Casa Madre: una Casa, una Madre

1. Note storiche

 La costruzione di Casa Madre

Sappiamo che agli inizi la prima comunità di Missionarie della Consolata trovò sede nella palazzina di Corso Duca di Genova 49, ereditata da Mons. Demichelis, che era stata anche la culla dei Missionari. A un anno dalla fondazione, troviamo il Fondatore impegnato a cercare una migliore sistemazione per le Sorelle: cerca un’area fabbricabile nella zona di Porta Susa, circa a metà strada tra il santuario della Consolata e la Casa Madre dei Missionari. Il numero delle postulanti cresce ed egli mette al corrente del progetto il can. Camisassa, impegnato nella visita ai missionari in Kenya. Scrive l’Allamano al Camisassa il 4 aprile 1911: «Certamente bisognerà col tempo pensare alle Suore che crescono e devono fermarsi non meno di due anni per formarsi; ma c’è tempo e vedremo verso porta Susa… I Maristi fabbricano una chiesetta lungo la strada di Francia, quasi presso la chiesa di Gesù Nazareno. Purché qualcuno non pensi più in su dove noi abbiamo l’occhio…». Due mesi dopo ritorna sull’argomento: «La Consolatina si fa ormai incapace delle inquiline. Sono 22 oltre la Superiora (di cui facemmo bella festa) ed Eugenio, e varie aspettano per venire. Ma aspetto perciò il di lei ritorno» (4 giugno 1911). La Superiora è Madre Celestina Bianco, delle Giuseppine, di cui ricorreva l’onomastico il 19 maggio. Eugenio è il coadiutore Marinaro. Al ritorno del Camisassa, il problema viene di fatto affrontato: le ricerche di una zona fabbricabile nell’area di Porta Susa continuano fino al 1914, con esito negativo. Allora il Fondatore ripiega sulla soluzione provvisoria di riservare alle Sorelle una parte della Casa Madre dei Missionari, che era destinata a seminario maggiore. Un gruppo di Sorelle si trasferisce nella Casa Madre dei Missionari nel settembre 1912, sostituendo le Suore di San Gaetano nei servizi di cucina e guardaroba. Nel dicembre dello stesso anno tutta la comunità delle Sorelle si trasferisce dalla Consolatina alla parte nord del fabbricato di Casa Madre IMC. Intanto si decide di costruire la Casa madre delle Missionarie  vicino a quella dei Missionari, sul terreno libero, adibito a orto,  prospicente le vie Bruino e Coazze, terreno appartenente all’Allamano. Questa soluzione non era quella desiderata dal Fondatore, e lasciava la porta aperta a «condizionamenti reciproci». Allo scopo di differenziare le due case, l’Allamano volle che gli orizzontamenti del fabbricato delle Suore fossero disposti su un piano diverso da quelli dell’edificio dei Missionari. I lavori di costruzione della Casa Madre delle Missionarie iniziarono il 19 aprile 1915. Il 17 settembre erano state vendute la Consolatina e la attigua casa Roveda. Ma i fondi vengono attinti anche dagli interessi delle doti delle Sorelle, consegnate al Fondatore. I lavori di costruzione proseguono celermente nonostante la difficile situazione di guerra in cui il Paese si trova. Il Fondatore è consapevole del rischio che sta correndo da un punto di vista finanziario e nella conferenza del 5 settembre 1915 dice alle Sorelle: «E noi? Facciamo fabbricare. Certe persone domandarono: “Come va? A questi chiari di luna!”. Ebbene, è anche per carità, per far lavorare quei poveri muratori, che non ne troverebbero…». Il diario del Seminario Maggiore, dopo aver dato la notizia dell’inizio dei lavori conclude: «Fuori si grida carestia […], ed il Sig. Rettore dà principio alla casa delle nostre Suore Missionarie proprio accanto a noi, così le grazie del Cielo avranno un solo indirizzo (Circonvallazione 514-518), così un solo spirito, un’opera sola, un solo trionfo». «Questo fabbricato viene costruito a tempo di record; mancavano ancora intonaco, pavimenti e porte quando nel 1917 il governo lo requisisce per adibirlo a deposito di medicinali». Nel novembre 1919 la casa viene restituita e proseguono i lavori di rifinitura, sempre sotto la direzione del Camisassa.  Il 4 settembre 1922 la comunità delle Missionarie della Consolata entra ad abitare nella propria Casa Madre. L’edificio è costituto da due fabbricati, l’uno su corso Ferrucci e l’altro su Via Bruino, collegati da un porticato. Nella Cappella, inaugurata il 18 settembre 1921 dal Fondatore, è presente l’altare che ora si trova a Nepi, costruito dai Fratelli IMC molto probabilmente in Etiopia.

