UN GIRO NELL’ITALIA INTERCULTURALE

Che forme ha l’intercultura in Italia? Tante, interessanti e innovative. Sparse su tutto il territorio nazionale, ma con alcuni luoghi in cui spiccano per importanza e originalità più che altrove. E uno di questi è il mondo della scuola. Qui le iniziative per favorire la conoscenza e l’incontro fra culture diverse sono più che mai necessarie. Basta un numero a farlo capire: stando ai dati del Miur, il Ministero dell’Istruzione, gli alunni con cittadinanza non italiana sono più di 800.000, ovvero, oltre il 9% sul totale della popolazione scolastica. “La maggioranza di questi studenti è nata e cresciuta in Italia. Sono figli di immigrati, di seconda e terza generazione. Anzi sono nuove generazioni italiane”, si legge sul sito del Miur. Che possono portare un arricchimento culturale nella vita dei loro coetanei. In che modo? Magari a tempo di rap. Come è successo l’anno scorso, al Liceo classico “Manzoni” di Milano. Durante una rassegna culturale dedicata proprio all’autore dei Promessi Sposi, un centinaio fra studenti e professori hanno recitato le pagine del suo capolavoro in venti lingue diverse: dall’urdu all’albanese, dal francese al cinese, senza dimenticare il dialetto milanese. E la storia di Renzo e Lucia è diventata una canzone di Natale, in stile rap, scritta da Hemdan e Simoh, minori stranieri non accompagnati che sono ospiti in una comunità.

Dal liceo all’università, altri esempi di intercultura non mancano. Sempre a Milano, nel quartiere della Barona, nello scorso Anno accademico, la coop La Cordata, che gestisce un pensionato, ha offerto a due studenti un posto in camera doppia, a due passi dall’Università Iulm, a 250 euro al mese, contro la media milanese, che raggiunge i 600 per una singola e i 450 per una doppia. In cambio, gli studenti fuori sede che si sono aggiudicati queste prime due stanze ad affitto calmierato, hanno dovuto impegnarsi in cinque ore di volontariato a settimana. Ore in cui hanno provato a creare legami e integrazione fra gli altri ospiti del pensionato. Che non potrebbero essere più diversi tra loro, per esperienze di vita, nazionalità e anche fragilità. Famiglie sfrattate o persone segnalate dai servizi sociali. Oppure ragazzi cresciuti in comunità che hanno compiuto i 18 anni e si affacciano alla vita adulta. E ancora, mamme con i bambini che, a loro volta, hanno sempre vissuto in comunità. Per il progetto pilota degli studenti-volontari, è stato coniato il nome di “ospiti consapevoli”.

Dal mondo della scuola a quello dello sport. Lo sapete che anche il calcio può essere un linguaggio universale? È da undici anni, infatti, che, nel segno del pallone, a Torino va in scena un evento sportivo ed educativo, unico nel suo genere, che coinvolge ogni anno mille giocatori di 32 nazionalità diverse. È “Balon Mundial”, la “Coppa del mondo” delle comunità migranti: un format che non ha eguali in Italia e in Europa. Gli atleti sono immigrati che vivono in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Fra loro molti ragazzi di seconda generazione. Durante l’anno vanno a scuola o al lavoro, ma nel tempo libero si allenano per vestire la maglia della loro nazionale a Balon Mundial. Il Comune di Torino concede gratuitamente l’utilizzo degli impianti sportivi, per le squadre non ci sono costi d’iscrizione, ma neppure premi in denaro: solo la coppa, offerta dagli sponsor, così come le diarie degli arbitri. Ma, alla fine di ogni partita, c’è sempre una festa, con i prodotti e i piatti tipici delle varie nazioni. Una sorta di “terzo tempo” calcistico. Un momento per conoscersi, condividere passioni e crescere insieme.

Sport, ma anche teatro e spettacolo. ll coreografo camerunense Lazare Ohandja, originario di Yaoundè, da anni vive a Milano e ha lavorato anche nelle trasmissioni di Piero Chiambretti e Maurizio Crozza. In città ha aperto una scuola di danza e teatro africani, ma parallelamente ne ha aperta un’altra a Yaoundè. In Italia, contribuisce alla diffusione della cultura camerunense e in Camerun porta un po’ delle tradizioni italiane, con un progetto che mira a portare occasioni di lavoro per i giovani, attraverso lo spettacolo e la cultura. “La mia storia è cominciata a Yaoundè e tutto deve tornare qui”, spiega.

Dallo spettacolo al mondo delle imprese, anzi delle startup. Da qualche anno, Andrea Censoni passa le vacanze in Africa per il suo progetto “Startup Africa Roadtrip”. Per lavoro, Andrea si occupa di startup e innovazione tecnologica per una società d’incubazione di nuove imprese. D’estate, gira alcuni Stati africani e incontra aspiranti imprenditori e startupper e offre loro la sua consulenza, colmando quel divario di conoscenze imprenditoriali che c’è in centro Africa, rispetto all’Europa. Così incontra anche imprese sociali, come HopeRaisers di Nairobi, che lavora con i ragazzi degli slum proponendo loro attività come sport e laboratori. Non uno scambio a senso unico, ma giovani imprenditori italiani e i loro colleghi africani che arricchiscono la loro esperienza lavorativa attraverso uno scambio di competenze. Insomma, un ponte Italia/Europa che supporta la crescita dell’ecosistema dell’innovazione in Uganda e in Kenya.

Continuando questo giro per l’Italia nelle pratiche di interculturalità, si scoprirà che vanno di pari passo con quelle per le migrazioni, attuate nei vari territori. Politiche che possono variare radicalmente da un posto all’altro. A questo proposito, Don Giovanni De Robertis, direttore generale di Fondazione Migrantes ha recentemente spiegato a Roma, alla presentazione del Festival della Migrazione: “Credo che la sfida delle migrazioni oggi non riguardi tanto l’accoglienza ma la capacità di costruire un Paese dove le diversità, la presenza di persone di Paesi, culture e religioni diverse, sappiano comporsi in una realtà più ricca. Per troppo tempo forse abbiamo pensato che era sufficiente salvare chi annegava (e purtroppo continua anche oggi ad annegare nell’indifferenza di tanti) in mare e portarlo in qualche porto italiano. Invece questo è solo il primo passo. La vera sfida è, come ci ha ricordato Papa Francesco, proteggere, promuovere, integrare. Senza queste azioni non c’è vera accoglienza, anzi questa può essere addirittura controproducente”.

di GIOVANNA MARIA FAGNANI

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