LE “DIECI PAROLE”

Monte Sinai

Siamo abituati a trovare nei vangeli brani che ritornano quasi identici in libri diversi. Fuori dai vangeli succede più raramente. Capita, però, in quello che nella tradizione religiosa spesso si considera il cuore della morale, ossia le «dieci parole», il decalogo.

Contesto

Nell’interpretazione di qualunque messaggio lo sfondo sul quale è posto, il modo con cui lo si offre, è significativo e di fatto fa parte del messaggio.

Nella Bibbia il decalogo si trova prima di due lunghi elenchi di leggi: in Esodo 20, ai piedi del Sinai, dopo l’uscita dall’Egitto e dopo che il popolo ha deciso di stringere alleanza con Dio, e in Deuteronomio 5, in un lunghissimo discorso di Mosè che fa testamento spiegando al popolo come continuare a seguire Dio. In un caso e nell’altro il Decalogo fa da introduzione, quindi come senso di fondo e “riassunto” delle leggi che verranno.

In entrambi i testi troviamo espressa la paura davanti a Dio per il fuoco che ne usciva. Dio è tremendo perché è totalmente dalla parte della vita, incomprensibile e inafferrabile, suscita il timore e il fascino della libertà, dell’autonomia, del sesso, del sacro… È da questo timore che nasce il bisogno di regole che permettano di fruirne senza perderlo.

Il modo con cui nella tradizione religiosa sono stati trattati questi dieci comandi, che si immaginano scritti su due tavole di pietra (così Dt 4,13; secondo Esodo le tavole entrano in scena dopo), è stato però quasi di una condizione: rispettale, e Dio sarà in alleanza con te (e quindi: violale, e Dio sarà adirato con te). Ma è proprio così?

Prima tavola

Una prima parte dei comandamenti riguarda il rapporto con Dio. La nostra divisione “tradizionale” raccoglie in questa parte tre comandamenti su dieci, come se fosse una sezione meno importante. C’è però allora subito da notare che si tratta di una parte decisamente più ampia della seconda (per quel che contano i numeri, sono 134 parole contro 44 nell’Esodo, 140 contro 49 nel Deuteronomio). Più lungo significa più importante, e dobbiamo tenerne conto.

Il decalogo peraltro inizia con una frase che davvero non può essere considerata un comandamento, tanto che la si è spesso trattata da semplice introduzione: «Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dall’Egitto, dalla schiavitù». Possibile che Dio perda tempo a presentarsi? O forse vuole dire altro?

Non è scontato, se anche volesse presentarsi, che non dica di sé di essere l’Onnipotente o il creatore, ma che si presenti come il tuo Dio. È come se dicesse: “Non sei da solo. Hai un Dio, che è tuo. E lo ha dimostrato donandoti la libertà, quando ancora non lo conoscevi. Non sei abbandonato”.

A questo punto il primo comandamento (Es 20,3-4; Dt 5,7-8) acquista una luce nuova. Se ho un Dio, che si occupa di me, che bisogno c’è che mi cerchi qualcuno da servire? Ho Dio per Signore, non ho bisogno di altri signori. Più che essere una legge da seguire, è una conseguenza dell’intuizione di fondo. Ho un Dio, sono amato, custodito, sono importante per lui. Che bisogno ho di cercare altro? Ho già trovato! Non mi resta che vivere di conseguenza.

Ad esempio, evitando di servire chi non è il mio Dio (Es 20,5-6; Dt 5,9-10). A noi probabilmente disturba il doppio volto divino, che non si limita a premiare ma castiga anche. Si tratta però di un modo per dire, alla ebraica, quanto è importante la sua presenza: non è indifferente ascoltarlo o no. E comunque, pure su questo sfondo, Dio “si occupa della colpa” fino alla terza e quarta generazione (ossia, in una società patriarcale e di clan come quella ebraica, su coloro che sono vivi durante la colpa), ma “fa misericordia” fino alla millesima. Si devono dire entrambi i lati dell’agire divino, ma tra la benevolenza e il castigo non c’è proporzione.

Sempre come conseguenza dell’avere un Dio, egli va trattato “da Dio” e non come una cosa insignificante (Es 20,7; Dt 5,11) e il giorno a lui dedicato va “santificato” (Es 20,8-11; Dt 5,12-15), ossia messo da parte, tenuto come speciale. Le motivazioni sono diverse: per Esodo la ragione affonda le radici nella storia dell’esilio, per Deuteronomio (testo che ha come riferimento un mondo più complesso e ampio, non solo ebraico…) il motivo è più universale, cosmico, legato alla creazione. Comune a entrambe c’è la percezione di dover riservare un tempo per ricordarsi che Dio è Dio, che si comporta da Dio verso di me, per garantirmi la vita. E, insieme, ciò permette di mettere da parte gli altri sei giorni, che sono resi santi dalla santificazione del settimo, ma insieme sono assolutamente affidati alla responsabilità dell’uomo.

Sembra insomma davvero che il cuore del decalogo non sia capire che cosa abbiamo l’obbligo di fare, ma cogliere una cosa centrale (Dio mi vuole bene, conto davvero per lui) e tirarne le conseguenze.

Seconda tavola

La seconda parte dei comandamenti è riservata al rapporto con gli altri. Almeno qui, si tratta di cose da fare o da evitare? A prima vista potrebbe sembrare di sì. Anche se, a ben guardare, anche per il primo di questi vincoli si dà una motivazione che ci sorprende un poco. Si dice, infatti (Es 20,12; Dt 5,16) che occorre “dare peso” ai genitori perché “si allunghino i giorni” (in numero? O in ampiezza, profondità?) sulla terra che ci viene data dal Signore. L’idea di fondo è riconoscere che non veniamo da noi stessi. “Dare peso”, “dare importanza”, può essere ben tradotto da “onorare”, non da “ubbidire”. Non è quello che dice il comandamento. Implica di riconoscere che veniamo da una storia prima di noi, che abbiamo ricevuto molto. Ma, contro la mentalità patriarcale dominante in Israele, ciò non significava perdere la propria autonomia e libertà.

Partire da qui, comunque, ricollega molto anche questa seconda tavola alla prima. Ho un Dio che è mio, che si occupa di me, e per questo (di conseguenza, per logica, non per obbligo) devo prendermene cura. E nel farlo, riconosco che questo Dio, che è mio, non è però esclusivamente mio, che ha accompagnato e protetto i miei genitori, i miei antenati. La mia storia non inizia da me. Anche questo comandamento, insomma, è una conseguenza dell’intuizione di partenza. Non mi trovo davanti a norme violando le quali vengo punito, ma a istruzioni per vivere bene, “regole per l’uso” della vita.

Di conseguenza rispetterò la vita fisica degli altri, quella affettiva, i loro beni, la loro rispettabilità e le loro cose (Es 20,13-17; Dt 5,17-21), in un ordine che sembra essere di importanza via via discendente. Possiamo, di passaggio, far solo notare che il sesto comandamento non vieta gli “atti impuri” (invenzione della nostra tradizione) quanto l’adulterio, quell’atto che priva l’altro non della vita, ma di quel valore simbolico della vita che è il contare per qualcuno in modo esclusivo. E, altrettanto di passaggio, possiamo apprezzare e condividere il tentativo della tradizione di distinguere la moglie dal resto, dedicandole un comandamento a parte, anche se niente nel testo lo lascia intuire. Anzi, in Esodo (legislazione più vecchia) la moglie viene dopo la casa. Lo sfondo è quello di una cultura per cui la moglie era proprietà del marito (e poteva avere meno valore della casa; ma più dell’asino…!); su questo sfondo desiderare i beni del compagno non è solo attentare alla sua autonomia o possesso, ma valutare i beni più importanti della persona che li possiede. Ovvio che oggi, con una sensibilità che anche il rispetto di queste indicazioni ha reso più fine, ci è più semplice completare in modo equilibrato ciò che allora era ancora in farsi: ciò che è detto dell’uomo è sicuramente detto anche della donna, che non è una proprietà del marito.

Al cuore della vita

Insomma, i comandamenti vogliono essere un aiuto, da parte di Dio, alla vita autentica, piena, completa degli esseri umani. Rispettare gli altri non è un dovere da compiere per non essere castigati, ma è la strada per vivere in armonia con loro, e quindi per vivere meglio. Riconoscersi inferiori a Dio e da lui beneficati non serve a evitare che si offenda per la nostra ingratitudine, ma ci aiuta a muoverci nella vita non come signori onnipotenti (che non siamo; e se ci illudiamo del contrario viviamo male) ma riconoscendo il nostro ruolo.

Lo scopo finale è che noi viviamo bene. Anche il rapporto con Dio, tanto importante, serve a quello.

Angelo Fracchia

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