CREARE LA CULTURA DELLA NON VIOLENZA

Il termine “non violenza” sembra non essere più tanto di moda. Morti i profeti della fraternità universale che nel secolo scorso hanno combattuto le grandi battaglie per rivendicare senza lotta di classe i diritti dei poveri – pensiamo a Gandhi, Nelson Mandela, Bob Kennedy, Martin Luther King – ci troviamo ora confrontati con chi giustifica la legittimità dell’autodifesa persino con l’uso delle armi o rivendica i diritti della propria nazione anche a scapito della vita di persone appartenenti ad altri popoli e differenti culture. Una società che si difende ad oltranza rischia, però, di essere non solo violenta ma anche infelice. Essa inocula il sospetto nei confronti dell’altro, favorisce la percezione costante del pericolo e il sentirsi minacciati dalla presenza di chi ci vive accanto. La sociologia, la psicologia e anche le neuroscienze concordano con la Scrittura nell’affermare che l’uomo è un essere relazionale, chiamato a vivere fraternamente con i suoi simili; per tale motivo la non violenza costituisce il solo modo di favorire il vero benessere – quel benessere attualmente tanto decantato – dell’uomo di tutti i tempi. Purtroppo, però, la cultura della non violenza non si sviluppa spontaneamente, ma richiede impegno per favorire la crescita di quelle caratteristiche che permettono una convivenza serena e pacifica.

Essa sollecita in primo luogo l’assunzione di un atteggiamento rispettoso nei confronti dell’altro, il riconoscimento della sua dignità che non dipende da fattori superficiali – quali la provenienza, la ricchezza e nemmeno la cultura – ma ha origine nel semplice fatto di appartenere alla razza umana. È tale appartenenza che dona valore all’individuo e lo rende degno di ricevere rispetto, solidarietà, stima e tutela dei diritti.

La convivenza fra persone, tuttavia, non può mai prescindere dalla presenza di una certa conflittualità. La cultura della non violenza, infatti, non coincide con il sogno illusorio di una fraternità senza tensioni. Ogni essere umano nasce differente dall’altro e se in questa diversità noi scorgiamo spesso il motivo di un’attrazione, altrettanto sovente essa diventa occasione di scontro, di aggressività. Non si tratta, però, di aspirare ad una piatta uniformità, come avviene nelle sette o nei regimi totalitari in cui qualsiasi affermazione di autonomia è subito repressa, ma di imparare a gestire il conflitto affinché si trasformi in un’occasione di crescita e superamento di ogni possibile tentazione di ricorso alla violenza. Il riconoscimento della dignità altrui non è dunque sufficiente a garantire la pace, poiché la convivenza tra persone diverse è una realtà dinamica, che richiede continue trasformazioni e l’acquisizione di atteggiamenti e capacità atti a costruire rapporti basati sul rispetto e sulla tolleranza. La cultura della non violenza prevede, quindi, in primo luogo il saper dialogare, acquisendo la capacità di ascoltare il punto di vista altrui: ascoltarlo tutto, fino alla fine e senza giudizi previi. Spesso, però, l’opinione dell’altro, diversa dalla nostra, ci pare completamente sbagliata e, di conseguenza, da sopprimere: diventa, allora, necessario superare la tentazione di evitare la fatica di comprendere le motivazioni altrui imponendo i propri punti di vista; ciò comporta la capacità di osservare ed esaminare la realtà da una prospettiva diversa rispetto alla nostra. Il dialogo, infatti, esige non solo il rispetto ma anche quel tanto di elasticità mentale che permette di considerare la realtà da differenti punti di vista. Esso richiede anche la flessibilità necessaria per mettersi nei panni dell’altro e comprendere le sue ragioni. Nessuno di noi è infallibile né possiede tutta la verità. Il dialogo ci insegna, invece, quanto sia importante non etichettare in modo automatico il punto di vista altrui, per saper cogliere ciò che di buono in esso possiamo trovare. Il Vangelo ci offre un’importante indicazione a tale proposito; in Matteo, infatti, leggiamo: “Egli non spezzerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante” (Mt 12,20). In queste parole cogliamo l’invito ad accettare e valorizzare tutto ciò che può apparirci sbagliato solo perché diverso rispetto al nostro punto di vista; esse, tuttavia, ci sollecitano a riconoscere un valore nella differenza, poiché il dialogo e la fraternità si realizzano solo là dove tutti sono riconosciuti e accolti.

Tali atteggiamenti possono sembrare scomodi all’uomo d’oggi, inserito in un contesto sociale che favorisce il narcisismo e l’autoreferenzialità; in realtà, però, essi sono segni di maturità e stimolano la crescita di un modo più sereno e soddisfacente di stare al mondo e di relazionarsi con gli altri. Noi siamo spesso spaventati dall’idea che un atteggiamento di accoglienza, benevolenza e solidarietà finisca per trasformarci in vittime degli altri, i quali approfitteranno della nostra bontà per prevaricare su di noi e trarre profitto dalla nostra disponibilità. In realtà l’uomo non violento, che si presenta senza difese, pronto a dialogare e accogliere gli altri, incontra solo l’odio di chi vuole tutelare ad oltranza i propri diritti, mentre è bene accetto proprio da quei semplici e da quei poveri che spesso trasformiamo in usurpatori e nemici. Qualora, però, non venissimo riconosciuti, ma incontrassimo solo odio e ostilità, la non violenza ci insegna la legge del perdono, del superamento dei risentimenti e dell’orgoglio ferito. A tale proposito Papa Francesco offre un consiglio che tutti possiamo mettere in pratica: quello di riconoscere di essere arrabbiati e pregare per le persone con cui siamo irritati. Ecco un modo semplice e accessibile a tutti per vivere la non violenza. In questo modo il nostro sguardo poco per volta sarà trasformato: diventerà più sereno, benevolo. Saremo capaci di comprendere l’altro e rispettarne la dignità. Potremo così realizzare ciò di cui parla il Papa nell’Evangelii Gaudium e vivremo “la sfida di scoprire e trasmettere la ‘mistica’ di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. In questo modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. Se potessimo seguire questa strada, sarebbe una cosa tanto buona, tanto risanatrice, tanto liberatrice, tanto generatrice di speranza!” (EG 87).

di suor ANNA BISSI

questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Andare alle Genti

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