Una missione in punta di piedi

Suor Lucia Bortolomasi è stata una delle pioniere della missione in Mongolia. In questo breve articolo ci racconta sinteticamente quanto difficile sia stato l’inizio, ma anche la gioia di aver sperimentato la presenza del Signore quale protagonista della loro vita e della loro missione.

Partecipare all’apertura di una nuova missione è indubbiamente una grazia, un dono gratuito. Questo abbiamo sperimentato quando nel 2003 raggiungemmo la Mongolia, missionarie e missionari della Consolata, insieme per un nuovo inizio. Venivamo da esperienze diverse e ci fu dato un breve tempo di conoscenza reciproca prima di partire. E già in quei momenti la nostra fede fu messa alla prova da circostanze inaspettate. Poi l’arrivo a Ulaanbaatar, nell’estate del 2003. Fu forte il senso di dover dipendere completamente dalla Provvidenza: pochi giorni prima di arrivare non sapevamo ancora dove saremmo andate ad abitare.

All’arrivo un’accoglienza fraterna da parte della piccola comunità missionaria della Mongolia; ma anche il sentirsi da subito catapultati in un mondo completamente diverso, senza avere le coordinate per decifrarlo. E così ci siamo immerse nella nuova realtà, fidandoci di Dio e contando su una vera fraternità. Chi scopriva qualcosa nelle esplorazioni della città lo condivideva agli altri nei momenti comuni; poi anche tanta riflessione insieme e altrettanta preghiera, per sostenere il discernimento che s’imponeva ogni giorno.

Missionari e missionarie della Consolata in Mongolia

Il primo passo è stato lo studio della lingua. Per noi questo significò spendere tre anni interi sui banchi di scuola, ritornando bambini e versando lacrime da adulti, vista la complessità della lingua mongola. Per ricordarti che sei una straniera non c’è bisogno di fare uno sforzo: la quotidianità ad ogni passo ti butta in faccia questa realtà e ti accorgi che dipendi dal buon cuore di chi eventualmente accetti la tua presenza. Poco alla volta però entri in quella cultura, cominci a riconoscerne i valori fondamentali e questo ti dà la forza di continuare a rimanere. Scopri che missione è gratuità, non “beneficenza”; impari che solo l’amore di Dio ti fa stare in quel posto e che è normale che sia così, altrimenti cominceresti a pensare di essere tu protagonista. E invece no ed è una grazia: i Mongoli vivevano benissimo anche prima del tuo arrivo e continueranno a farlo dopo che te ne sarai andata o avrai donato la vita nella loro terra, ma lo Spirito vuole servirsi anche di te, con tutto il carico di fragilità che ti porti appresso, per manifestare il volto misericordioso di Dio. E questo lo puoi fare solo nella debolezza e nella fiducia, nella mitezza e nella semplicità. Ecco perchè non sono così fondamentali le strutture, le grandi opere; questa fu una scelta, non sempre capita, ma frutto di una riflessione comune e di un costante confronto con la realtà. Siamo abituati a pensare la missione in termini di “fare”; la realtà della Mongolia c’insegna che ciò che importa è esserci, essere presente in mezzo a quel popolo.

Internet nei primi anni era un miraggio e sentimmo molto la lontananza dei nostri cari, amici e parenti. Forse però fu un aiuto a cercare di costruire rapporti di vera fraternità tra di noi, senza poter trovare facili rifugi nella rete, e a riscoprire un Dio vicino, presente, che guida e dona forza alla tua vita. In ogni caso dovemmo confrontarci con la solitudine, che in Mongolia assume anche un connotato di isolamento: è la stessa morfologia del territorio ad imporlo, con le sue distese immense e poco abitate, gli estremi climatici, la durezza della natura. Anche questo ti plasma, obbligandoti a confrontarti costantemente con te stessa, mentre viaggi nella steppa per ore ed ore o quando ti ritrovi da sola nel silenzio della natura. Tutto questo mi ha recato un bene enorme e perciò ringrazio tanto il Signore. Forse potrei riassumere le mie impressioni con l’immagine della missione vissuta “in punta di piedi”, carente di qualsiasi forma di protagonismo da parte nostra e ricca della provvidente presenza di Dio; una scuola di vita e di fede che spero di saper mettere in pratica, accettando di vivere in profondità ogni momento per divenire strumento di vera consolazione.

la comunità cristiana di Arvaiheer

La sproporzione tra la nostra povertà e fragilità e le esigenze della missione è molto forte in Mongolia. Credo che anche questa sia una grazia, perché ci aiuta a non confidare tanto in noi stessi, quanto nella potenza dello Spirito. In ogni caso possiamo dire di aver assistito a tanti miracoli quotidiani e soprattutto al mistero dell’aprirsi dei cuori all’incontro con il Signore. Non abbiamo avuto grandi successi da raccontare, ma una gioia profonda da condividere: quella di coloro che ci hanno accolto e permesso che fossimo strumenti per far sì che Cristo entrasse nella loro vita. Fosse stata anche solo una persona ne sarebbe valsa la pena!

Suor Lucia Bortolomasi, mc

questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Andare alle Genti

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