Fate questo in mia memoria

Parola di Dio: Gv. 13: 1-20

  

Lettura del testo.

La lavanda dei piedi (Gv. 13,1-20) è il modo tipico del quarto evangelo per presentare l’istituzione dell’eucaristia. La nostra riflessione vuole riscoprire il messaggio di fondo: la vita si realizza solamente nel dono totale di sé.

  1. Contesto

Il Contesto in cui si da vita a questo gesto di Gesù è quello dell’ultima cena. Giovanni non presenta l’istituzione dell’Eucaristia ma prepara noi lettori a comprendere il significato profondo degli avvenimenti che succederanno.

Il dono di sé che Gesù farà al Padre per l’Umanità trova la forza nella sua disponibilità a farsi servo per amore.

Tutto il contesto è permeato di sentimenti contrastanti: l’addio, le ultime raccomandazioni, il tradimento, la lavanda dei piedi…

Il tradimento (Gv. 13,21ss) colloca Gesù di fronte alla violenza del male. L’Umile, il Mite (Mt. 11,29) si scontra con la forza bruta del peccato ostinato e cieco.

Con il gesto di offrire il boccone dell’intimità a Giuda (Gv. 13,26), Gesù cerca di smuovere il macigno della durezza del cuore. Giuda però è ormai avvolto dall’oscurità (Gv. 13,30).

Le ultime raccomandazioni (Gv. Cap. 14,15,16): Gesù stimola i Discepoli a non avere paura, ad accogliere con gioia il dono del suo Spirito che li renderà capaci di testimoniare Lui e la Verità, anche a costa della vita,.

Li esorta a rimanere in Lui anche se l’odio del mondo cercherà di travolgerli. Gesù ha vinto il mondo (Gv. 16,33).

L’addio (Gv. Cap. 17) apre uno spiraglio sul mistero del cuore del Figlio e della sua relazione con il Padre.

L’ “ora” è ormai giunta. L’ora della glorificazione si genera sulla Croce (Gv. 17,1) e rende manifesta questa misteriosa gloria che ha intravisto Isaia (66,19) nel Servo sofferente, gloria celata nelle piaghe e nel dolore del Figlio di Dio. La gloria dell’amore totale, del dono della perdita di Sé perché il Padre possa manifestarsi, perché l‘amore possa realizzarsi, perché la Vita della Risurrezione si possa sprigionare da quelle piaghe.

E’ in questo contesto che dobbiamo leggere il gesto di Gesù.

  1. Esegesi (Gv. 13,1-20):

In ginocchio, piegato in due, davanti ai suoi discepoli, li ama al punto da non respingere il ruolo dello schiavo e lavare loro i piedi. Sono i suoi e li ama fino alla fine. Il culmine della sua amicizia è questo gesto estremo, espressione di una vicinanza che non si può descrivere a parole. Con i suoi discepoli ha stabilito un rapporto di amicizia…. Proviamo a pensare come potevano essere i sentimenti di Gesù nell’ultima delle notti che passerà assieme a loro… .

  • Vi ho chiamato amici

II loro stare insieme è giunto al termine. Hanno camminato per le strade della Giudea e della Galilea, hanno patito la fame e fatto gesti prodigiosi, hanno scacciato il male, guarito e ridonato speranza, hanno conosciuto il trionfo e la sconfitta. Ora è il tramonto anche sulla loro amicizia, il loro cammino è giunto al termine: “La mia anima è triste fino alla morte”( Mc.14,34). I discepoli sembrano non accorgersi di nulla, si siedono intorno alla mensa e aspettano l’inizio del pasto.

Un altro cibo, mangeranno questa sera. Il cibo del dono di sé, del servizio e dell’amore senza limiti un cibo che è il culmine dell’amicizia e diventa comunione. “E’ in Gesù Crocifisso infatti che il mistero della comunione trova la sua esplicitazione più concreta, esemplare ed esigente. La comunione è sempre amore crocifisso: non si può stare in fraternità e armonia se non rinunciando e, incerto senso, morendo a noi stessi” (cfr. Mons. Sorrentino in Francesco ripara la mia casa n.17-).

