C’È UNA REGOLA?

Di Rudolf Yelin d. Ä. (1864–1940) – sconosciuta, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=14165331

Proviamo questa volta a non seguire un solo passo biblico ma a muoverci tra diversi episodi, a partire dai vangeli, che probabilmente conosciamo un po’ meglio e tra i quali è più facile non perderci anche se ci mettiamo a saltare di qui e di là.
Il tema è persino un po’ pensato sulla nostra attualità nazionale… anche se non lo diciamo troppo chiaramente, dal momento che ciò che scopriamo nel vangelo non vale solo per l’oggi. Semplicemente, può succedere che l’applicazione all’oggi venga a volte più semplice.

Che cosa devo fare? (Lc 18,18-23)
La domanda sul “che cosa fare?” ci viene probabilmente naturale, non appena incontriamo qualcuno che ci sembri competente, realizzato, riuscito. O “buono”, come dice quello che in Matteo è un “giovane” (Mt 19,22) e in Luca un “capo” (Lc 18,18: l’episodio è raccontato anche da Marco: Mc 10,17-23). A ben pensarci, abbiamo qui una prima sorpresa, perché Gesù sembra arrabbiarsi di essere chiamato “buono”. Secondo qualcuno il motivo è che quando do a qualcuno del “buono”, intendo dire che gli altri non lo sono; o anzi, metto quasi alla prova chi ho davanti: «Ma sarai davvero tanto buono? E comunque, se lo sei, sei superiore a me, non è possibile che io faccia ciò che fai tu». Non si sarebbe sentito chiamato a mettersi in gioco.
Più importante del capire perché Gesù si arrabbi all’essere chiamato “buono”, è però cogliere che cosa lui suggerisce a quell’uomo: dapprima lo invita a rispettare alcuni comandamenti e poi, quando quello gli dice che lo ha sempre fatto, Gesù lo guarda negli occhi, «lo amò» (Mc 10,21) e lo invita a vendere tutto quello che ha per darlo ai poveri, per poi seguirlo. Nel racconto scopriamo solo adesso che quell’uomo era molto ricco e che non vuole rinunciare a tutto.
A interessarci oggi è soprattutto un’altra cosa, ossia che il “da fare” che Gesù affida a questo ricco è decisamente impegnativo. È sempre così difficile seguirlo?

Richieste esigenti… e altre meno
Certamente, quando Gesù si mette a spiegare che cosa serve per seguirlo, sembra davvero di mettere delle condizioni difficili: «Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24), rinunciando a un tetto sotto cui dormire (Mt 8,19-20), a seppellire il padre (Lc 9,59-60), addirittura a salutare quelli di casa (Lc 9,61-62), che non si devono amare più di quanto si ami Gesù (Mt 10,37). D’altronde, i dodici hanno lasciato tutto per seguirlo (Mc 10,28). È l’unico modo per essere di Gesù?
Non si direbbe: è vero che Zaccheo (Lc 19,1-10) promette di dare metà dei propri beni (non tutti!) ai poveri e di restituire il quadruplo se ha frodato qualcuno (la legge in effetti prevedeva il doppio), ma questo succede dopo che Gesù si è già invitato a pranzo, senza che gli avesse chiesto di fare nulla prima e senza pretendere che quell’uomo ricchissimo rinunciasse a tutti i suoi averi. D’altronde, c’è una parabola in cui Gesù sostiene che entreranno in paradiso persone che non solo non hanno lasciato tutto quello che avevano, ma hanno fatto gesti abbastanza piccoli di attenzione verso altri, quasi senza accorgersene (Mt 25,31-46): niente di radicale o rivoluzionario, quindi!
Altrove troviamo Gesù a tavola con un fariseo (Lc 7,36-50), nella cui casa entra anche una prostituta che, piangendo, unge i piedi a Gesù. Il fariseo, si capisce, è irritato, ma educatamente non dice nulla; è Gesù a inventare per lui una parabola per fargli capire che chi ha più da farsi perdonare, ama di più. È interessante che Gesù, che altrove se la prende con molta durezza con i farisei per la loro applicazione rigida della legge (Mt 23,23-26; Lc 18,10-14), qui prova a convincerlo, senza pretendere di cambiargli subito la testa.
E se, di fronte alla questione legale su quando sia lecito il ripudio, dice che non è lecito mai (Mt 19,3-10) e sembra durissimo, quando poi gli portano una donna presa a tradire suo marito (Gv 8,2-11), non la condanna, pur ammettendo che stava peccando.
Si direbbe un maestro un po’ schizofrenico, o incoerente. O forse stiamo capendolo male?

Di James Tissot – Online Collection of Brooklyn Museum; Photo: Brooklyn Museum, 2007, 00.159.143_PS2.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10195994

Un Dio antico e sempre nuovo
Ancora una volta può essere utile dare un’occhiata all’Antico Testamento per scoprire ciò che c’è anche nel nuovo. E anche qui saltiamo un po’ da una parte all’altra.
Quando, nel racconto mitologico delle origini, si dice che Adamo ed Eva vengono scacciati dal paradiso (Gen 3,21-24), si annota che Dio fa loro delle tuniche di pelli, perché si vestano, in quanto erano nudi e se ne vergognavano. (Si vergognavano da quando avevano ceduto alla tentazione di rubare i frutti che non avrebbero dovuto mangiare: insomma, si poteva anche dire che era colpa loro). Per fare delle tuniche di pelli Dio deve fare sloggiare dalle pelli coloro che ne erano i legittimi proprietari. Ossia, li deve uccidere. Solo che Dio aveva vietato a tutti gli esseri viventi, anche ai carnivori, di uccidere (Gen 1,29-30). Il primo a violare la propria legge più fondamentale è Dio, e lo fa per venire incontro ai bisogni dell’uomo, e non a bisogni vitali.
Il profeta Osea immagina Dio che ripensa alla propria storia con il suo popolo, vede di essere stato tradito, capisce che dovrebbe distruggerlo… ma poi non ce la fa, e preferisce perdere la faccia, facendo la figura del “buonista”, piuttosto che interrompere la relazione con l’uomo (Os 11). Non a caso, quello stesso profeta immaginava Dio come uno sposo tradito che, anziché punire la propria donna, provava a riconquistarla, parlando al suo cuore (Os 2,16-25).

Trinità Icona Dio Padre Gesù Cristo Grazia Divina

Un Dio di relazione
Sembra davvero che ciò che a Dio sta a cuore non sia la legge ma la relazione con l’uomo. Come un genitore, che, certo, dà delle regole ai figli perché questi vivano meglio: se però queste norme vengono violate, non rinnega i figli, ma preferisce perdere la faccia facendo la figura del debole piuttosto che non parlare più con loro. Perché Dio non è innanzi tutto un legislatore, che pensa in astratto alla vita che potrebbe venire, bensì un padre, che ha davanti agli occhi prima di tutto i propri figli.
Ecco perché può dare delle regole dure (sarebbero l’ideale: non avere in testa nient’altro che Dio e i fratelli, dimenticando e rinunciando a ogni potere, ricchezza, sicurezza) ma insieme, quando il proprio figlio scialacquatore torna a casa misero e affamato, non lo rimprovera neppure e fa festa (Lc 15,20-24). Ecco perché può rendere ancora più dure le regole sul matrimonio (che tutelano la parte più debole; e le regole sono “astratte”, mostrano il bene ideale) ma perdonare una donna che le tradisce (perché lì davanti Gesù non ha la legge, ma una persona). Ecco perché può accontentarsi della curiosità di Zaccheo (Lc 19) o dell’invito a tavola del fariseo Simone (Lc 7) o lodare un dottore della legge che gli ha fatto una prima domanda “per metterlo alla prova” (Mt 22,35) ma poi accetta di mettersi in gioco, rispondendo a tono alle provocazioni di Gesù (secondo Mc 12,34, addirittura, gli dice «Non sei lontano dal regno di Dio!»). Tutte queste persone non partono dall’ideale (“Voglio diventare un discepolo!”) ma dalla persona che hanno davanti, si incuriosiscono, incominciano ad ascoltare, a dialogare, si lasciano coinvolgere.
Non è un caso che quando Gesù si indigna, lo fa proprio davanti alla rinuncia a mettersi in gioco (come in Mt 21,23-27).
Il Dio della Bibbia vuole entrare in relazione con noi. Non ci chiede di essere perfetti, ma semplicemente di non escludere il dialogo: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).

Angelo Fracchia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *