Che ce ne facciamo, della nostra libertà?

La grande fuga degli ebrei dall’Egitto ha sempre affascinato molti, è un’epopea grandiosa e solenne. C’è l’oppressione, la piccolezza di un popolo spaventato e senza mezzi, la sfida apparentemente perdente contro il faraone-dio, il punzecchiarlo con le piaghe e poi il partire, di notte, con un permesso che non è chiaro quanto sia sincero e che infatti viene subito rimangiato, poi il trovarsi dietro l’esercito e davanti il mare, il miracolo! Non a caso, la maggior parte delle riproposizioni dell’esodo finiscono qui. Al massimo, c’è lo spazio per qualche appendice.

Il libro dell’Esodo, invece, a questo punto non è neppure a metà: perché?

Lieto fine?

I nostri film o romanzi epici tendono a pensare che una volta risolto il problema, tutto vada bene. A quanto pare, chi ha scritto l’Esodo aveva imparato a essere più profondo.

Va bene, sembrano dirsi quando ci ripensano, siamo fuori dall’Egitto, l’esercito che voleva ucciderci è annegato nel mare, mare che invece si è aperto davanti a noi come in un corridoio tra due mura. Siamo liberi. E quindi? Che ce ne facciamo, della nostra libertà?

Siamo liberi da un oppressore, ed è il punto di partenza sicuro e necessario. Siamo liberi di muoverci come vogliamo, ma non sappiamo ancora per che cosa siamo liberi. Il passaggio del mare è sicuramente un grande evento, ma non è ancora la fine, perché la vita inizia a dispiegarsi davanti a noi soltanto adesso.

Cogliamo meglio come nell’Esodo non si sia scritta semplicemente la storia passata del popolo, ma un percorso di crescita alla fede per chiunque. Anche ognuno di noi sente, prima o poi, di doversi liberare da schiavitù e condizionamenti per potersi esprimere appieno, per vivere davvero. Ma una volta che questi condizionamenti siano tolti, non è ancora facile vivere.

Nostalgia della schiavitù

Può essere sorprendente, ma non appena il popolo viene liberato, inizia a rimpiangere i pochi lati positivi di ciò che ha lasciato: «Magari fossimo morti in Egitto, vicino alla pentola della carne!» (Es 16,3); «Ci hai fatti salire dall’Egitto per farci morire nel deserto!» (Es 17,3); «Ci ricordiamo dei pesci, cetrioli, cocomeri, porri, cipolle che mangiavamo gratuitamente in Egitto!» (Nm 11,5).

E ogni volta Dio interviene, con l’acqua quando serve, con le quaglie, e con quello straordinario, simbolico cibo che è la manna (Es 16), che si trova al mattino per terra e che si lascia raccogliere solo nella quantità necessaria per vivere quel giorno stesso. Chi ne raccoglie di più per tenersene una parte per il giorno dopo, la vede marcire (Es 16,20), tranne che al sabato, giorno in cui non si può raccogliere, per rispettare il riposo festivo (Es 16,22-27). Quasi Dio volesse suggerire che nel cammino verso la libertà, iniziato ma non finito con la liberazione dall’oppressore, è necessario trovare giorno dopo giorno il nutrimento necessario, perché coraggio e forza non possono essere tenuti da parte per l’indomani. «Dacci il nostro pane quotidiano» (Mt 6,11), con la fiducia che domani me ne donerai ancora.

La scelta

Solo dopo un certo cammino, dopo aver imparato più o meno a fidarsi, il popolo si fermerà ai piedi del monte di Dio. E qui si sentirà proporre una parola sorprendente: «Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me. Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» (Es 19,4-6).

Voi stessi avete visto: Dio non chiede al popolo di donarsi totalmente alla cieca. Certo, hanno dovuto fidarsi per non prendere le distanze da Mosè in Egitto, per partire, per attraversare il mare… ogni volta essersi fidati ha aperto la strada a concedere una fiducia maggiore. Ma tutto ciò era solo la preparazione. Dio chiede al popolo se vuole impegnarsi, per sempre, a un legame con lui. Come un fidanzato, dopo aver dimostrato alla amata che può fidarsi, le chiede di vincolarsi indissolubilmente. Lui ha già deciso, resta solo al popolo stabilire se vuole o no continuare a fidarsi. Dio potrebbe reclamare i diritti di chi ha tirato fuori, da solo, il popolo dalla schiavitù. Ma il popolo sarebbe un possesso, e Dio vuole di fronte a sé esseri liberi. Vuole essere amato, non temuto. Se vorrete, sarete per me una proprietà particolare. Ma potreste anche decidere di non volere.

Proprietà particolare: proprio come un fidanzato spera che la fidanzata si tenga riservata per lui, come una proprietà particolare, e promette di essere lo stesso per lei, così fa Dio con il suo popolo. Fa notare di essere il signore di tutta la terra: vale a dire che non gli servono degli schiavi che lo servono, perché potrebbe trovarne, ma di volere una relazione personale, come due innamorati. Proprio perché è signore della terra, può dire, avendo scelto un popolo, di volere proprio quello. Il popolo deve solo decidere se dire di sì…

Regno di sacerdoti e nazione santa. I sacerdoti, in Israele e altrove, avevano il compito di mediare tra Dio e gli altri. Erano gli intermediari che facevano incontrare il sacro e il mondano. Dio, allora, dice di non voler escludere gli altri dalla relazione con lui. Ma quel suo popolo sarà quello che farà conoscere Dio al mondo e il mondo a Dio. Come un fidanzato promette amore unico alla fidanzata senza che questo implichi di non saper più essere attento agli altri e aiutarli, così Dio non si nega al resto dell’umanità. Questo popolo, però, sarà la «pupilla del suo occhio» (Dt 32,10; Zc 2,12), se il popolo lo vorrà.

Un lungo progetto

Potremmo pensare che questa offerta di Dio sia stata quasi un’improvvisazione. Ma non è certo così. Quando Dio era apparso a Mosè per mandarlo a liberare il suo popolo, aveva detto: «Quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte» (Es 3,12). Sul tema non si era più tornati. Ma a Dio era già chiaro che intervenire a liberarli richiedeva di aiutarli fino in fondo, offrendo loro non solo una liberazione da un oppressore, ma anche per un legame profondo e trasformante con chi poteva continuare a donare loro vita e libertà.

Esodo sostiene che solo chi ha Dio per Signore, non ha più altri signori, è davvero libero. E a Dio ciò era chiaro già fin dall’inizio.

Angelo Fracchia

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