1.2 La ristrutturazione del 1939-1940

Il 3 luglio 1939 iniziano i lavori di ristrutturazione di Casa Madre, che terminano all’epifania del 1940:

  • Al posto della prima Cappella, verso Corso Ferrucci, si costruiscono una fila di tre parlatori e la sala, con soprastante foresteria.
  • Verso il cortile interno, invece della precedente sala e degli adiacenti ammezzati, si costruisce la nuova Cappella.
  • Viene smussato l’angolo di Corso Ferrucci/Via Coazze, dal pian terreno fino al terrazzo. La porta principale d’ingresso è proprio al centro. Viene pure ristrutturata l’entrata, creando un ambiente ottagonale con la statua della Consolata sul lato sinistro e lo stanzino del telefono e portineria sul lato destro.

Nel corso degli anni, vari piani si aggiunsero sopra il fabbricato di via Bruino e sopra il porticato. L’edificio totale di Casa Madre è dunque sorto a pezzi, per cui rimanevano alcuni dislivelli, visibili dalle varie scale e scalette dentro casa.

1.3 La ristrutturazione del 2003-2008

La più recente e radicale ristrutturazione di Casa Madre avviene tra il 2003 e il 2008. È l’architetto Carlo Faccio a seguire i lavori, accompagnato da alcune nostre Sorelle, in particolare sr Luisangela Baragetti e sr Evelia Garino.

Nella ristrutturazione si attese soprattutto a tre necessità:

  • Adeguamento degli impianti vari per metterli a norma di legge
  • Riduzione dei dislivelli tra i fabbricati
  • Valorizzazione degli ambienti storici, di particolare significato per noi MC, affinché Casa Madre potesse trasmettere il suo messaggio spirituale a noi MC, a chiunque la frequentasse, alla città di Torino.

Il fabbricato di via Coazze era una specie di collage di pezzi aggiuntisi nel tempo. Viene demolito e ricostruito, creando spazio per la realizzazione del parcheggio sotterraneo e dell’area verde, ove sono presenti simboli della nostra spiritualità.

Nel corso della ristrutturazione emergono diversi elementi che testimoniano la lungimiranza del Fondatore e del Camisassa. Ad esempio, le travi di cemento armato della casa. Oggi sembrano qualcosa di scontato, ma all’inizio del 900 le travi di cemento armato non esistevano da nessuna parte, erano qualcosa d’innovativo. Il Fondatore e il Camisassa vollero impiegarle, utilizzando una tecnica costruttiva all’avanguardia per quel tempo. Questo sistema edilizio consente la flessione delle solette, le quali sono sottili ma capaci di notevole flessibilità e di sostenere carichi ingenti. Padre Fondatore ha saputo trasmettere anche nelle cose pratiche la sua attenzione alla qualità, al bene fatto bene, al voler dare alle sue Missionarie una sistemazione solida e decorosa.

L’ingresso ottagonale è elegante e di notevole equilibrio architettonico. L’ottagono s’inserisce nel cerchio, che è forma perfetta, simbolo di pienezza, d’inclusione, di totalità, di universalità. La Consolata accoglie chi entra.

Nell’attuale corridoio dei parlatori, ripulendo i soffitti sono stati portati alla luce i dipinti originali.

Nella Cappella, che è quella del 1940, sono stati riportati i colori originali dell’epoca, sia nel pavimento sia nelle pareti: sono colori chiari, tenui. Nel soffitto della Cappella la scritta IHS e l’acronimo della Consolata rappresentano due pilastri fondamentali della nostra spiritualità.

Il salone sotterraneo si trova 3,5 m sotto Corso Ferrucci. Fu voluto dal Fondatore, ma non per l’uso che ne facciamo attualmente. Qui c’era la caldaia a carbone, una stenderia, un deposito e uno spazio usato come aula per la catechesi. Il soffitto, che ora vediamo così bello di mattoni cotti, era tutto intonacato. Qui ci si è accorti di come le fondamenta di questo edificio siano ben fatte. Togliendo l’intonaco è stata scoperta la meraviglia del soffitto di mattoni, ben cotti e ben disposti. L’angolo oggi visibile, con l’arco di mattoni (che è un arco contrafforte e serve a sostenere il fabbricato), evidenzia le fondamenta della struttura: sono fatte a regola d’arte, addirittura con disegni di losanghe di pietra che si alternano con mattoni. Eppure, queste fondamenta dovevano essere invisibili! Sì, qui anche le cose più invisibili e nascoste sono fatte molto bene. Oggi questa sala è attrezzata tecnologicamente. Il pavimento è galleggiante e sotto ci passano meccanismi che servono a purificare e ricambiare l’aria e a climatizzare l’ambiente.

Nel giardino, troviamo la pietra che rappresenta il Fondatore, la roccia dalla quale siamo state tagliate. Dalla roccia, ecco sgorgare uno zampillo d’acqua: la sua spiritualità appare come qualcosa di piccolo e poco rumoroso, sottile, ma disseta. E col tempo, crea un solco nel terreno, per poi inabissarsi e apparentemente sparire (come il chicco di grano caduto in terra). Invece eccola rispuntare da sottoterra come cascata e offrirsi al mondo, attraverso di noi, famiglia consolatina, come annuncio del Vangelo alle genti.  Vicino alla cascata c’è una fontanella di acqua potabile che disseta chi voglia accostarvisi.

Nel porticato, il centro è occupato dalla Consolata, che è la Madre, la Fondatrice, il perno, il fulcro della casa e della nostra famiglia. La statua è quella originale che è sempre stata qui. Il manto metallico che è stato disposto rappresenta una “M” con una croce e le tre stelle.

La saletta verde è il luogo dove il Fondatore accoglieva le Sorelle per i colloqui individuali. La si è mantenuta il più possibile come era. Si è smontato il pavimento ligneo pezzo per pezzo, lo si è pulito, trattato e rimesso al suo posto: è dunque il pavimento originale. La pittura delle pareti non è quella originale; vi era della carta da tappezzeria che è stata rimossa e pensiamo non sia stata quella originale. Togliendo la tappezzeria, si è dipinto rispettando i colori che si usavano all’epoca. La porta d’ingresso è quella originale, l’altra porta apparteneva a un altro ambiente. Lampadario, sedia e scrittorio sono originali. Alle pareti sono state disposte immagini significative della vita del Fondatore.

 

  1. Alcuni luoghi della casa particolarmente significativi

Il 18 dicembre 1921 il Fondatore s’intrattiene con le Sorelle per una delle abituali Conferenze. Ha appena salutato un gruppo di Missionari partenti per il Kaffa e ne è ancora profondamente commosso. Riassume alle Sorelle il discorso fatto ai partenti, che si conclude lasciando loro un  ricordo: «E ora vi do un ricordo: ricordatevi della pietra da cui siete state staccati. Ricordatevi di questa Casa Madre che dovete lasciare, ricordatevi dell’educazione ricevuta, portate con voi lo spirito di questa istituzione, che è tutta per formare santi e dotti missionari. Ricordando il bene ricevuto in tanti anni, rammentate i Superiori tutti che sono stati i mezzi dei quali si servì il Signore per formarvi. Ricorderete in particolare quelli partiti per il Paradiso».

Alle Sorelle ricorda ancora: «La Casa Madre è sempre un caro nido e quando dovremo andare in Africa, un certo rincrescimento dovrebbe prenderci al pensiero di lasciarla. Ricordatevi sempre quel masso di pietra (la Casa Madre) da cui siamo state staccate».

E ancora: «È in questa casa che bisogna formarsi: sono qui gli Angeli che lavorano a spargere grazie… sono qui le grazie della formazione a vita religiosa e missionaria… in Africa ce ne sono delle altre, ma questa non più… approfittatene e dite a voi stesse: devo farmi santa, gran santa, subito santa».

Sì, è questa è la casa che il Fondatore ha voluto e costruito per noi. Qui egli s’intratteneva con le Sorelle, le formava attraverso la sua presenza, le Conferenze e i colloqui personali. Qui la pianticella dell’Istituto cresce. Qui è il caro nido. Alcuni luoghi sono particolarmente benedetti e gravidi della presenza del Fondatore e delle prime Sorelle che qui hanno abitato, si sono imbevute del Carisma, lo hanno vissuto e trasmesso.

  • Il salone: ha accolto da sempre tanta vita, tanta gioia, tanta commozione. Era il luogo in cui ci s’incontrava per far festa col Padre, col Confondatore  e tra Sorelle. Il Filo d’ororicorda in data 16 marzo 1924: «La mattinata splendida ci conferma la venuta del Veneratissimo Padre. (…) Siamo tutte in grandi faccende per preparare il salone , fare le ultime prove della nostra festicciola e tingere del più bel nero tre sorelle che, ben acconciate, dovranno rappresentare le nostre Missioni. Nel pomeriggio, dopo la benedizione, siamo tutte raccolte in salone. Sorelle! È il Padre nostro che attendiamo dopo tre mesi. Appena lo scorgiamo erompiamo in festosi evviva. Passa in mezzo a noi che gli facciamo ala, ci guarda tutte ad una ad una e quel suo sguardo porta tanta pace nell’anima». E ancora, il 17 maggio 1925: «Dopo le funzioni del pomeriggio salutiamo in salone, con unanime grido di giubilo, l’amatissimo Padre, che da tanto tempo non avevamo ricevuto in mezzo a noi. Con la mozzetta Canonicale, accompagnato da S.E. Mons. Perlo e dal R. P. Economo, imparte la Benedizione Pasquale. Guardando il numeroso gruppo delle postulanti: “Siete tante, dice, ma non è il numero che fa, è lo spirito. Andrebbe bene che foste tutti Zaveri!”. Poi ad una ad una le postulanti passano a baciargli la mano. Gli siamo attorno, vorremmo godere a lungo il suo ineffabile sorriso, ma i RR. Missionari ce lo involano. Prima di lasciarci ci esorta alla devozione dello Spirito Santo; ci dice che tutto l’anno deve essere per noi il mese di maggio; ci benedice e ci lascia inondate della più soave pace».
  • Il laboratorio, con le finestre sul cortile interno, molto probabilmente occupava la zona in cui ora è la sala di comunità. Questo era il luogo in cui il Padre insegnava, formava i gruppi delle prime Sorelle. Ascoltiamo ancora qualche testimonianza dal Filo d’oro.È il 30 ottobre 1923: «La Rev. Superiora suor Chiara Strapazzon ci annuncia con sicurezza la visita del Veneratissimo Padre. Sono le 17: un insolito suono di campana ci fa ritrovare tutte in un balzo in laboratorio. Passa qualche minuto ed ecco il Padre amato in mezzo alle sue figlie, che questa volta trova aumentate di numero; se ne compiace, dice di essere venuto per loro, e loro sanno e pendono dalle sue labbra. Ci ha parlato per più di un’ora, così paternamente, santamente come sempre, poi ci ha benedette. Qualcuna non aveva ancora avuto la fortuna di incontrarsi con lui e questa sua visita le sarà di sprone per iniziare con generosità la nuova vita». Il 9 aprile 1924, il Filo d’oro scrive: «Abbiamo una cara visita dell’amatissimo Padre. Adunate intorno a lui in laboratorio ascoltiamo la sua parola concisa e pratica. Ci restituisce le lettere scrittegli per San Giuseppe su ciascuna delle quali ha posto un suo pensiero. “Domandate la grazia di diventare così piene di perfezione, ci dice, da poter all’occorrenza ottenere di fare un miracolo. Bisogna essere perfetti come perfetto è l’Eterno Padre, si può? Eppure N. Signore l’ha detto perché il nostro grado di perfezione non abbia limiti. Ogni virtù deve essere completa!”».
  • La saletta verde è il luogo degli incontri personali col Padre. Erano un momento privilegiato di contatto individuale, di confronto, di esperienza personale del Carisma che emanava dalla sua persona.  Sr Emerenziana, entrata nell’Istituto nel 1920, così testimonia: «La prima impressione che provai nel trovarmi alla sua presenza, fu quella di trovarmi dinanzi ad una persona molto compita, che ebbe subito per me dei tratti di amabilità veramente paterna: ciò che mi ispirò subito una grande confidenza che andò continuamente crescendo, a guisa che io l’avvicinavo». Dice Madre Maria degli Angeli: «Voleva che tutte le Suore avessero la possibilità di avvicinarlo e di parlargli liberamente, tanto all’Istituto quanto al Santuario della Consolata. Tutte accoglieva con grande carità, e tutte trattava con cuore veramente paterno. Quando si vedevano le Suore uscire dalla sua udienza, si vedevano sempre sorridenti; tanto che quando si vedeva qualche Suora particolarmente allegra, si diceva comunemente: “Indubbiamente è stata dal Padre”».
  • La sala di consiglio: la troviamo al primo piano dell’ala di Corso Ferrucci, la prima ad essere costruita. Qui si trovavano anche gli uffici e le camere dove nel 1934, dopo la bufera della visita apostolica, s’insediò la prima Direzione generale, formata da: Madre Maria degli Angeli Vassallo di Castiglione e le consigliere Sr Virginia Barra (vice superiora), sr Ferdinanda Gatti, sr Chiara Strapazzon e sr Nazarena Fissore.
  • La cappella. Il 18 settembre 1921 Padre Fondatore venne a benedire la cappella di Casa Madre e ci disse: «Ho benedetto la vostra cappella: questa è la terza, prima avete avuto quella della Consolatina, poi quella che avete lasciato adesso (presso i Missionari della Consolata); ora avete questa, ma non è ancora l’ultima, è solo una tappa, col tempo avrete poi la vera cappella…». Infatti, come già detto, nella ristrutturazione del 1939-1940 si procedette alla sistemazione della nuova cappella, che è quella attuale. Di quanta preghiera, di quanta vita, di quanta dedizione, gioia, dolore, preoccupazione, gratitudine, desiderio, slancio, offerta questa cappella è testimone!

  1. Una Casa, una Madre

Casa Madre rappresenta davvero per noi MC il “caro nido”, “la roccia dalla quale siamo state staccate”. Casa Madre è la casa di tutte le MC, perché tutte noi affondiamo qui le radici: qui sono le nostre origini, qui viene generata e formata la nostra identità vocazionale, ciò che ci rende Sorelle, il Carisma a cui tutte partecipiamo, principio spirituale che racchiude il senso del nostro essere nel mondo e ci rende uniche, originali nella Chiesa. Il Fondatore, assieme al Confondatore, hanno costruito per noi questa casa che, anche nella sua struttura materiale, veicola intensi messaggi spirituali e carismatici. Questa casa rimanda inequivocabilmente a un’altra Casa, la casa calda e vivente nella quale siamo state generate e formate, la Casa che continua ad accoglierci, rigenerarci e inviarci: Maria, la Consolata. Lei è il vero “nido”, la vera Casa, la vera roccia da cui siamo state staccate, la cava da cui siamo state estratte (cfr. Is 51,1), la Madre, il grembo da cui siamo nate, la Fondatrice. Ci ricorda Padre: «La vera Fondatrice è la Madonna»; «Non è infatti la SS. Vergine sotto il bel titolo di Consolata la nostra Madre, e noi i suoi figli? Sì, Madre nostra tenerissima, che ci ama come la pupilla de’ suoi occhi, che ideò il nostro Istituto, lo sostenne in questi anni spiritualmente e materialmente, sia qui in Casa Madre come in Africa, ed è sempre pronta a tutti i nostri bisogni, per cui io posso dormire i sonni tranquilli… Quasi le facciamo torto a rivolgerle quelle parole: Monstra Te esse Matrem; Essa piuttosto potrà rivolgere a noi: monstra te esse filium». Casa Madre è per noi un luogo tanto sacro proprio perché rappresenta la Consolata nella sua maternità, nel suo essere nostra madre, nostra fondatrice, la quale compie la sua opera di generazione di questa sua creatura, che è l’Istituto, attraverso Padre Fondatore. Possiamo allora vedere Casa Madre come una raffigurazione, immagine, ritratto della Consolata nel suo esserci madre, fondatrice, genitrice e principio d’identità. Entrare in Casa Madre è entrare nella Consolata. Tornare a Casa Madre è tornare alla Consolata. Riposare in Casa Madre è riposare nella Consolata. Nutrirsi in Casa Madre è essere teneramente allattate dalla Consolata.  Pregare in Casa Madre è pregare nella e con la Consolata. Gustare la fraternità in Casa Madre è celebrare l’origine della nostra sorellanza in Lei, nella Consolata unica nostra madre. Lavorare in Casa Madre è partecipare alla missione della Consolata; vivere in Casa Madre è vivere nel suo grembo.

Allora, tornare a Casa Madre è tornare al senso della nostra esistenza, alla fonte nel nostro Carisma. Perché il nostro Carisma non è un principio, non è una dottrina, non è una riflessione, non è solo una esperienza. Il nostro Carisma è una persona, è Lei, la Consolata, nel suo generare nella propria carne il Figlio, Consolazione del mondo, nel suo andare missionario a chi non Lo conosce, nella sua ricerca sollecita e premurosa dei figli lontani per ricondurli a casa, nell’abbraccio tenero e forte di Dio Trinità.  Solo in Lei, solo in intima e profonda relazione con la Consolata, noi diveniamo realmente chi siamo; solo nel contatto con Lei il nostro DNA sprigiona tutta la sua forza; solo in Lei il fuoco della Consolazione infiamma il nostro cuore e lo trasforma in missione! Tornare a Casa Madre allora è tornare a questo contatto intimo, profondo, vitale, con la Madre nostra e lasciare che Lei accenda in noi il Suo Fuoco d’amore, che ci infiammi della Sua maternità!

Tornare a Casa Madre è allora immergerci nelle profondità abissali del mistero che ci ha generate e che ci abita. Mistero di amore e di dolore. Mistero di accoglienza e di consegna senza riserve.  Mistero di morte e di resurrezione. Accogliere oggi la chiamata della Consolata a rinascere, è accogliere lucidamente l’invito a percorrere con lei e in lei il suo stesso cammino materno. Che inizia con l’Annunciazione, si rende visibile nel Natale ma si compie nella Pasqua. L’XI Capitolo  generale ci indica la strada missionaria del “ritorno”, della consegna fino alla radice dell’essere. La beata Irene e la beata Leonella esprimono in modo luminoso la dimensione martiriale intrinseca al nostro Carisma, del quale il dono della vita è elemento nucleare, essenziale. Non solo. Irene e Leonella dischiudono ai nostri occhi la straordinaria, inaudita fecondità dell’accoglienza evangelica del dolore che, nel cuore di queste Sorelle, trova casa, è ricevuto con mite fortezza, con fiducioso abbandono, con tenerissima passione e trasformato in misericordia, in perdono, in balsamo di consolazione che cura le ferite del cosmo e dell’anima.  In queste Sorelle, il dolore si ferma, non è mai rifiutato, mai restituito, mai propagato, bensì accolto, ricevuto, avvolto di misericordia tutta femminile e materna, trasformato in amore e come tale, e solo come tale, riversato quale olio profumato sull’Amato e sui figli. Il grido di dolore, in queste autentiche madri di consolazione, si trasforma in vagito di vita.

Ma questo, Sorelle, è mistero di Maria, è tutto mistero della Consolata, possibile da vivere solo in lei! Sì, è in Maria e solo in Lei che tutto questo si realizza! Guardiamo a Maria nell’ora del supremo dolore, sotto la croce del Figlio! Guardiamola spalancarsi, fatta tutta grembo, per accogliere tutto il dolore dell’universo, scagliatosi sul Figlio, quando ne accoglie il corpo senza vita deposto dalla croce. L’immagine della pietà mariana è l’icona più potente della vita. Lì c’è lei, fatta tutta grembo di accoglienza, pronta a ricevere di nuovo in se stessa il Figlio, ora carico di tutte le ferite del cosmo, carico di morte, e partorirlo ancora alla Vita.  Al sepolcro, non troviamo Maria con le altre donne. No, Maria non poteva essere fuori dal sepolcro! Perché Maria è il sepolcro nuovo, è la caverna, è la cava, è la grotta, è il grembo che di nuovo riceve il Figlio, divenuto Uomo dei Dolori, e lo ripartorisce alla Vita per opera dello Spirito!

Da quando Dio si è fatto carne, nessun dolore è più disconosciuto, nessun dolore è più abbandonato, solo, dimenticato. Tutto il dolore è raccolto nel Figlio, nel Dio fatto carne, è da Lui vissuto e da Lui trasformato. Ma perché questo avvenga, anche Dio ha bisogno di una Casa, di una Madre: e c’è lei, Maria, sotto la croce e fatta sepolcro, spazio e grembo di rinascita, di rigenerazione, di cura, di consolazione, di resurrezione!

Sorelle, tornare a casa Madre è tornare al mistero profondo, all’essenza autentica del nostro Carisma che è lei, la Consolata, ed in lei lasciarci rigenerare al senso autentico del nostro essere missione nel mondo.

Sr Simona Brambilla, MC

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