AL SEPOLCRO: DISCEPOLE CUSTODI E TESTIMONI DI UN MISTERO

(Mt.28,1-10) (Mc.16,1-11) (Lc.24,1-11)

Dopo gli eventi della morte e della deposizione del corpo di Gesù, dopo il sabato, ricorda l’evangelista Matteo, quasi ad annunciare qualcosa di nuovo per quel primo giorno della settimana, senza aspettare il sorgere del sole, ma ancora all’albeggiare del giorno, Maria Maddalena e l’altra Maria si recano a far visita al sepolcro di Gesù.

Sono discepole, donne che hanno amato molto Gesù, per questo l’hanno seguito (Mt 27,56), donne che hanno saputo stare presso la croce e che hanno custodito negli occhi e nel cuore il quel mistero di dolore contenuto nel sepolcro che occultava il corpo del maestro (Mt.27,61). Sono donne ferite dalla vita e rese ancora più vulnerabili dalla morte del Signore, ma sono donne tenaci, capaci di amore fedele, che sfidano il timore del potere delle armi. Matteo, infatti, narra che il sepolcro era custodito dai soldati (Mt.27,66), così le donne “dopo il sabato, all’albeggiare del giorno” (Mt.28,1) tornano al Sepolcro.

Contemplandole, in questo loro movimento ci è restituito tutto il nostro essere donne, il nostro modo di amare, di seguire, di stare, di perseverare, di sfidare ma è anche plasmato il nostro modo di essere vulnerabili e ferite e ci è suggerito di tornare, anche oggi a quel sepolcro per essere guarite, raccolte, salvate, consolate e mandate da Lui.

Guardando attentamente gli avvenimenti di quella mattina scopriamo che quelle donne che vanno al sepolcro a visitare il corpo di Gesù, ci rivelano in quale luogo è avvenuta la nostra chiamata, dove possiamo incontrare il Risorto e quale è la nostra missione.

La sollecitudine per il corpo di Gesù

Colpisce la sollecitudine tutta femminile con cui quelle donne quella mattina andarono al sepolcro per comporre il corpo di Colui nel quale avevano riposto molte attese, molte speranze. Il corpo di un Uomo che le aveva curate, che le aveva messe in cammino, un Corpo che avevano visto maltrattato e umiliato, vilipeso e tradito.

Il Vangelo di Marco racconta che andando verso il luogo della sepoltura e si chiedevano come avrebbero potuto spostare la pietra che chiudeva il sepolcro, ma forse nel loro cuore avevano la certezza che non sarebbe certo bastata una pietra per sigillare l’amore che le legava a Lui.

Il Vangelo di Luca, invece, si sofferma a raccontare che queste donne avevano dedicato il sabato a preparare gli oli, gli aromi e gli unguenti con cui ungere il Corpo del Maestro. E’ bellissima questa delicata premura che rende più preziosa ancora la loro dedizione, perché preparata con cura e tanto amore.

Le donne, così come le descrive Matteo, arrivano al Sepolcro con gli oli ma senza la preoccupazione della pietra, sapevano infatti che vi erano le guardie e che non avrebbero potuto entrare nel sepolcro (cfr. Mt.27,66), quasi a dire che non hanno più niente che occupi i loro pensieri se non quel corpo vilipeso del loro Maestro.

Quel corpo di Gesù di cui prendersi cura, per noi è l’umanità, una umanità ferita e sconcertata, una umanità umiliata e oltraggiata. Quel corpo è la voce degli ultimi, degli oppressi dei senza nome, degli esclusi… . Anche noi, come quelle donne, desideriamo ungere quel corpo per riaverlo pieno di speranza, di gioia, traboccante di vita in pienezza. Come per quelle donne anche la nostra vocazione più vera, più definitiva nasce lì: quando ci mettiamo in movimento per prenderci cura di quel corpo che ci ha amato, ci ha curato e che ancora lo vediamo sfigurato nel volto di tanti fratelli e sorelle che lo cercano. La nostra chiamata missionaria avviene in questo movimento di dono.

Il sepolcro vuoto

Il sepolcro e un luogo di morte e di desolazione, luogo per piangere e per custodire il ricordo. Il sepolcro è chiuso, le guardie erano state mandate per custodire il corpo: avevano il corpo ma non sapevano che la Parola era vivente. Gli Apostoli avevano raccolto la Parola di Vita del Signore, ma la paura li teneva ben lontani da qual Corpo crocifisso. Le donne, invece, che avevano visto e che custodivano nel cuore l’evento della crocifissione, coraggiosamente vanno al Sepolcro, portano nell’animo, anche se confusamente, la promessa non ancora resa palese dagli eventi di Pasqua. Il loro andare è l’impulso di cuori amanti.

Quel sepolcro pesa sul loro animo come la pietra che impedisce ai loro occhi di vedere il corpo straziato del Maestro: è il sepolcro dell’indifferenza, della infedeltà, della paura, è il sepolcro delle fatiche e delle sofferenze dell’umanità e della storia; è un luogo che interroga la nostra missione e ci costringe a continuare a cercare con ostinazione dove sono nascosti i sepolcri in cui si celano i resti dell’umanità. Il sepolcro è un luogo che prova la nostra fede che non ha la pretesa di sostenere quella dei fratelli, ma desidera mettersi al loro fianco per accompagnarli nella ricerca. Il sepolcro vuoto costringe a fare silenzio per ascoltare il sussurro di quella Parola che dentro di noi è soffocata da mille altre urgenze e dal male che non smette di gridare. Ma qualche cosa interviene per dissipare quell’angoscia e quella paura, il sepolcro si presenta non più come un luogo di morte ma come la prova della Vita nuova, della Vita in abbondanza: “Voi non abbiate paura!” (Mt.28,5), non lasciatevi prendere dalla disperazione o dallo scoraggiamento: “So che cercate Gesù crocifisso; non è qui: è risorto, come aveva detto” (Mt. 28,6), ascoltate la sua Parola di salvezza. Il Sepolcro vuoto diventa così il luogo dell’incontro con il Risorto, Parola e Corpo spezzato, al quale stringersi con affetto e venerazione. Allora quel luogo prima sepolcro e poi spazio di incontro diventa la casa, diventa il cuore in cui anche noi siamo ospitate, lì si colloca la nostra appartenenza, li conosciamo che le distanze, le infedeltà, le perdite e persino la morte sono superate e vinte, lì la nostra vita si apre alla speranza; lì il Risorto ci genera come Missionarie, come donne dell’Annuncio, donne della Pasqua.

In questo andare…

L’Amore è più forte della morte e diventa nuova partenza accogliendo il Suo invito: “Presto andate dai miei fratelli e dite loro” (Mt.28,7). C’è una nuova urgenza che impegna definitivamente la vita di queste donne: la testimonianza e l’annuncio appassionato di quella Parola viva e Vivente.

Vi precede in Galilea: il Signore ci precede in questa nostra Galilea che è la nostra storia, in questo nostro quotidiano. E’ necessario aprire il cuore per riconoscere la sua presenza forte e tenera nelle pieghe della storia dei popoli a cui siamo inviate e “abbandonando in fretta il sepolcro con timore e gioia grande (…) corsero a dare l’annuncio ai suoi Discepoli” (Mt.28,8) Abbiamo visto il Signore!

Siamo sollecitate a continuare questa corsa… [1]

[1] Cfr. anche, L’evento della risurrezione nel cuore delle donne, di Diego Fares 2016.

sr. Renata Conti MC

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *