MARIA, LA PRIMA DISCEPOLA

La personalità forte e illuminata di Maria

Per comprendere il discepolato di Maria è, in primo luogo, necessario comprendere la sua personalità femminile. I Vangeli ci offrono pochi indizi, è vero, ma sufficienti a ricostruire il profilo di Maria, e il suo modo originale di essere donna e di entrare in relazione con Dio e col prossimo.

Conoscere Maria, significa anche debellare alcuni pregiudizi sul discepolato cristiano, primo dei quali l’atteggiamento della passività. Si pensa erroneamente che, per essere cristiani, occorra essere passivi e remissivi davanti a tutto: davanti alla vita, alle circostanze, ai violenti, e davanti alle molteplici manifestazioni della volontà di Dio. Si pensa, soprattutto, che la passività e la remissività abbiano caratterizzato, in tutto e per tutto, la vita della Madre di Gesù. Ma occorre leggere attentamente i vangeli, per verificare che ciò non è vero. L’ubbidienza di Maria è una virtù, e come tale non procede dalla debolezza o dalla passività, bensì da una personalità forte e illuminata.

Nei vangeli, possiamo cogliere i tratti salienti della femminilità di Maria, rinnovata nella luce del discepolato.

  1. Non c’è nulla di passivo nel suo atteggiamento verso la Parola, che Dio le rivelava mediante l’Angelo Gabriele. Fin dai primi istanti dell’apparizione celeste, Maria “si domandava che senso avesse un saluto come questo” (Lc 1,29). Maria mette in moto tutte le sue energie intellettuali per capire. Né si intimorisce di chiedere ulteriori spiegazioni. L’angelo le annuncia la sua maternità verginale, rispondendo innanzitutto alla domanda che Maria aveva posto a sé stessa: il senso di quel saluto. Ella si domandava per quale ragione l’angelo l’avesse chiamata “piena di grazia”, anziché chiamarla col suo nome. Infatti, l’appellativo “piena di grazia” è, d’ora in poi, il suo nome nuovo. La caratteristica principale della sua vocazione cristiana, è quella di avere trovato grazia presso Dio” (Lc 1,30). Ma non per i suoi meriti personali. L’espressione “piena di grazia”, nella forma greca usata da Luca kecharitomene significa, “riempita di grazia”, alludendo implicitamente al primato di Colui che riempie, e all’accoglienza di colei che è riempita.
  2. Nonostante la spiegazione dell’angelo, riportata ai vv. 30-33, Maria chiede ancora: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?” (Lc 1,34). La domanda di Maria è posta per capire di più, non un’espressione di dubbio.

Il discepolato di Maria non si esaurisce, perciò, nella passiva accettazione di tutto ciò che è divino, ma si realizza nell’attiva e intelligente accoglienza, sebbene non oltre la misura concessa alla mente umana.

Alla domanda: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?” (Lc 1,34), l’angelo si limita a dire: “Lo Spirito Santo scenderà su di te” (Lc 1,35), ma ciò non è una spiegazione particolareggiata della divina maternità, bensì la richiesta di un atto di fede nello Spirito creatore, a cui nulla è impossibile. Qui l’intelletto di Maria si arresta e non chiede oltre: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38).

Il suo discepolato è dunque attivo e intelligente, ma non proteso verso la comprensione anticipata di tutto, rimane lo spazio della fede.

Il suo spirito intraprendente e libero da timidezze, si manifesta ancora una volta nel ritrovamento di Gesù al Tempio, quando rivolge al Figlio parole accorate, parlando solo lei, sul silenzio di Giuseppe (cfr. Lc 2,41-50). Anche alle nozze di Cana (cfr. Gv 2,1-11), è Lei che prende l’iniziativa, senza accettare passivamente l’incidente inaspettato della mancanza del vino sul più bello della festa, immedesimandosi nella felicità di quella coppia di sposi novelli.

La personalità coraggiosa di Maria si rivela, però, in tutta la sua statura in due momenti cruciali:

  • All’inizio e alla fine del suo ministero materno verso il Gesù terreno. All’inizio, quando Giuseppe si accorge della sua strana gravidanza,
  • Alla fine, quando sta sotto la croce del Figlio, senza pronunciare neanche una parola.

L’evangelista Matteo, nel raccontare gli eventi anteriori alla nascita di Cristo, com’è noto, si mette dal punto di vista di Giuseppe. Di lui, ci fa conoscere perfino i pensieri intimi, che lo hanno assalito quando cominciò a manifestarsi la gravidanza di Maria: “Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto […], pensò di ripudiarla in segreto” (Mt 1,19).

Queste poche parole dicono molto. Maria non ha svelato nulla a Giuseppe del suo dialogo con l’angelo e della sua elezione a essere Madre di Cristo. Non gli ha svelato nulla neppure, quando al buon senso umano sarebbe sembrata opportuna una chiarificazione, ossia quando la mente di Giuseppe viene tempestata dal dubbio di essere stato tradito dalla sua promessa sposa. Il buon senso e la logica umana avrebbero suggerito. Maria rimane in silenzio, per lasciare a Dio tutto lo spazio libero di intervenire. Lo Spirito di Dio, che l’ha riempita, avrebbe risolto la situazione.

La grande statura di Maria si vede non solo nel fatto di aver capito che quella sua situazione così strana – ossia il dubbio di Giuseppe che non riesce a capacitarsi di questa gravidanza, e al tempo stesso il senso di umiliazione di Lei – non poteva risolversi con le parole umane; non è solo qui che emerge la statura di Maria. La sua forza morale, e al tempo stesso la sua fede duramente provata, vengono alla luce nel suo silenzio e nella sua attesa fiduciosa dell’intervento di Dio, che non si verificò in tempi brevi.

Talvolta, il discepolo è messo in condizione di crescere nella fede mediante il ritardo dell’intervento di Dio.

È accaduto così a Marta e Maria, quando attendevano l’arrivo del Maestro prima che Lazzaro morisse, sperando in una guarigione, come quelle che Gesù aveva operato su tanti malati (cfr. Gv 11,21.32). Ebbene, il Maestro arrivò dopo quattro giorni e Lazzaro era già morto e sepolto. Il lamento di Marta non è privo di una venatura di rimprovero: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”

(Gv 11,21). Ma il discepolo sa credere e restare saldo, nonostante l’apparente lontananza di Dio.

Dobbiamo constatare che il ritardo di Dio, nel risolvere la situazione gravemente incresciosa della sua serva, deve essere stato notevole. Giuseppe deve avere riflettuto e pregato a lungo, prima di trovare la soluzione riportata dall’evangelista Matteo in 1,19, cioè di ripudiarla in segreto. Dio ha lasciato Giuseppe col suo tormento e Maria con la sua attesa umiliante per un tempo sufficiente a far emergere la statura di entrambi: Giuseppe, con la sua giustizia senza rigorismi e col suo tentativo di applicare la legge di Mosè (cfr. Dt 24,1), senza ferire la persona di Maria; e Maria con la sua fede incrollabile, e con la sua capacità di restare in silenzio e pagare di persona la sua accoglienza di un progetto di Dio, che Lei stessa non sapeva ancora dove l’avrebbe condotto.

Sul Golgota, insieme al Figlio, raggiunge il vertice la sua tempra di autentica discepola, donna forte e dignitosa dinanzi al dolore ingiustamente subito. Maria aveva amato il nascondimento, negli anni in cui il Figlio passava per le strade della Palestina beneficando e risanando gli infermi, insegnando autorevolmente la verità di Dio. Non aveva mai cercato il consenso e la stima, di cui le folle l’avrebbero circondata, per il fatto di essere Madre di Lui. Tra gli uditori di Gesù c’è perfino chi la loda, senza neppure conoscerla: “Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!” (Lc 11,27). Maria non si trova mai accanto a Gesù, mentre Egli istruisce le turbe. Quando, però, Gesù viene processato e fatto oggetto dell’odio del popolo e dei sommi sacerdoti, Maria è lì, in primo piano nel racconto della Passione (cfr. Gv19,25). Lei, che non aveva cercato la gloria umana di essere vicina a Lui, quando tutti lo acclamavano re a modo loro, non ha paura di venire alla ribalta e di stare ben visibilmente, di fronte al popolo inferocito, accanto a Lui, quando viene colpito dall’obbrobrio della croce e lasciato solo da tutti.

Il discepolo ha molto da imparare da questo insegnamento non verbale della Madre: non bisogna cercare la gloria e il consenso dell’uomo nell’essere suoi discepoli, ma, al contrario, il discepolo è colui che si nasconde, quando il Maestro è glorificato, ed esce allo scoperto, accanto a Lui, quando il Maestro è perseguitato; né bisogna vergognarsi di questa verità scandalosa del Dio umiliato e crocifisso. È, infatti, questa e non altra, la fede che noi annunciamo al mondo: quell’uomo crocifisso è Dio.

La maternità universale di Maria

Sotto la croce, avviene un fatto cruciale per la vita della Chiesa nascente: Maria, per esplicita volontà di Cristo, assume una maternità universale che la rende davvero, e in senso pieno e diretto, “madre di tutti viventi” (Gen 3,20). Sarà opportuno riprendere nel dettaglio il relativo testo giovanneo, ossia Gv 19,25-27: Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Si tratta di un episodio raccontato da un testimone oculare, quale l’apostolo Giovanni che, unico tra i Dodici, rimase accanto a Maria sotto la croce. Apparentemente, sembra che Gesù intendesse affidare sua Madre a qualcuno, in previsione della propria morte imminente. Un’analisi dettagliata del testo, ci permette di capire che, nell’intenzione di Gesù, c’erano della finalità più alte e più importanti.

Ci meraviglia intanto la duplice ripetizione: “Ecco tua Madre”, “Ecco tuo figlio”, perché se Gesù avesse avuto in mente un semplice affidamento di tipo familiare, l’interlocutore sarebbe stato soltanto Giovanni. Invece, Egli si rivolge, in primo luogo, a Maria, affidando lui a Lei, e solo secondariamente Gesù si rivolge al discepolo. Ciò significa che il primo soggetto di questo affidamento non è Maria, ma è il proprio discepolo. Ci chiediamo allora se la principale preoccupazione di Gesù, sul punto di lasciare questo mondo, non sia stata la comunità cristiana nascente. E poi, il vangelo parla più volte dei cugini di Gesù, definiti alla maniera semitica “fratelli”, i quali si sarebbero presi cura di Maria, anche senza alcun mandato esplicito da parte di Gesù. Possiamo perciò tranquillamente affermare che Gesù ha atteso quell’ora, perché questo affidamento è un atto strettamente connesso al mistero della redenzione. Non poteva, perciò, avere altro luogo che sotto la croce.

Notiamo pure che Gesù la chiama “donna”, esattamente come a Cana (cfr. Gv2,4). E ciò ci riporta al primo dei segni anticipatori dell’ora del Messia. Maria è presente all’inizio e alla fine del ministero di Gesù: a Cana e sul Golgota. La presenza della Vergine copre tutto l’arco dell’opera della redenzione, e ciò indica una partecipazione profonda di Lei, al ministero del Messia. Sotto la croce, Maria viene data alla Chiesa nascente come Madre, appunto, in senso messianico. Non poteva perciò avere altro luogo questo affidamento, perché la Chiesa non poteva essere affidata a Maria, se non nel momento della sua nascita, ossia – secondo Giovanni – sotto la croce. Parimenti, solo nel momento della sua nascita, la Chiesa può rivolgersi a Maria chiamandola “Madre”. Da qui si comprende come a Maria si debba applicare, in senso proprio e diretto, il titolo di “corredentrice”.

Nell’accogliere Giovanni come figlio, Maria tocca il vertice della scoperta, tipica del discepolato, di relazioni umane totalmente nuove.

Chiunque entra nella profondità del discepolato, sperimenta un ridimensionamento delle relazioni della parentela, derivanti dalla consanguineità. Da quel momento in poi, in forza della consanguineità nel sangue di Cristo, Giovanni è figlio di Maria in senso pieno e reale, forse ancora di più che se fosse nato fisicamente da Lei, così come Maria è veramente Madre per lui, e in un senso più profondo ed essenziale di quello sperimentabile nella maternità umana: chi è veramente figlio di Maria, le somiglia nel cuore.

Maria, la prima delle discepole   

Il discepolato di Maria è un modello di rapporto con la Parola di Dio.

In questo senso, possiamo considerar Maria, a pieno titolo, maestra di vita spirituale, molto più che i padri del deserto, molto più che i mistici di questi due millenni di storia cristiana. Sotto questo aspetto, ci è di aiuto soprattutto il vangelo di Luca. Riprendiamo alcuni passaggi che descrivono la qualità del rapporto che Maria ha saputo instaurare con la Parola di Dio nei giorni della sua vita terrena.

Lc 2,51: “Scese dunque con loro e venne a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore”.

Lc 2,18-20: “Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro”.

Il vangelo di Luca attribuisce a Maria quella che potremmo definire “la memoria del cuore”. La Vergine conservava dentro di sé, tutto ciò che riguardava la Persona di Gesù. Fatti e parole, enunciati comprensibili o incomprensibili. Nulla le sfuggiva. Ma ciò che più conta, Ella conservava tutto questo patrimonio non nella memoria cerebrale, ma in quella del cuore. La memoria del cuore è il luogo della meditazione, ossia il luogo dove si conservano i ricordi che contano, i dati che valgono e che hanno un peso per la vita, le memorie gravide di insegnamenti utili a formare la persona, insegnandole a vivere. Il mistero di Cristo, per la Vergine Madre, è un bagaglio di sapienza, a cui si attinge solo se si è capaci di meditazione. La Parola di Dio, insomma, non svela le sue ricchezze a chi non sa custodirla nella memoria del cuore, luogo privilegiato della meditazione. Inoltre, la Parola di Dio “rimane” nell’interiorità umana, solo se è accolta nella memoria del cuore; quando essa cade in altre zone più superficiali della nostra personalità, si disperde. Di Maria, infatti, non si dice che “comprendeva” tutto, ma che tutto “custodiva”.

Conservare la Parola nella memoria del cuore significa accoglierla anche quando non sia conforme alla nostra logica umana, o non sia del tutto chiara, e sapere attendere con pazienza, confrontandola continuamente con la propria vita, per lasciarsi giudicare e correggere dalla Parola. La meditazione presuppone, infatti, un grande esercizio di pazienza. Chi è privo di pazienza, non può meditare. Non a caso, la prima lettera a Timoteo considera la pazienza una delle virtù basilari dell’uomo di Dio: “Ma tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza” (1 Tm 6,11).

Il discepolato di Maria è caratterizzato perciò dalla paziente attesa dello svolgimento del piano divin, riempito dalla continua meditazione della Parola, custodita nella memoria del cuore.

Riprendiamo le caratteristiche del discepolato di Maria:

  1. Il discepolo sa credere e restare saldo, nonostante l’apparente lontananza di Dio.
  2. Il discepolato di Maria è caratterizzato perciò dalla paziente attesa dello svolgimento della divina pedagogia, riempito dalla continua meditazione della Parola, custodita nella memoria del cuore.
  3. Il discepolato di Maria è un modello di rapporto con la Parola di Dio.
  4. Nell’accogliere Giovanni come figlio, Maria tocca il vertice della scoperta, tipica del discepolato, di relazioni umane totalmente nuove.
  5. Il discepolo è colui che si nasconde, quando il Maestro è glorificato, ed esce allo scoperto, accanto a Lui, quando il Maestro è perseguitato;
  6. Il discepolo sa credere e restare saldo, nonostante l’apparente lontananza di Dio.

sr. Renata Conti MC

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