Interculturalità: il caso di Bolivia e Ecuador

Un caso particolare di interculturalità, nel contesto socio culturale di Bolivia e Ecuador

Non c’è dubbio che oggigiorno la parola interculturalità e tutti i suoi aggettivi sono termini molto usati in tutto il mondo: infatti, non esistono più quelle società monolitiche, monoculturali, dove tutti erano Italiani (per esempio), dello stesso colore di pelle e con lo stesso modo di parlare e vestire… A parte il fatto che bisognerebbe discutere se veramente è mai esistita una società monoculturale (visto che le migrazioni esistono da sempre), comunque è vero che le ultime ondate di migrazioni hanno fatto dell’Europa un territorio multiculturale. Ma per l’America non è così, perché l’interculturalità è sempre stata una caratteristica distintiva del Continente: i numerosissimi popoli nativi hanno saputo convivere, comunicare e interagire molto liberamente tra loro fin dai tempi antichi. Poi è arrivato il dominio europeo, che ha eliminato le differenze ed ha etichettato tutti i “pelle rossa” come “indios”, indigeni.

Alcuni popoli sono estinti, altri hanno resistito, mantenendo viva la propria identità. Soprattutto in Paesi come Bolivia, Perù ed Ecuador la percentuale di abitanti che si autodefiniscono appartenenti a un gruppo nativo – secondo gli ultimi censimenti – supera ampiamente la metà della popolazione. In Bolivia, per esempio, ci sono 36 popoli originari, ciascuno con la propria lingua madre che formano il 70% della popolazione nazionale. Abbiamo da aggiungere un altro dato: con l’arrivo degli Europei si è formata una società gerarchica e stratificata in base all’origine etnica in cima alla quale ci sono i bianchi e i loro discendenti. Seguono i meticci, nati dall’unione di bianchi con indigeni, quindi all’ultimo posto, a pari merito, indigeni e afrodiscendenti: anche nella stratificazione sociale degli ultimi cinque secoli c’è interculturalità.

Al giorno d’oggi le cose non sono cambiate affatto e gli indigeni continuano ad occupare gli ultimi posti della società… Ma dal 2006 c’è un uomo che è un simbolo e una speranza: Evo Morales Ayma, primo Presidente indigeno del Continente; è il capo del governo boliviano ed inizia un processo di inclusione e riscatto dei popoli nativi che produce una rivoluzione: la Repubblica Boliviana si trasforma in Stato Plurinazionale di Bolivia, dove la parola “plurinazionale” vuol dire che lo Stato boliviano si compone di molte nazioni, che corrispondono ai vari gruppi originari.

Più o meno nello stesso periodo un altro Paese fa passi da gigante nel riconoscimento dei popoli nativi, ed è l’Ecuador, che insieme alla Bolivia possiede una Costituzione dello Stato che riconosce l’interculturalità. La Costituzione ecuadoriana è del 2008, quella boliviana del 2009. In Paesi come la Bolivia, dove il 72% della popolazione è nativa, ed è sempre stata trattata alla stregua di minoranza etnica da inglobare nella società e cultura occidentale, il concetto di interculturalità si arricchisce di una prospettiva molto feconda.

Uno dei diritti riconosciuti ai cittadini è quello all’identità culturale: veramente non è qualcosa di scontato, in un Continente dove i gruppi nativi sono stati volutamente emarginati e disprezzati. Cinque secoli di sottomissione e sottovalutazione hanno creato dei complessi di inferiorità e dei meccanismi di discriminazione veramente crudeli. Non è un caso che la Costituzione di Bolivia ribadisca più volte la lotta a ogni tipo di discriminazione razziale, sociale e culturale.

Le lingue dei popoli indigeni sono considerate dal 2009 lingue ufficiali allo stesso modo dello spagnolo, e sono nominate tutte e 36 nell’articolo 5.

Ma dire “popoli indigeni” ed escludere la natura è qualcosa di artificiale, di non reale: entrambe le Costituzioni fanno riferimento all’ecologia, e l’Ecuador riconosce persino diritti alla Natura.

Dalla promulgazione delle Costituzioni è nata una riforma nel campo educativo che ha approfondito ed applicato ancora di più il discorso dell’interculturalità, per cui l’educazione si muove ora in varie direzioni: un curriculum regionale permette di sviluppare temi di interesse locale, come usi e costumi, istituzioni sociali dei popoli nativi. Fin dall’asilo si studia in due lingue: lo spagnolo e la lingua indigena del luogo. Queste pratiche sono definite “intraculturali”, e hanno come obiettivo la rivalorizzazione delle culture native, guarendo ferite storiche di disprezzo e censura. E poi, come ci ricorda la Costituzione e la Legge di riforma Educativa, si instaura un dialogo tra le culture, ed è qui che si concretizza l’ideale della reale interculturalità: un dialogo tra pari, con uguali opportunità, dove ciascuno può dare il proprio apporto, parlare, e insieme costruire, senza gerarchie sociali che si riflettano anche nel dialogo culturale.

Questa è la proposta di Ecuador e Bolivia, e ha da dire molto anche alle altre realtà, a livello mondiale, che molte volte nascondono dietro l’elegante parola “interculturalità” un progetto di eliminazione delle differenze e l’imposizione di un unico modello culturale. Una Costituzione è un documento scritto che traccia gli ideali e i principi di una società. Ma la realtà concreta riflette tali principi? Nel caso della Bolivia si può riconoscere un gigantesco progresso nel riconoscimento dei popoli originari, a vari livelli, come il riconoscimento territoriale (che riconosce l’autonomia di una etnia nel suo proprio territorio), o la medicina interculturale, che propone una sinergia tra saperi medici ancestrali e medicina moderna.

Chiaramente, bisogna riconoscere che il progetto interculturale è un ideale grande e rivoluzionario, e che i cuori hanno bisogno di tempo per cambiare e abbandonare atteggiamenti discriminatori. C’è anche il rischio di cadere nel polo opposto: dall’essere sottomessi e disprezzati, i popoli indigeni con i loro rappresentanti al governo potrebbero diventare a loro volta riproduttori di modelli discriminatori verso altri gruppi (possiamo parlare di etnocentrismo?). Ma la posta in gioco è così grande e nobile, che vale la pena rischiare e continuare la strada intrapresa, così come si può indubbiamente affermare che Bolivia ed Ecuador sono modelli da seguire e mettere in pratica, anche in contesti diversi come sono i Paesi europei.

Sr Stefania Raspo, mc

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