Beata Leonella si racconta

Stralci della vita di suor Leonella, raccontata di suo pugno.

Suor Leonella, al battesimo Rosa, nasce il 9 dicembre 1940 a Rezzanello, piccolo paese in provincia di Piacenza, che porterà sempre nel suo cuore e che lascerà con molto dispiacere quando la sua famiglia, nel 1950, si trasferirà a Sesto San Giovanni, presso Milano. A 16 anni sente viva la chiamata a consacrarsi a Dio, ma la famiglia, pur non contrastandola, la invita ad attendere la maggiore età, per essere sicura di questa chiamata. Rosetta, come tutti la chiamavano, acconsente, ma, giunta al termine stabilitole, si affretta a ricordare ai suoi: “Ho vent’anni e non ho cambiato idea” e scrive la sua domanda di ammissione nell’Istituto delle Suore Missionarie della Consolata.

I periodi e i tratti salienti della sua vita li affidiamo alle sue stesse parole, tratte dalle sue lettere al Centro Missionario di Piacenza e agli amici di Sesto San Giovanni.

Nella prima delle sue lettere al Centro Missionario, con il quale suor Leonella fu sempre a contatto, così racconta se stessa:

“Carissimi amici, sono una missionaria della Consolata, nata a Rezzanello, una frazione di Gazzola. I miei cugini abitano ancora lì; a suo tempo eravamo una di quelle famiglie patriarcali con il ‘capo casa’ e ho avuto la fortuna di essere stata battezzata da Mons. Paolo Ghizzoni, quando era ancora giovane sacerdote, ora vescovo di S. Miniato, Pisa. La mia famiglia si è trasferita a Sesto San Giovanni, Milano, nel primo dopoguerra, ma io ho continuato ad andare in vacanza dagli zii… Rezzanello è veramente ancora profondamente radicato nel mio cuore. Dopo la mia professione religiosa, sono partita immediatamente per l’Inghilterra, per intraprendere gli studi infermieristici. Da lì ho raggiunto il Kenya, la mia destinazione missionaria. Da allora ho curato malati, aiutato bambini a nascere, insegnato alle studenti infermiere… ma, soprattutto, spero di aver cercato di rivelare l’amore del Padre per tutti i suoi figli, la sua Consolazione – Gesù – e ho cercato di fare l’unica cosa che penso serva: voler bene.

Sono venuta in Italia poche volte, un po’ per impegni, un po’ per mia scelta; nel 1977 sono venuta per le vacanze e sono stata anche a Rezzanello”.

In un’altra lettera, così descrive il suo impegno apostolico: “Fino a tre anni fa una delle mie occupazioni principali era la direzione e parte dell’insegnamento in una scuola per infermieri. Oltre duecento ragazzi e ragazze dai diciotto ai venticinque anni ed anche una ventina di religiose di Congregazioni locali. Vi assicuro che ho voluto e voglio tanto bene a quella bella squadra di gioventù e che sento ancora tanto la loro mancanza. Ora sono ‘confinata’, per così dire, in un ufficio, anche se non ci sono che raramente, dato che il mio compito (di Superiora Regionale ndr) mi porta a visitare le comunità delle nostre suore che sono sparse un po’ dappertutto – da Mombasa al Lago Turkana –. Anche questo è un servizio alla Comunità per il Vangelo. Il mio ‘mandato’ sarebbe scaduto, ma sono stata rinnovata per altri tre anni e perciò dovrò aspettare ancora un pochino prima di poter tornare all’apostolato diretto, tra la gente”.

A Natale del 2001 così scrive ai suoi amici del Centro Missionario: “Dopo avere terminato sette anni di servizio alla nostra Regione del Kenya, ora sono di nuovo nella missione e sono per sei mesi in Kenya, dove faccio parte del team che offre un ‘sabbatico’ alle nostre sorelle provenienti da varie parti dell’Africa; gli altri sei mesi sono in Somalia, precisamente a Mogadiscio, dove noi missionarie della Consolata siamo da molti anni e dove un gruppetto di noi è rimasto, nonostante la guerra, e lavora presso l’ospedale del villaggio SOS. A me è stato chiesto di aprire una scuola per infermieri. I primi sei mesi sono stati di preparazione del curriculum. In seguito sono stati scelti gli studenti (22), che ora stanno studiando l’inglese. A maggio inizieremo la scuola vera e propria, anche se Mogadiscio è ancora una zona ‘calda’ di pallottole. La gente è veramente stanca e ridotta allo stremo. La gioventù, dopo 11 anni di guerra civile, ha perso le speranze e desidera una vita che non abbia più violenza. Nella scuola, che è nell’ospedale del SOS, vi saranno corsi per cinque mesi e gli altri saranno di pratica, dove gli studenti saranno sotto la cura dei miei due bravissimi aiutanti: una signora e un uomo, tutti e due ben qualificati e pieni di buona volontà”.

 

Uno dei suoi ultimi scritti, datato 5 luglio 2006, è inviato agli amici di Sesto San Giovanni per ringraziarli del prezioso dono di un “generatore di ossigeno” che le avevano procurato per il suo ospedale: “Vi ringrazio veramente con tutto il cuore; i vostri sacrifici porteranno speranza e vita e il Signore Gesù, che ci ha chiesto di amare ogni fratello sofferente, vi dirà Lui stesso il suo ‘grazie’, benedicendovi. In questo momento sono in Kenya, dove sono giunta cinque giorni fa con un piccolo aereo della Comunità Europea che mi riporterà domani a Mogadiscio. Sono venuta a prendere i diplomi di 20 studenti che sono stati promossi. Saranno molto soddisfatti di riceverli. La guerra tra i miliziani continua e i civili ci vanno di mezzo. La vostra solidarietà ha fatto loro vedere che c’è chi si adopera per la vita e non per l’odio e la distruzione. Aiutateci a pregare perché venga la pace”.

Ed è proprio a Mogadiscio, presso l’ospedale del SOS, che suor Leonella consuma il sacrificio della sua vita il 17 settembre 2006, quando viene uccisa insieme alla sua guardia del corpo, proprio mentre si apprestava a tornare in comunità, dopo la consueta lezione ai suoi studenti.

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