CANALI DELLA GRAZIA DI DIO

In quest’ultima puntata prendiamo in considerazione il brano di Mt 11,1-19: don Carrega, spiega in modo originale la missione dei discepoli, che ha come punto di riferimento la stessa missione di Gesù.

I personaggi dei vangeli sono spesso sorprendenti perché non agiscono nel modo in cui ci si aspetterebbe. Simon Pietro è un uomo impulsivo, magari istintivo, ma di certo generoso e affezionato a Gesù. Non ti aspetteresti che lo rinneghi per tre volte. Allo stesso modo anche Giovanni Battista viene presentato dagli evangelisti come un uomo deciso e determinato, uno che ha le idee chiare e non si ferma davanti a niente e nessuno. Ma quando viene arrestato pare perdere tutte le sue certezze e manda due discepoli a interrogare Gesù per capire se egli è davvero il Messia o se invece deve venire ancora qualcun altro. Questa situazione assimila il Battista a un personaggio dell’AT con cui ha molto in comune, il profeta Elia. Giovanni veste come lui e agisce come lui, cioè è un messaggero che prepara la strada. Ma proprio come Elia ebbe una grave crisi esistenziale quando la regina Gezabele minacciò di fargli la pelle e cadde in una sorta di depressione, così anche il Battista pare in grande difficoltà nel momento in cui sta per andare incontro alla morte. Pare che dopo avere affrontato grandi prove e l’ostilità dei potenti essi vadano incontro a un crollo psicologico quando non vedono più un futuro positivo per la loro missione. Le cause che portano allo smarrimento queste due figure sono in verità differenti. Elia sentiva di non avere la forza per sostenere da solo la lotta a favore del Signore, mentre Giovanni rimane confuso e forse amareggiato per la condotta di Gesù, che si rivela più un pastore indulgente che il giudice severo da lui preannunciato. Il Signore non abbandona i suoi collaboratori ma spiega loro con pazienza che le cose stanno diversamente. Elia non è affatto rimasto solo a servire fedelmente il Signore, ci sono ancora settemila persone che non si sono piegate al culto di Baal (1Re 19,18) e il suo compito profetico sarà proseguito dal giovane Eliseo. A Giovanni, invece, Gesù manda a dire che i segni che accompagnano la venuta del Messia si stanno realizzando, basta solo avere pazienza.

C’è comunque un atteggiamento di fondo che accomuna Elia e Giovanni: entrambi vedono solo una parte del progetto di Dio, quella che li riguarda direttamente, ma ignorano altri aspetti che sono ugualmente importanti. Quando il missionario si concentra solamente su ciò che lo interessa si espone al rischio della delusione, perché prima o poi arriva l’incomprensione o addirittura il fallimento pastorale. Ma Dio ha dei piani più grandi di quello che percepiamo, perciò occorre avere l’umiltà di riconoscere che se qualcosa va storto nel proprio apostolato non è la fine della missione della Chiesa.

Se Giovanni pare avere dei dubbi su Gesù, di certo Gesù non mostra dubbi su di lui. L’elogio del Battista parte da due domande retoriche difficili da decifrare. Cosa vuol dire andare a vedere una canna sbattuta dal vento o gente avvolta in morbide vesti? Nel primo caso sembra essere preso in considerazione un evento irrilevante, cioè non c’è da fare tanta strada per una cosa tanto banale. Nel secondo caso si cerca qualcosa di esotico che possa appagare la curiosità. Giovanni non sarebbe né l’uno né l’altro. Si tratta, invece, di un profeta e di un grande tra i profeti perché svolge un compito unico nei riguardi del Messia. Il missionario sa bene di rappresentare tutto e nulla. Tutto, perché in molti casi è l’unico a cui i poveri possono appoggiarsi. Nulla, perché da sé non potrebbe fare niente, ma è un canale della grazia di Dio. Lo stesso vale anche per Giovanni: la mansione che svolge lo rende una figura unica, ma persino il più piccolo nel Regno è più grande di lui. Perché la grandezza non è una dote intrinseca delle persone ma deriva dalla relazione con l’Assoluto. Non si tratta, infatti, di stilare delle classifiche per stabilire se Abramo o Mosè fossero più grandi o meno di Giovanni. Del resto, quando i discepoli ingaggiarono una disputa tra loro per stabilire chi fosse il più grande (Lc 22,24) suscitarono il rimprovero di Gesù.

Resta ancora una questione che riguarda il Battista. Il modo in cui viene menzionato (“dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora (Mt 11,12) indica che Giovanni fa ancora parte dell’Antica Alleanza o è già integrato in quella Nuova? Se dal punto di vista sintattico sono possibili entrambe le interpretazioni, è molto probabile che vada inserito nella nuova realtà. Matteo ci presenta il ministero di Giovanni e quello di Gesù in stretta continuità e questo rende poco plausibile che i due vengano ritenuti appartenere a due epoche distinte. Di conseguenza, Giovanni non è soltanto colui che annuncia la venuta del Regno ma è anche, in un certo modo, uno che lo inaugura con la sua predicazione, sebbene il ruolo principale in questo compito debba essere assegnato a Gesù.

L’ultima immagine su cui vogliamo soffermarci è quella del detto parabolico sul gioco dei ragazzi, dove né le canzoni di gioia, né quelle di lutto riescono a smuovere i loro compagni pigri. Gesù spiega che il punto di confronto è col suo ministero e quello di Giovanni Battista, uno incentrato sui momenti conviviali, l’altro sulla rigida disciplina penitenziale. L’aspetto curioso è che Gesù abbia scelto il modo di agire meno austero: paragonandoli tra loro, Giovanni sembra avere una condotta più ammirevole di Gesù! Viene persino da pensare che Gesù avrebbe avuto più successo se avesse imitato la severa penitenza di Giovanni. E invece ha scelto la via della quotidianità, della condivisione dei pasti e della gioia. Era importante, infatti, che l’uomo-Dio conferisse valore a questa dimensione della vita umana che molto spesso tende ad essere discriminata, quasi che fosse indegna di essere vissuta. Gesù è capace di digiunare per quaranta giorni, ma per raggiungere la gente opta per un regime di vita molto più elastico che non lo isoli nel suo ascetismo.

Dobbiamo, però, constatare con amarezza che né l’uno né l’altro sono riusciti a smuovere le autorità religiose dalla loro apatia. Questa passività è ritenuta colpevole perché espressione di un rifiuto a lasciarsi coinvolgere e quindi a cogliere l’occasione di convertirsi. San Gerolamo mette in luce l’incoerenza di un atteggiamento che non è coerente con le idee professate: “Se accettate il digiuno, perché avete criticato Giovanni? E se vi piace la sazietà, perché vi è dispiaciuto il Figlio dell’uomo?”. Si comprende bene come questa posa sia pretestuosa, ma non è poi così diversa da un’algida indifferenza tipica anche del nostro tempo, dove restare seduti e borbottare è molto più comodo che alzarsi in piedi e partecipare.

di don GIAN LUCA CARREGA

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