PROFETA, PALADINO E MARTIRE DELLA NON VIOLENZA

Quando si parla della non violenza, il pensiero corre spontaneamente alla grande personalità di Gandhi, il quale fece della non violenza l’ideale e la prassi di tutta la sua vita e alla quale fu sempre fedele.

Gandhi, a cui fu attribuito l’epiteto di Mahatma, “grande anima”, dal suo connazionale, il poeta Rabindranath Tagore, nacque il 2 ottobre 1869 in India, a Porbandar, da una famiglia appartenente alla casta dei mercanti. Fu la madre, una donna molto pia, che influì maggiormente sul carattere e sulla formazione del figlio.

A 13 anni, secondo un costume molto diffuso nell’India di allora, sposa una ragazza della sua età, dalla quale ebbe quattro figlie e che rimase fedele al marito per tutta la vita, e, condividendo con lui gioie e dolori, gli fu di sostegno e di aiuto impareggiabile.

Da giovane, Gandhi si appassiona agli studi giuridici e per questo la sua famiglia gli concede di seguire gli studi superiori a Londra, dove dopo qualche anno consegue la laurea in giurisprudenza. Tornato in patria, inizia la sua carriera forense, ma con poco successo. Quando una ditta commerciale di Porbandar gli prospetta di recarsi in Sud Africa per seguire l’andamento di una annosa causa civile, egli accetta prontamente la proposta. In quel Paese, dove rimarrà ben 21 anni, viene colpito dalle condizioni miserabili in cui vivevano i suoi connazionali, e si impegna in vario modo per la difesa dei loro diritti. Fu proprio a quell’epoca che, nel 1906, Gandhi proclamò per la prima volta il cosiddetto satyagraha, un metodo di battaglia politica a cui fu fedele durante tutta la sua vita. Esso viene di solito tradotto come “resistenza passiva”, ma letteralmente significa “insistere per la Verità”. Gandhi stesso lo definisce così: “Tale insistenza arma chi vi si dedica di una potenza impareggiabile. La forza per applicarsi non è mai fisica; in essa non vi è posto per la violenza”.

Tornato in patria, dopo che il governo sudafricano ebbe attuato importanti riforme a favore dei lavoratori indiani, il Mahatma intraprende una nuova forma di lotta politica contro gli Inglesi colonizzatori, chiamata della “disobbedienza civile”, che consiste nel rifiuto di obbedire ad una legge iniqua, mettendo in evidenza il suo carattere ingiusto. Questa lotta fu condotta con estrema decisione, ma sempre nella fedeltà al principio del satyagraha, cioè della verità, della non violenza e dell’amore. Per questo motivo dovette subire in più riprese la condanna al carcere. Liberato in seguito ad un grave attacco di malaria, ebbe parte importantissima nelle trattative per l’indipendenza dell’India che incominciarono nel 1945 e si conclusero il 15 settembre 1947.

Arrivato ormai al termine della sua missione, Gandhi oscuramente presentiva che il suo destino lo avrebbe portato verso la testimonianza suprema dell’amore. ll 30 gennaio 1948 il Mahatma si stava recando al luogo di preghiera nella capitale Nuova Delhi. Mentre avanzava tra la folla che lo attendeva, fu colpito da un fanatico indù con tre colpi di rivoltella. Spirò pronunciando questa invocazione “He, Rama”, cioè “Oh, Dio”.

Molto interessanti e significative sono le definizioni che lo stesso Gandhi dà del metodo della non violenza: “La non violenza non può essere definita come un metodo passivo o inattivo. È un movimento molto più attivo di altri che esigono l’uso delle armi. La verità e la non violenza sono forse le forze più attive di cui il mondo dispone”. “Per divenire una forza, la non violenza deve nascere dallo spirito”. E ancora: “La non violenza non vuol dire rinuncia ad ogni forma di lotta contro il male. La non violenza è una forma ancor più attiva e reale della stessa legge del taglione, ma sul piano morale”. “Si può sopprimere lo sfruttamento dei poveri, non già sopprimendo alcuni milionari, ma eliminando l’ignoranza dei poveri e insegnando loro a non collaborare con gli sfruttatori”.

Gandhi aveva un grande rispetto per tutte le religioni, affermando: “Templi, moschee o chiese: non faccio distinzione tra queste diverse dimore di Dio. Sono quali la fede le ha fatte. Sono una risposta all’anelito dell’uomo di raggiungere in qualche modo l’Invisibile”. E riguardo alla figura di Gesù Cristo, così si esprime: “Cristo è la più grande sorgente di forza spirituale che l’uomo abbia mai conosciuto”. “Egli è tutto amore. L’amore, come supremo comandamento, è diretto anzitutto ai più deboli, ai più diseredati!; “Il Cristo ha più di ogni altro, nella storia dell’umanità, praticato la resistenza non violenta”. Queste affermazioni di grande stima riguardo la persona di Gesù Cristo non impediscono però a Gandhi di prendere le distanze dal cristianesimo, nei confronti del quale usa queste espressioni: “Questa è la ragione per cui non sono cristiano: mi pare che il concetto di cristianesimo adottato dall’Occidente sia la negazione del Discorso della montagna. Non provo alcun piacere nel criticare il cristianesimo, ma lo faccio per spiegare ai miei amici le difficoltà fondamentali che mi impediscono di condividere la loro fede”. Ma diceva anche: “Se mi dovesse accadere ciò che accadde a Saulo quando diventò Paolo, non esiterei a convertirmi”.

Nel mondo di oggi, in cui sembra prevalere la violenza nell’ambito della società, famiglia e scuola comprese, e nel quale divampano furiose tante guerre a cui sembra quasi impossibile dare una soluzione, il messaggio e l’invito di Gandhi ad esercitare la non violenza appaiono più che mai attuali. È un invito, purtroppo, nella maggioranza dei casi, non ascoltato e accolto. Gli uomini continuano a combattere e ad uccidersi tra di loro, perché non hanno capito che, come affermava il Mahatma, “La vera rivoluzione non consiste nell’uccidere tutti gli egoisti e i violenti, ma nell’uccidere l’egoismo e la violenza che sono nel fondo del nostro cuore“. “Tra i ‘grandi dello spirito’ dei tempi moderni, Gandhi occupa uno dei primi posti” (Tommaso Toschi).

sr. Annamaria Ceri MC

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