punto possiamo notare che esiste un vasto retaggio spirituale comune fra le nostre tradizioni, su cui si può, anzi si deve dialogare per costruire una vera coesistenza e cooperazione tra noi.

Occorre dire anche che tali qualità divine sono pure facilmente reperibili in tutte le grandi religioni mondiali come il Buddismo, l’Induismo, il Taoismo, il Confucianesimo, ecc. Quindi possiamo affermare che ci troviamo qui di fronte ad un largo spazio di dialogo interreligioso in cui possiamo e dobbiamo scambiarci i grandi tesori di sapienza e saggezza accumulati nelle generazioni passate da tutte le più grandi e autentiche tradizioni religiose dell’umanità. Su tale base contastiamo anche che il fenomeno della ‘eclissi dei valori’ nel nostro mondo contemporaneo, mondo del ‘mercato globalizzato’, viene accompagnato da un degrado dell’umanità, cioè dell’essere umano in quanto tale, verso estremi difficilmente rimediabili. È ciò che il grande psicologo svizzero, Carl Gustav Jung (m. 1961), chiamava la ‘barbarie moderna’. Noi esseri umani stiamo regredendo verso una nuova barbarie umana. Un dialogo quindi che non porti ad una trasformazione profonda delle persone impegnate in esso rischia di ridursi a pura formalità verbale.

A tale punto si può affermare anche che il santo o la santa del futuro non potrà più essere tale solo per la propria ‘tribù’ religiosa (che sia cattolica, islamica, induista, buddista, o altro…) o ideologica, ma dovrà essere riconosciuto come tale da tutte le ‘tribù’ umane: i santi del futuro dovranno essere santi e sante di tutti, fratelli e sorelle universali al di là di ogni limite tribale, e questo perché hanno incarnato nel modo più vero e universale le cinque qualità divine fondamentali di cui abbiamo parlato, riconosciute tali da ogni essere umano che vive sul nostro pianeta, anzi valide per tutto l’universo. Questa è la vera santità universale richiesta nel nostro mondo globalizzato. Questo è il vero miracolo della santità, miracolo umano che sta ben al di là dei miracoli ‘materiali’. In tale campo abbiamo avuto degli illustri precursori, in persone come Francesco d’Assisi, Jalâl al-Dîn Rûmî, e i moderni Mahatma Ghandi, Martin Luther King, Madre Teresa, e a tanti altri.

A questo punto però si pone un grave interrogativo. Perché nonostante tali principi così elevati e così chiari, e tali testimoni così straordinari e espliciti, la storia religiosa dell’umanità, quella reale e concreta (non quella fantastica, ideale, utopica…) è stata e continua ad essere piena di violenza, al punto che uno deve confessare senza reticenze che ‘nessuno è innocente, senza peccato e senza violenza’ nella storia reale e concreta della propria religione… Questo è ciò che io chiamo: il principio della realtà.

Questo è un problema fondamentale che tocca tutti. La storia umana concreta mostra una contraddizione continua tra una certa ‘idealità religiosa’ e la ‘realtà storica’ concreta di essa. E questo fatto mostra che il più delle volte ciò che si legge nei nostri libri non è la storia ‘reale’ della propria religione, ma una storia ‘ideale’, mai esistita nella realtà concreta, e che è tale solo come proiezione immaginaria di alcuni individui. Concretamente dobbiamo confessare che abbiamo commesso noi tutti, senza eccezione, molta, anzi troppa violenza nella nostra concreta, tragica realtà storica che nessuno dovrebbe cercare di nascondere o negare. Tutti abbiamo peccato, e commesso ogni sorta di abominevoli delitti proprio in nome della propria religione… e chi è senza peccato scagli la prima pietra…! Per cui l’unica vera, sincera e realistica attitudine deve essere quella di una seria confessione e una radicale conversione da parte di tutti. Nessun alibi è giustificabile, se non si vuole continuare a ripetere la storia dei tragici avvenimenti del passato, come vediamo accadere ai nostri giorni nei molti ‘fondamentalismi religiosi’ che continuano ad insanguinare la nostra terra umana in nome della propria religione e che, come diceva C. Jung, rappresentano la caduta in nuova ‘barbarie moderna’.

Occorre inoltre aggiungere che tale tragica realtà storica tocca non solo il mondo dei credenti delle varie religioni, ma anche quello laicista dei non credenti o agnostici, che molte volte amano gettare l’obbrobrio della violenza storica solo sui credenti, soprattutto quelli delle religioni monoteiste, presentando se stessi come ‘innocenti’. Occorre ricordare a questi arroganti laicisti che le peggiori guerre dell’umanità sono state quelle combattute proprio sotto l’egida della ‘non-credenza laica’ delle varie ideologie atee moderne, dal liberalismo capitalista, al nazionalismo nazi-fascista, al classismo marxista? Tutto questo si è concretizzato in una lunga serie di guerre combattute dalla rivoluzione francese in poi, sfociate nelle due guerre mondiali combattute dal 1914 al 1945, che non furono affatto frutto delle religioni monoteiste, come qualcuno ama ancora dire. Queste guerre sono state di fatto le più feroci e sanguinose guerre combattute dalla razza umana, e che nello spazio di poco più di trent’anni hanno portato alla morte circa 100 milioni di persone, con violenze e distruzioni materiali e morali enormi, incalcolabili, che superano tutto quanto è avvenuto nei secoli passati. Quindi c’è qui abbondante materiale di confessione e riparazione anche da parte dei nostri amici laicisti… ed è ora che lo facciano in sacco e cenere, pane e acqua, pubblicamente in piazza S. Pietro…!!!

Quindi come premessa generale di ogni incontro di dialogo fra le religioni, ma anche fra le varie ideologie moderne, è necessario mettere da parte ogni atteggiamento buonista e ipocrita di auto-apologetica e auto-esaltazione; occorre incominciare col principio della realtà, cioè con l’ammettere umilmente le proprie responsabilità per la violenza storica perpetrata dal proprio gruppo umano, in un sincero atteggiamento di condanna di tutte le violenze del passato, e con un dichiarato proposito di rifiuto di ogni tipo di violenza per il presente e il futuro. Senza tale premessa non ci sarà mai un dialogo serio e fruttuoso fra le varie parti in causa. Il tutto resterà sempre al livello di belle e vuote parole e complimenti menzogneri. Il principio della realtà è il più fondamentale ed universale per il dialogo, gli altri tre che seguono ne sono dei complementi.

1-2. Il principio della verità

Questo principio è stato affermato nel famoso detto aristotelico (o attribuito a lui): “Platone è mio amico, ma ancor più lo è la Verità (Amicus Plato, sed magis amica veritas)”; principio che è stato perfezionato da Gesù che proclamò: ‘La Verità vi farà liberi’. Nell’Islam la Verità (Ḥaqq) è uno dei nomi divini. Quindi, una sincera ricerca della verità è una premessa indispensabile per ogni dialogo interreligioso, soprattutto nel nostro caso fra il mondo cristiano e il mondo islamico. La verità va detta e proclamata anche se ‘urta’ molti sentimenti personali di varia origine, familiari, tribali, culturali, ecc., che molte volte sono impedimenti al riconoscimento della realtà concreta. Solo in tal modo il dialogo potrà partire da premesse serie di sincerità e verità, liberandosi da un certo atteggiamento assai diffuso del linguaggio, così detto, ‘politicamente corretto’ o ‘buonista’, o del ‘doppio linguaggio’, cioè del cercare di nascondere la verità sotto parole ingannevoli, segno di una ipocrisia di fondo, che è la vera nemica di ogni dialogo e di ogni incontro serio fra i rappresentanti delle varie religioni mondiali.

1-3. Il principio dell’universalità

Questo principio si erge contro ogni tribalismo culturale e religioso, ed è  ricavato pure da un detto classico che recita: “Non conosci Platone, se conosci solo Platone (Non sapis Platonem si solum Platonem sapis)”. Questo principio mette in guardia dal ridurre tutta la realtà e tutta la conoscenza umana a livello della propria tribù umana. Questo fatto si è ripetuto e continua a ripetersi nella storia umana. Ci concentriamo nella nostra cultura, civiltà e religione considerandoli assoluti. Facciamo del nostro ego personale, culturale e religioso il centro dominante di tutto il resto. Questa è la radice dei vari tipi di fanatismi e fondamentalismi che hanno insanguinato e continuano ad insanguinare la nostra umanità nella sua lunga storia. Quando l’ego (culturale, politico, religioso) diviene il ‘centro’ assoluto di tutto e di tutti allora non c’é posto per l’altro, il diverso. Gli altri devono per forza essere fagocitati da questo ego dominante e vorace, in una abissale ignoranza della realtà vera.

L’esperienza al contrario dimostra che l’altro, il ‘diverso’ ci aiuta a conoscere meglio noi stessi, la nostra umanità che non è mono-colore, ma pluri-colorata. Solo conoscendo, comunicando e interagendo con l’altro, il ‘diverso’, conosciamo meglio noi stessi, e ciò che portiamo dentro di noi. Noi infatti siamo tutti partecipi della stessa umanità che è sempre pluriforme, così come lo è la natura, anzi l’universo intero. Quindi la conoscenza dell’altro è indispensabile per conoscere meglio se stessi e la realtà che ci circonda. Dio non crea degli esseri uguali e omologati (come i nostri prodotti tecnologici), ma sempre differenziati e diversificati, ed essi devono realizzarsi in tal modo.

 1-4. Il principio dell’umanità

Anche questo principio è ricavato da un altro detto classico, quello del commediografo romano Terenzio (Publius Terentius Afer, m. ca 195/185 a.C.), esso recita: “Sono un essere umano e nulla di ciò che è umano ritengo essere estraneo a me (Homo sum, et humani nihil a me alienum puto)”. Questo detto ci ricorda che nessuno è il possidente esclusivo della comune umanità. Tutti ne siamo partecipi, e siamo responsabili del suo bene o del suo male. ‘Nessun uomo è un’isola’, diceva il grande monaco trappista Thomas Merton (m. 1968), titolo di un suo libro famoso. Tutto ciò che è umano ci tocca tutti, e dobbiamo lasciarci toccare da esso. Restare indifferenti davanti a qualsiasi aspetto dell’umanità che riguarda ogni uomo e tutto l’uomo, è segno della perdita dell’umanità in noi, e quindi della caduta nell’inumano, nel nihilismo assoluto, nella ‘barbarie moderna’, diceva Carl Jung. Questo principio deve dare origine ad un reale umanesimo universale che tocca tutti noi, come singoli e come comunità. Esso pure può essere trovato nei testi sacri di tutte le grandi religioni mondiali.

Queste sono a mio avviso le premesse necessarie per un serio dialogo fra le religioni, ed è su tali basi che presento qui la mia visione della realtà islamica, come ripeto, nella sua realtà storica, e non in una sua idealizzazione mai è esistita nella storia reale. Tale conoscenza intende essere reciproca, storicamente obiettiva per quanto possibile, ma anche simpatetica, aperta cioè a cogliere i lati positivi di ogni parte coinvolta nel dialogo, per trovare un terreno comune su cui costruire dei nuovi rapporti umani nel mondo globalizzato.

Occorre prima di tutto dire che l’Islam costituisce un movimento storico complesso che ha dato origine nella storia umana ad una civiltà originale: la civiltà islamica. Questa con ormai i suoi quattordici e più secoli di presenza storica costituisce uno dei principali capitoli della storia umana passata; ed è destinata ad influenzare la storia umana nel suo futuro prossimo e lontano. È necessario quindi conoscere bene tale realtà se ci si vuole mettere in un rapporto reale con essa.

Analizzando l’Islam nella sua realtà storica, emergono, a mio parere, quattro aspetti o realtà fondamentali che sono stati sempre presenti in esso dal suo inizio fino ai giorni d’oggi e con cui dobbiamo fare i conti, che possono essere considerati come la struttura fondamentale dell’Islam: religione, legge, civiltà e politica.  

  1. Che cos’è l’Islam?

Le risposte a tale domanda sono evidentemente molteplici e varie. Il fenomeno Islam nella storia dell’umanità si presenta con una grande varietà di contenuti e dimensioni. In ogni caso in questo saggio ho cercato di evidenziare in esso quattro dimensioni che lo hanno costantemente accompagnato lungo tutta la sua lunga storia, che possono essere qualificate come le sue dimensioni fondamentali. Ne diamo qui una breve esposizione con alcune problematiche che le accompagnano.

 

2-1. L’Islam è una religione

L’Islam è prima di tutto una religione. Questo è l’aspetto fondamentale e la forza portante dell’Islam lungo tutta la sua lunga storia. Il fenomeno storico dell’Islam, come pure quello delle altre grandi religioni mondiali, non lo si può spiegare con fattori puramente esterni, cioè con fattori sociali, economici e politici, ecc. L’Islam ha coscienza di avere una missione nella storia, una missione che è essenzialmente religiosa: la proclamazione del monoteismo assoluto (tawîd), contro tutte le forme palesi o nascoste di idolatria (shirk). Le fonti fondamentali di tale messaggio sono: il Libro rivelato (il Corano), e i fatti e i detti (hadith) attribuiti a Maometto (Muḥammad), il Profeta dell’Islam.

La religione islamica poi si articola in un insieme di pratiche o doveri religiosi (‛ibâdât, i cinque pilastri), e di credenze o dogmi (‛aqâ’id, gli articoli di fede), ben presto codificati dal diritto islamico. L’Islam inoltre si è ben presto espresso in due forme che ne costituiscono le due interpretazioni fondamentali: quella sunnita e quella sciita. Nell’Islam sunnita l’interpretazione delle fonti della religione è stata presa in carica dal corpus dei dotti della legge islamica (‛ulamâ’/ ulema), che si sono costituiti come il punto di riferimento fondamentale per l’ortodossia islamica sunnita. L’Islam sciita invece si è frastagliato lungo tutta una serie di imâm (capi religiosi) che pretendono di essere dotati di un carisma spirituale particolare ereditato da ‘Alî b. Abî Ṭâlib (m. 40/ 661), il cugino del Profeta, e che si sono imposti come le uniche guide qualificate (imâm) per la comunità islamica.

Inoltre, sulla base del suo monoteismo assoluto, si è sviluppata nell’Islam una vasta e profonda corrente di spiritualità o mistica islamica, chiamata sufismo (taawwuf), che intende vivere tale fede nella pratica di un’esperienza concreta e profonda di Dio, come la Realtà assoluta. Il sufismo costituisce senza dubbio uno dei più importanti capitoli della storia islamica, anche se è stato spesso ignorato, anzi combattuto all’interno dell’Islam stesso. Il sufismo infatti ha prodotto personalità ed opere di valore mondiale sul campo delle arti e del pensiero, e rimane una parte essenziale, non eliminabile, della storia dell’Islam. Esso si pone al livello delle grandi correnti spiritualità delle religione mondiali come l’Ebraismo, il Cristianesimo, l’Induismo, il Buddhismo, ecc. Il sufismo fa parte quindi del retaggio spirituale di tutta l’umanità e come tale deve essere conosciuto da tutti coloro che vogliono avere una visione più globale e completa del mondo delle spiritualità umane.

Problematica. È possibile un dialogo a questo livello religioso e spirituale?

Alcuni lo negano poiché, a loro parere, qui si tratta di dogmi religiosi assoluti, accettati per fede e non discutibili. In realtà noi crediamo che un dialogo teologico e spirituale non solo sia possibile, ma sia  necessario, anzi esso si pone come il culmine del dialogo fra le religioni, appunto in quanto ‘religioni’, fondate sull’esperienza dell’Assoluto. Occorre superare da tutte le parti molti pregiudizi per avere una comprensione più reale e adeguata della fede dell’altro. Nella fede islamica, ad esempio, la vera affermazione dell’unità di Dio (tawîd) non deve essere concepita alla stregua di un’unità puramente matematica, come molti, anche musulmani, credono. A tal livello ogni cosa (animata o no) è detta ‘una’. Il tawîd islamico va ben oltre la matematica, esso è un mistero esistenziale di fronte al quale la mente umana entra nella più grande perplessità (ayra), come affermano molti sufi (vedi al-Junayd, m. 297/ 909), e questo perché l’unità divina include anche una reale pluralità. Allo stesso modo, anche il mistero della comunione trinitaria nel Cristianesimo, non è un mistero matematico su come uno sia uguale a tre, ma è un mistero di essere – esistenza che supera la pura ragione umana.

Un approccio rispettoso e comprensivo alla fede dell’altro deve fare parte essenziale di ogni incontro dialogico serio, per non fare dire all’altro quello che non intende dire, come molte volte capita. E a tale livello di dialogo, molte ricchezze spirituali possono essere scambiate fra i credenti delle religioni abramitiche, come pure con quelli di altre religioni.

2-2. L’Islam è una legge totale (sharî‛a)

La religione dell’Islam però non si limita al campo del privato, ma coinvolge tutto l’insieme dei rapporti sociali umani (mu‛âmalât): matrimonio, famiglia, eredità, rapporti economici e sociali ecc. L’idea di fondo di ciò è che tutta la vita umana deve essere regolata dalla ‘Legge di Dio’ (sharî‛a), perché Dio solo è l’unico e legittimo legislatore per gli esseri umani, anzi per l’intero universo. I musulmani oppongono volentieri la legislazione islamica di origine ‘divina’ alle legislazioni umane ‘positive’, quelle occidentali in particolare, intese come leggi puramente umane, che devono quindi sottostare necessariamente alla superiore ‘Legge di Dio’ (sharî‛a).

Nell’Islam sunnita si sono ben presto formate delle scuole giuridiche (quattro sono quelle ufficiali: la hanfîta, la malikîta, la shafiîta, la hanbalîta, denominate secondo i nomi dei loro fondatori) che si sono incaricate di interpretare ed applicare la legge di Dio alla totalità del comportamento umano, fino ai minimi e più banali dettagli (es. come andare al bagno). Questo ‘sforzo interpretativo’ (ijtihâd) delle prime generazioni islamiche si è concluso attorno al III/IX sec., con la formazione di queste quattro scuole giuridiche, che sono rimaste il punto di riferimento fondamentale e autorevole per la comunità islamica sunnita fino ai giorni nostri. La comunità shiita invece ha seguito un altro percorso, che non è possibile spiegare qui.

Occorre sottolineare che la sharî‛a storica, quella elaborata dai giuristi musulmani lungo la storia islamica, è fondamentalmente una legge discriminatrice verso i non-musulmani, ed è posta al servizio del potere islamico, con lo scopo di assicurare ai musulmani il dominio sociale assoluto. La storia degli dhimmî, i protetti dalla comunità islamica (in pratica gli ebrei e i cristiani), mostra chiaramente tale aspetto di discriminazione sistematico della legge islamica e delle sue conseguenze negative. Occorre anche notare che tale legge non è stata né abolita né riformata in modo ufficiale, anche se non sempre è applicata a cause di circostanze esterne. Ma ogni regime islamico, se crede, la può applicare, come vediamo anche ai nostri giorni in molti stati e movimenti islamici, e ne ha tutte le giustificazioni legali per farlo.

Problematica. È possibile un dialogo a livello della sharî‛a?

Ora il complesso della sharî‛a è messo in crisi nel tempo moderno in seguito all’incontro dell’Islam con la modernità. Per molti la legge islamica si mostra inadeguata per le esigenze delle società moderne basate sul riconoscimento dell’uguaglianza di diritti per tutti i cittadini, nella pluralità delle loro credenze e ideologie, in particolare per quanto riguarda la libertà di coscienza e diritti conseguenti. Infatti, ora sono molti i musulmani che chiedono la riapertura della ‘porta dell’interpretazione’ (bâb al-ijtihâd), per dare alla giurisprudenza islamica un nuovo respiro che la metta all’altezza dei tempi moderni. Ora all’interno dell’Islam è in corso una lotta, anzi uno scontro (molte volte feroce) fra due tendenze di base, quella tradizionalista, salafita (salafiyya) e quella riformatrice (iiyya). Dall’esito di tale scontro dipenderà se l’Islam si inserirà nel villaggio globale umano come fattore positivo e pacifico, o se invece continuerà ad essere fonte di conflitti e guerre, non più fra villaggi differenti come nel passato, ma fra i quartieri del moderno villaggio globale. La riforma della legge islamica è un punto di fondamentale importanza a tale scopo. Un serio dialogo interreligioso deve aiutare a fare chiarezza su tale punto, per evitare equivoci a non finire.

È ben nota la problematica dell’accettazione della ‘Dichiarazione universale’ dei diritti umani promulgata dall’ONU nel 1948, cui gli stati islamici risposero con una ‘Dichiarazione islamica dei diritti umani’, proclamata nel 1981 presso l’UNESCO a Parigi, in cui si chiede che la Dichiarazione dell’ONU sia limitata dai principi della Legge islamica.

2-3. L’Islam è una civiltà

L’Islam ha creato nella storia umana una civiltà originale che a diritto si chiama ‘islamica’, e che si inserisce fra le grandi civiltà dell’umanità, antiche e moderne. L’Islam non ha evidentemente creato tale civiltà dal niente, ma ha preso a piene mani dalle civiltà precedenti, in particolare da quella greco-romana o ellenistica, come pure da altre civiltà (quelle orientali).

Però occorre aggiungere anche che l’Islam non si è limitato a copiare tali civiltà, ma è riuscito a produrre una sintesi originale di tutte le conoscenze e scienze da esse ereditate, fondendole nella sua visione religiosa basata sul monoteismo coranico. Il Corano è infatti per i musulmani il punto centrale di tutta la loro cultura, cioè della visione islamica (Weltanschauung) dell’uomo, del mondo e di Dio. Su tale base, l’Islam ha sviluppato il retaggio culturale antico con importanti e originali contributi in tutti i campi dello scibile umano: dalla filosofia e letteratura, alle scienze naturali, ecc. La stessa sintesi era già stata fatta dal Cristianesimo con il retaggio culturale della classicità e ha continuato fino ai tempi moderni. Questa cultura islamica ha avuto molteplici espressioni attraverso lo spazio ed il tempo, come la storia attesta. E va riconosciuto che essa ha giocato un ruolo di particolare importanza anche per lo sviluppo delle scienze in Europa all’inizio del Rinascimento europeo.

Tuttavia alla fine del medioevo, la civiltà islamica è entrata in una profonda crisi che dura tuttora. La causa principale di tale decadenza sembra essere stato un diffuso immobilismo teorico e pratico per cui ad un certo punto il mondo islamico si è limitato alla semplice ripetizione e imitazione (taqlîd) del suo glorioso passato senza innovazioni, e senza accorgersi che il mondo stava prendendo strade nuove. È intressante qui notare la differenza fra il filosofo arabo Averroé (m. 1198) e il filosofo cristiano Tommaso d’Acquino (m. 1274), che è pure stato influenzato dal suo (di Averroé) pensiero. Mentre Averroé ha commentato Aristotile (m. 322 a.C.) basandosi su traduzioni arabe, in quel tempo ancora assai imperfette, come gli studi moderni hanno dimostrato, Tommaso d’Acquino invece alla fine della sua vita ricercava il testo greco originale per risolvere molte contraddizioni che trovava nel testo di Averroé. Il ritorno alle fonti classiche, come si sa, è stato infatti il primo passo del Rinascimento europeo.

Uno studio obiettivo della storia prova che tale crisi è nata prima di tutto all’interno dell’Islam stesso, e non è il frutto di imposizioni esterne perpetrate dal colonialismo e dai vari imperialismi europei, come un certo sciovinismo islamico, ancora molto diffuso, ama ripetere. Non bisogna dimenticare che l’Impero Ottomano è stato fino all’inizio del XX secolo una delle grandi potenze mondiali, con grandissime risorse di ogni genere e in concorrenza con gli stati europei del tempo. L’impatto col mondo moderno ha evidentemente aumentato tale crisi interna all’Islam, mettendo i popoli islamici in uno stato di inferiorità tecnico-scientifica rispetto a quelli occidentali, con reazioni diverse da parte loro, reazioni che vanno dall’accettazione della modernità e dei suoi principi, fino al suo rifiuto radicale, anzi ad una vera e propria guerra contro di essa. Questa guerra è tutt’ora in atto nel mondo islamico, come abbiamo accennato sopra, con dei risvolti molto drammatici e tragici.

Problematica. È possibile un dialogo fra la civiltà islamica e il mondo moderno?

Ora un problema si pone seriamente ai musulmani: è possibile una conciliazione fra la civiltà islamica e il mondo moderno? Varie sono le risposte date a questo interrogativo da parte delle varie correnti islamiche, da quelle conservatrici (salafîyya) a quelle riformiste (iiyya). Confrontarsi con la modernità sotto tutti i suoi aspetti, dall’aspetto razionale-critico a quello dei diritti umani fondamentali, costituisce il grande problema e la grande sfida per l’Islam dei nostri giorni. Anzi da questo punto di vista, la modernità pone una grande sfida a tutte le religioni. Non si può più ripetere il passato tale e quale, senza una profonda riflessione critica di esso. La fede non rifiuta la ragione, però ne deve accettare la sfida, ma anche l’aiuto che le viene da essa. Il Cristianesimo è passato attraverso la crisi della ‘modernità’, e questa è stata per molti aspetti positiva. Questa è la sfida attraverso cui ogni religione e civiltà del passato deve passare per non fermarsi al livello di un pensiero ‘mitico’. Anche l’Islam deve passare attraverso tale ‘crisi’ per mettersi a livello della cultura moderna. Questo comprende pure una rilettura critica delle sue fonti storiche, e anche di tutto il suo processo storico. Anche qui il risultato di tale incontro-scontro con la modernità è della massima importanza per una convivenza pacifica del mondo islamico con gli altri mondi nel villaggio globale moderno. I conflitti in corso nel mondo islamico sono un segno della drammaticità di tale sfida e confronto. Il dialogo deve aiutare il mondo islamico a rispondere in modo positivo a tale situazione, con la maturazione di una mentalità più aperta, critica ed adulta, con l’accettazione, senza ambiguità, dei principi di libertà e dell’eguaglianza dei diritti civili per tutti i cittadini, diritti maturati nel mondo moderno e incarnati nella ‘Dichiarazione Universale dei Diritti Umani’ promulgata dall’ONU nel 1948. Senza tale riforma, si può prevedere che il futuro riserverà molti conflitti fra il mondo islamico e gli altri mondi, di cui i presenti ne sono solo una premessa.

 

2-4. L’Islam è una politica.

Ma l’Islam non è solo un messaggio religioso e morale per il singolo individuo, ma intende informare tutti gli aspetti della vita umana, e fra questi l’aspetto politico gioca un ruolo fondamentale. Tale convinzione è espressa in un detto ripetuto infinite volte dai musulmani stessi: l’Islam è una religione totale, esso è ‘religione e stato’ (dîn wa-dawla), formula diventata corrente nel linguaggio islamico attuale.

È strano notare che molta informazione nostrana ignori quasi totalmente questo aspetto politico dell’Islam, aspetto storicamente inequivocabile, creando in tal modo una specie di Islam celeste, iperuranico, completamente a-storico. Maometto (Muḥammad), il profeta dell’Islam, è stato allo stesso tempo il profeta della nuova religione e il capo politico del primo stato islamico, lo stato di Medina. E questo stato è rimasto e rimane il modello e il punto ideale di riferimento per ogni società islamica. In esso si è realizzata la unificazione del mondo secondo la visione islamica: un’unica religione (dîn), un’unica nazione (umma), un’unica guida (imâm). In Muḥammad appare chiara la coscienza che il suo messaggio religioso, cioè l’Islam, era destinato ad espandersi e dominare il mondo intero. Si racconta che nell’ultimo anno di vita Muḥammad inviò quattro lettere ai grandi del suo tempo (l’Imperatore di Bisanzio, lo Shah di Persia, il Negus dell’Etiopia, e il Governatore dell’Egitto) invitandoli a ‘convertirsi all’Islam per essere salvi’ (‘aslim taslam’, suona il detto arabo) dal castigo sia temporale che eterno. Tale fatto rivela una chiara coscienza di una missione universale presente fin dall’inizio della storia islamica, coscienza che è diventata il movente primo delle grandi conquiste islamiche (futûât) che seguirono la morte del Profeta dell’Islam, e che sono continuate lungo tutta la storia islamica fino ai nostri giorni. Tale coscienza continua oggi nelle grandi organizzazioni islamiche e nei vari movimenti del ‘risveglio’ (awa) islamico contemporaneo, che si propongono di continuare tale missione storica dell’Islam fino alla sottomissione totale del mondo alla potenza islamica, e quindi a Dio. Anche qui il grado di disinformazione di molti media è incredibile.

Un grande orientalista, G. E. von Grünebaum (m. 1972), afferma che gli arabi musulmani quando uscirono dalla penisola arabica alla conquista del mondo avevano già una chiara coscienza della loro missione: “L’Islam aveva fatto degli Arabi convertiti il centro di una visione universale del mondo, e di conseguenza, quando il tempo venne, il centro di uno stato universale…   l’arabo musulmano aveva il suo centro di gravità in se stesso. Il suo era un popolo eletto, e il dominio appartiene agli eletti”. Il Corano infatti dichiara ai musulmani: “Voi siete la migliore delle nazioni (umma) che (Dio) ha suscitato tra gli uomini” (Corano 3, 110).

Sulla base di tale coscienza, il mondo nella visione islamica tradizionale è diviso in due parti. Da una parte sta il mondo dell’Islam, dove regna l’ordine (dâr al-islâm) e la pace (dâr al-salâm) islamici, e dall’altra il mondo della non-credenza (dâr al-kufr), ostile all’ordine islamico, e quindi soggetto alla guerra (dâr al-harb) per sottometterlo alla fede islamica. I musulmani quindi sentono di avere la missione ed il dovere di combattere in tutti i modi (jihâd) il mondo dell’infedeltà e della miscredenza (kufr) per portarlo all’obbedienza a Dio. Questo sforzo e impegno per ‘la causa di Dio’ (lett. ‘sulla via di Dio) è chiamato jihâd. Anche qui, sul concetto di jihâd, si dicono molte interpretazioni arbitrarie. Il jihâd non è solo guerra è vero, ma esso la include e non la esclude. Tutte le guerre islamiche sono state fatte ‘in nome di Dio’, anche quando queste guerre erano erano scatenate fra i musulmani stessi, ed esse sono sempre state chiamate jihâd proprio nella letteratura storica islamica. Di fatto la storia mostra che gli attacchi islamici per la conquista dell’Europa sono durati circa dieci secoli, cioè da dopo la morte di Muḥammad Profeta dell’Islam (m. 10/632) fino alla sconfitta delle truppe ottomane sotto le mura di Vienna (1683). Dopo di questa cominciò il declino della potenza ottomana e con essa dell’Islam politico, per riprendere ora nei movimenti estremisti islamici moderni.

È su tale base che si può parlare di un vero e proprio progetto islamico di conquista del mondo come il movente fondamentale della sua storia. Tale ideologia ha sotteso da sempre l’impresa storica dell’Islam, nelle sue espansioni e conquiste, ed essa viene ripresa ora, in modo esplicito e ripetuto, dai molti movimenti fondamentalisti moderni, che si propongono di sottomettere tutto il mondo con ogni mezzo all’ordine islamico. Per realizzare tale scopo però, secondo loro, occorre prima di tutto riportare l’Islam al suo modello originale. Per tale motivo la questione del successore (khalîfa) di Muḥammad, il Profeta dell’Islam, come centro della comunità islamica, è di primaria importanza, scatenando molti conflitti interni. Molti sono i musulmani che si sono proposti, e lo fanno tutt’ora, come i legittimi pretendenti a tale incarico, soprattutto nei i movimenti tradizionalisti o salafiti.

 Problematica. È possibile un dialogo fra mondo islamico e mondo moderno?

Questo connubio tra religione e politica è, a mio avviso, l’aspetto più pericoloso, e stranamente ancora molto ignorato, della realtà storica dell’Islam. L’Islam è portatore di un progetto religioso-politico di conquista del mondo, progetto perseguito da sempre lungo tutta la sua storia: questo è quello che ora viene chiamato l’‘Islam politico’ (islâm siyâsî).

Anche il Cristianesimo, occorre pure ammetterlo, ha conosciuto simili periodi di connubio fra religione e politica, e sappiamo quanto devastante esso sia stato. Occorre sottolineare però che nell’Islam storico tale connubio risale al suo momento fondante, e quindi è più radicato in esso che nel Cristianesimo o in altre religioni. Questo connubio di religione e politica ha portato e porta necessariamente ad una ‘sacralizzazione della politica’ o ad una ‘politicizzazione del sacro’, miscela questa altamente esplosiva e fonte di innumerevoli violenze, soprusi, oppressioni, come vediamo nei movimenti ‘fondamentalisti’ che hanno agitato il mondo islamico nel passato, e continuano ad agitarlo anche ora, nei nostri giorni. Per tale motivo, tale miscela pericolosa deve essere disinnescata dall’interno dell’Islam stesso mediante i suoi movimenti ‘riformatori’, altrimenti si rischia di entrare in un vortice di conflitti disastrosi senza fine, come la presente situazione del Medio Oriente, e di tanti altri paesi islamici testimonia senza alibi. Il dialogo interreligioso deve fare chiarezza sui molti equivoci dell’Islam politico, liberando la mente islamica dal sogno del dominio storico islamico, per aprila ad una vera e positiva volontà di convivenza con l’altro, il diverso, nel comune villaggio globale umano. Villaggio in cui si possa vivere insieme secondo i grandi principi di libertà, uguaglianza e fraternità umane, codificati dalla dichiarazione dell’ONU del 1948.

La speranza è che anche l’Islam possa attuare una radicale riforma interna, e divenire quindi fonte di pace e convivenza fra i vari quartieri del villaggio globale umano, e non fonte di conflitti e guerre, che come vediamo portano a stragi, violenze e distruzioni di tutti i tipi.

Conclusione

Questi brevi cenni intendono essere una lettura per quanto possibile obiettiva della realtà dell’Islam storico in tutta chiarezza, senza sottintesi. Troppe volte si presentano di esso solo alcuni aspetti, in un discorso che risulta chiaramente equivoco o distorto per vari interessi. Ma in tal modo l’informazione diviene disinformazione, e le persone rimangono confuse e perplesse di fronte a molti fatti drammatici della realtà islamica attuale, soprattutto dal famoso 11 Settembre 2001! Di fronte a tali fatti molti rimangono sorpresi… e si domandano: come mai? In realtà è una sorpresa frutto di ignoranza. Avvenimenti simili sono sempre esistiti nella storia dell’Islam, vedi ad esempio i ‘martiri di Otranto’, uccisi nel 1480 dalle truppe ottomane lanciate alla conquista dell’Europa, allo stesso modo dei movimenti fondamentalisti moderni come vediamo nei comportamenti dell’Isis (o meglio Daesh)!

Ora, a nostro avviso, la questione fondamentale per l’Islam nel contesto moderno, questione proposta anche da molti pensatori musulmani, è quella della riforma (i) della tradizionale legge islamica (sharî‛a), in modo che si adegui alla visione moderna dei diritti umani formulata nella ‘Dichiarazione Universale dei Diritti Umani’ proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, senza alibi o sottintesi.

Tale riconoscimento è il punto cruciale per una verifica della serietà del dialogo interreligioso che intenda creare una vera convivenza pacifica fra le varie religioni, culture e mentalità, nella loro pluralità e libertà all’interno del villaggio umano globale.

Per tale motivo voglio concludere questo saggio con le parole che Papa Benedetto XVI disse nel 2005 alla comunità islamica della Germania, a Colonia in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù:

“Il dialogo interreligioso fra cristiani e musulmani non è una scelta opzionale extra. Esso è una necessità vitale. Da esso dipenderà in gran parte nostro il futuro”, e questo vale non solo per i cristiani, ma per tutti i popoli del villaggio globale.

A tale fine deve tendere un serio cammino di dialogo interreligioso in generale, e quello col mondo islamico in particolare. E ci auguriamo che si possa attuare al più presto e nel migliore dei modi, per salvare l’umanità da ulteriori catastrofi umane, e creare una nuova convivenza umana basata sui cinque principi di cui abbiamo parlato sopra.

Giuseppe Scattolin, missionario comboniano.

Padre Giuseppe Scattolin, Missionario Comboniano del Cuore di Gesù, è nato a Pinzolo (Trento), nel 1942. Nel 1968 è stato ordinato sacerdote. Dal 1969 ha vissuto, studiato ed insegnato nel mondo arabo, in Libano, Sudan e Egitto. Nel 1986 ha ottenuto il dottorato in mistica islamica con una tesi sul poeta sufi egiziano ‘Umar Ibn al-Fārid (m. 632/1235), presso il PISAI (Pontificio istituto di Studi Arabi e d’Islamistica) a Roma, dove ha poi insegnato dal 1988 al 2016. E’ stato docente anche alla Pontificia Università Gregoriana negli anni 2003 e 2004. Collabora con alcuni istituti di ricerche scientifiche del Cairo, in particolare con l’IDEO (Institut Dominicain des Études Orientales) e l’IFAO (Institut Français d’Archéologie Orientale), e insegna presso il Dar Comboni Center for Arabic Studies. Fra le sue numerose pubblicazioni si ricordano in italiano: Esperienze mistiche nell’Islam, 3 voll., EMI, Bologna 2000; L’Islam nella globalizzazione, EMI, Bologna 2004; Dio e uomo nell’Islam, EMI, Bologna 2004; in inglese: The Dîwân of Ibn al-Fârid, (edizione critica), Institut Français d’Archéologie Orientale, Cairo 2004; in arabo: Al-Taǧalliyāt al-rūiyya fī’l-Islām (Manifestazioni spirituali in Islam), al-Hay’a al-Miriyya al-ʻamma li’l-kitāb, Cairo 2008.

1 commento su “Islam: realtà e problematiche”

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