Gesù sapeva — prosegue Giovanni — di aver avuto dal Padre ogni potere; sapeva pure che era venuto da Dio e che a Dio tornava (Gv. 13,3)”. I Discepoli intuiscono che qualche cosa di grave stava per accadere. Si guardano l’un l’altro e nei loro sguardi silenziosi si percepisce meraviglia mescolata e tristezza nella scoperta del tradimento: sono io? sei tu? è lui? Gesù, in questo momento decisivo del passaggio e del ritorno, sceglie, con il suo dono, il modo di compiere la sua missione: dare la vita per i molti… (cfr. Mc.14,24).

  • Amare è servire

È la sua ora, dice Giovanni, ora solenne, ora della più importante rivelazione. Sono tutti in attesa. C’è un futuro da preparare e da definire il ruolo della missione nel fluire del tempo. I gesti ultimi di un uomo sono quelli determinanti, in brevi istanti si può riepilogare una vita. Ansia e sconcerto sono dunque comprensibili. Gli sguardi della storia sono fissi sul volto del maestro e sul suo dono….

Allora si alzò da tavola — scrive Giovanni — si tolse la veste e si legò un asciugamano intorno ai fianchi, versò l’acqua in un catino e cominciò a lavare i piedi ai suoi discepoli. Poi li asciugava con il panno che aveva intorno ai fianchi” (Gv.13,4).

Gesù si toglie la veste, con questo gesto anticipa in qualche modo la sua morte, si sveste della sua natura umana come in Giovanni (1,1ss) si sveste della natura divina per assumere la natura umana… . Gesù si sveste per farsi servo, schiavo, per farsi l’ultimo…, per donare tutto se stesso . Con questo suo gesto sceglie di servire fino alla fine, a qualsiasi prezzo, con la disponibilità e l’umiltà del servo.

Mettersi in ginocchio davanti ai suoi discepoli! ai piedi dei Discepoli, come il Samaritano, davanti all’umanità ferita, Gesù lava le ferite di tutta la storia … . Il suo atteggiamento non è un fare ma un dare se stesso in un gesto intenso e totale. L’acqua, quell’acqua che purifica è l’acqua uscita dal suo Cuore trafitto (Gv. 19,34).. Il pane e il vino che in seguito donerà, sono il suo corpo spezzato e il suo Sangue versato sulla Croce del suo amore (Mc.14,22-24).

Questa attitudine di Gesù ci dice qualche cosa del modo di porsi nella missione oggi. Essere servi significa stare in ginocchio davanti alle ferite dell’umanità di questo nostro oggi, significa assumere il peso e i dolori  della storia, significa stare all’ultimo posto, darsi senza aspettare ricompensa, donarsi fino a dare la vita… .

Oggi si fa un uso esagerato della parola amore. È diventata quasi una parola banale anche nel nostro ambito religioso… . Ma amare significa fare come ha fatto Gesù. Ecco cos’è l’amore: servire, servire nella gratuità, senza pretese, chinati sul dolore del mondo,  perché semplicemente si è scelto la strada dell’amore…

I discepoli sono stupefatti…. L’uomo dei miracoli e della parola profetica, l’uomo che si inabissa nel mistero (Mt. 6,5-13), Colui che essi hanno imparato ad amare con tutta l’anima è lì ai loro piedi per compiere un gesto che era riservato agli schiavi, ai bambini, alle donne dì casa.

  • Lo stupore e il rifiuto

Lo stupore li ha resi muti. Sognavano di vedere il Cristo come il trionfatore del giorno di festa. Solo qualche giorno prima la folla accorreva impazzita per le strade di Gerusalemme…(Lc. 19,29-40). Quando ascoltarono che Gesù stava per arrivare presero rami di palma e gli andarono incontro gridando a squarciagola: Osanna! Osanna! E Gesù su un asinello, mite e silenzioso come può esserlo un uomo che è contento dell’amore (Mc.11,1-11). I discepoli pensavano a tutto questo, le immagini vivaci riempivano ancora la loro memoria.

Eccolo ora ai loro piedi…. Un semplice umile servizio di schiavo…. I gesti sono semplici, e delicati: versa l’acqua nel catino, lava i piedi a ciascuno e poi li asciuga.

Quando arriva il suo turno — annota l’evangelista — Simon Pietro gli disse: “Signore, tu vuoi lavare i piedi a me?… No, tu non mi laverai mai i piedi!” (Gv. 13,8).

Pietro ha intuito l’incredibile rovesciamento che Gesù sta per compiere. Dio si fa servo ed accetta l’umiliazione, l’insulto, l’offesa, l’oblio nell’indifferenza di una società che ostacolava il Regno che Lui aveva annunciato per creare una comunità fondata sul dono dell’amore reciproco.

Mai, ribadisce Pietro, non mi laverai e questo suo mai assomiglia tanto al nostro quando ci appelliamo alla nostra dignità, ai nostri titoli, alla nostra libertà alla nostra autodeterminazione per ottenere quello che vogliamo.

Ma anche Gesù è deciso: “se non vuoi capire che chi mi segue deve essere un popolo di servi, se non vuoi capire che dovrete vivere come una famiglia di uguali, dove nessuno deve pretendere il primo posto, se non vuoi capire che l’esigenza del mio Regno è quella dell’accoglienza, dell’ascolto, del servizio della comprensione e della compassione, della consolazione, allora non avrai parte con me” (cfr..Gv. 13,8). La forza della Parola di Gesù mette in questione i nostri criteri, le nostre aspirazioni di grandezza e di “libertà”… . Solo la piccolezza, la diminuzione del piccolo seme che scompare potrà risorgere a vita nuova… .

C’è stato certamente un momento di forte tensione in quella sera che si presentava senza particolari sussulti. Gli animi si tendono come corde. Gli sguardi si accendono… Pietro e Gesù sono uno di fronte all’altro, nessuno osa intervenire.

Non è la prima volta che Pietro osa interporsi al Maestro, i discepoli lo sanno. Ma Gesù non indietreggia e non si piega. Troppo importante è quello che sta facendo e Pietro deve capire e seguirlo fino in fondo.

Pietro accetta: “Simon Pietro gli disse: — Signore, non lavarmi soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo”, Gesù rispose: Chi è già lavato non ha bisogno di lavarsi altro che i piedi” (Gv.13,9-10). In fondo Pietro ama il suo maestro di un amore profondo, anche se a volte resiste alla prospettiva del Regno. Gesù spiega che non è un rito, ma una realtà: “siete già puri” ( Gv. 13,10), cioè siete già amati da Dio. Voi invece, siete già puri, siete già amici di Dio perché avete accolto la mia parola (Gv. 17,6). Ora ciò che vi resta da fare è diventare servi gli uni gli altri perché questo è il mio cammino.

  • Fate questo in mia memoria

“Gesù terminò di lavare i piedi ai discepoli — conclude Giovanni — riprese la sua veste e si mise di nuovo a tavola. Poi disse: — Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e fate bene perché lo sono. Dunque, se io, Signore e Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Io vi ho dato un esempio, perché facciate come ho fatto a voi” (Gv. 13,12-14).

Lavarci i piedi gli uni degle altri…, significa essere fratelli, vuole dire costruire comunità, vivere l’amore fraterno…, dice eliminazione di ogni forma di superiorità, di ogni arrivismo che, anche solo lontanamente, abbia il sapore della corsa al potere: “Come sapete, quelli che pensano di essere sovrani dei popoli comandano come duri padroni. Le persone potenti fanno sentire con la forza il peso delle loro autorità. Ma tra voi non deve essere così. Anzi, se uno tra voi vuole essere grande, si faccia servo di tutti; e se uno vuole essere il primo, si faccia servitore di tutti” (Me 10.42-44).

Se voliamo parlare in nome di Gesù, se vogliamo annunciare il suo amore, dobbiamo fare come ha fatto lui, e assumere le vesti del servizio e del dono totale della vita. Per questo il “ fate questo in memoria di me” (Lc. 22,19) significa, non tanto ripetere il gesto della consacrazione ma essere come Lui dono di vita fino alla fine.

  • Icona eucaristica

Giovanni non racconta l’istituzione dell’eucaristia. Lui che l’aveva diffusamente annunciata sotto forma di promessa non farà pronunciare a Gesù le parole più importanti della suo amore e del suo dono. Al suo posto mette il racconto della lavanda dei piedi come emblema del dono fino alla fine.

Mentre la notte sta calando sulla piccola comunità dei discepoli e l’ “ora” della passione e morte di Gesù cercherà di spezzare la loro fede vacillante, Il MAESTRO consegna alla piccola comunità spaurita e insicura la sua icona eucaristica più importante: il farsi servo come dono della vita  e come memoriale del suo amore nuziale che sulla Croce e nel suo corpo spezzato genera la nuova comunità dei credenti, genera la Chiesa sposa.

sr. Renata Conti MC

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