Quando il migrante parla la mia stessa lingua

“Siamo viandanti e andiamo per la stessa strada: saremmo stupidi, se non ci aiutassimo”. Il fenomeno della migrazione in America

Secondo il rapporto 2017 dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), l’agenzia dell’ONU che studia i flussi migratori, il Sud America sta diventando un vero e proprio coacervo di flussi intraregionali differenti. Stando ai dati forniti dal documento, la migrazione fra Paesi sudamericani, nel periodo 2010-2015, è cresciuta dell’11%, coinvolgendo a vario titolo più di 3,5 milioni di persone.

I dati sono impressionanti: anche secondo la recente indagine del CEPAL (Comisión económica para América Latina y el Caribe), quasi il 5% degli abitanti dell’area oggi vivrebbero lontano dal proprio Paese d’origine: qualcosa come trenta milioni di persone, sui 650 milioni stimati.

Nel solo ultimo triennio la mobilità all’interno dell’area Latinos è cresciuta di quasi il 40% e il fenomeno non accenna a voler diminuire, anzi.

Non sono più gli USA o l’Europa, scossi da una crisi economica della quale ancora non si vede il termine, a fare da catalizzatori dell’interesse dei migranti, quanto i “vicini di casa” più fortunati.

Il dato è doppiamente interessante perché non pare rilevare ancora appieno le conseguenze della “teoria Trump”, che sta di fatto bloccando, come mai prima d’ora, la rotta dal Messico verso gli Stati Uniti: lungo gli oltre 3.000 chilometri di confine, sempre più blindato dal “muro”, si spengono i sogni di migliaia di migranti (la gran parte con un’età compresa fra i 14 ed i 20 anni, in fuga anche dal rischio di reclutamento da parte dei narcos) provenienti non solo dal Paese dei Maya.

Eppure i numeri non sembrano dare molte speranze: solo il 20% di chi cerca di superare il Tijuana wall border, come è stato ribattezzato, riesce a giungere dall’altro lato, magari pagando profumatamente i trafficanti. Gli altri, specie gli stranieri, per lo più terminano il proprio viaggio nelle prigioni messicane o si affidano a bande criminali e finiscono per essere sequestrati o ridotti in schiavitù prima di arrivare negli Stati Uniti.

A questi si aggiungono i desaparecidos, sul cui numero nessuno negli ultimi anni ha più osato fornire dei dati, se è vero che l’ultimo Rapporto sul Sequestro di Migranti, realizzato dalla Commissione dei Diritti Umani del Messico è ormai del 2011, quando in sei mesi vennero catalogati più di 200 sequestri di persona e oltre undicimila vittime.

Ma gli “scomparsi” dove vanno a finire? Spesso si trasformano in braccia a buon mercato per la criminalità organizzata o, peggio, finiscono assassinati o vittime del deserto.

Molte volte i migranti bloccati dal muro sono provenienti da Honduras, Salvador e Guatemala, ove il clima di incertezza e di violenza, dovuto alle lotte fra i vari cartelli del narcotraffico, spinge appunto alla fuga verso il Messico e, in subordine, la Costa Rica, ove il numero dei richiedenti asilo nell’ultimo quadriennio si è moltiplicato.

Ma chi è a muoversi, principalmente? Le direttrici verso i nuovi “eldorado” sono diverse: oltre a quella verso gli USA, di cui si è detto, ve ne sono altre due nel sud del continente. Una è quella ormai storica che vede il movimento dal Paraguay verso l’Argentina (che nel XX secolo ha rappresentato uno dei principali approdi della grande migrazione dall’estero, e adesso riceve i flussi regionali), l’altra ha come centro Haiti, ancora stremata dal post terremoto, i cui abitanti cercano fortuna verso Brasile e Cile: tutte economie trainate dalla crescita del prezzo delle materie prime, di cui i rispettivi sottosuoli sono ricchi.

Proprio il Paese “ai confini del mondo” sta divenendo, con i suoi 755.000 chilometri quadrati, un importante punto di approdo. Il Cile è lo Stato sudamericano con il tasso d’immigrazione più elevato, se si pensa che in sette anni ha visto crescere di oltre il 140% il numero di immigrati, per lo più provenienti dal Venezuela che, negli ultimi anni, da “Terra promessa”, anche a causa della pesante situazione economica e politica, è diventata un luogo da cui “scappare”. Ma, andando verso sud, si fugge anche da Uruguay e Bolivia.

Va anche detto che, per fortuna, la migrazione interna in alcuni casi è stata anche “gestita”, per quanto questo termine possa essere concreto: lo testimoniano alcune misure promosse dal Mercosur e della Comunità Andina. Fra queste, degna di nota, ad esempio, è l’intesa che ha consentito a paraguaiani e boliviani di ottenere in Argentina, dove gli immigrati sono cresciuti del 16% negli ultimi 5 anni, oltre 450 mila abitazioni popolari.

Le prospettive, ad oggi, quali sono? Se la situazione economica in America Latina (ed in Europa…) resterà questa, le previsioni degli esperti rendono plausibile il fatto che si sia di fronte ad una nuova migrazione storica, con movimenti destinati magari ad avere delle fluttuazioni, ma a non interrompersi neppure nei prossimi anni e questo anche per una serie di motivi contingenti: i migranti “interni” sono, infatti, favoriti, oltre che da una similitudine fra culture, anche da una lingua pressoché comune a tutti.

E, forse, a sintetizzare il fenomeno vale più di tutto un vecchio proverbio cileno: Siamo viandanti e andiamo per la stessa strada: saremmo stupidi, se non ci aiutassimo”.

Fabrizio Gaudio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *