I MAESTRI DELLA PAROLA

Da alcuni decenni si sta assistendo ad un fenomeno molto interessante: più dilaga la globalizzazione, più gli abitanti dei paesi, dei borghi, delle contrade o dei rioni cittadini rispolverano e recuperano le feste popolari e religiose. Forse sentono il bisogno di ritrovare le “radici” e di riappropriarsi della propria identità culturale.

Le manifestazioni folkloristiche, che ritornano di moda con un certo vigore, sono spesso il tentativo di riagganciare quel filo interrotto col passato e ritesserlo col presente.

Solitamente le feste ruotano attorno ai cardini della gioia, della comunione umana e diventano un momento in cui i partecipanti sono restituiti ai valori più preziosi: le relazioni interpersonali, la convivialità… Mentre si rafforzano la fraternità e l’incontro ampi spazi sono lasciati alla fantasia e all’inventiva.

Oggi, però, in una società multietnica, non basta recuperare e fare rifiorire feste e tradizioni locali o nazionali, ma è necessario promuovere le feste dei “popoli”, dove narrazioni, arte, mostre, spettacoli, musica, danza, giochi… possono aiutarci ad apprezzare le ricchezze di altre culture.

La korá

Di recente, durante una festa in un borgo alpino, ascoltando un anziano che accompagnandosi con la fisarmonica narrava la storia della gente di quella valle: lavoro, fatica, contrasti, amicizie, sogni, successi…, mi sono ricordata di altri “cantori della vita” che narrano ai figli, ai nipoti e a chiunque li inviti, non solo il trascorrere dei giorni, ma anche tradizioni, conquiste, sconfitte… dei loro antenati, sono i Griots africani, definiti: “i maestri della parola”.

Un tempo ci furono i  cantori dell’antica Grecia, considerate figure sacre, che avevano il compito di trasmettere il sapere alle generazioni future, una sorta di memoria storica tramandata oralmente, in un’epoca in cui la scrittura era ancora poco usata. Simili, ma lontani geograficamente sono i Griots, che al posto della cetra, suonano la korà, uno strumento a 21 corde, la cui sonorità si situa tra quella dell’arpa e quella della chitarra, secondo il modo in cui si pizzicano le corde. La cassa di risonanza è composta da mezza zucca, munita di un manico su cui vengono tese le corde ripartite su due file parallele e separate da un cavalletto. Ogni mano suona una fila di corde pizzicandole con il pollice e l’indice. Le corde sono agganciate al legno e per accordarle basta ruotare le chiavi.

La korá è lo strumento tradizionale dei Griots, cantastorie dell’Africa Occidentale, che ancora si trasmettono la musica oralmente, di padre in figlio.

Un tempo, i Griots erano consiglieri del re e conservavano la “costituzione del regno con il solo lavoro della loro memoria”. Ogni famiglia principesca aveva il suo Griot incaricato di conservarne la tradizione e le gesta; questo cantore emergeva come uno dei membri più importanti della comunità, poiché era lui che, in mancanza di archivi, conservava le tradizioni ed i costumi locali.

Lo storico maliano Amadou Hampáté Bá (1901-1991), di etnia Fulbe, suddivide i Griots in tre categorie a secondo il loro ruolo: i musicisti, che suonavano strumenti, componevano testi e cantavano melodie. Gli Ambasciatori, incaricati di intrattenere le grandi famiglie o le singole persone a cui erano legati. Gli Storici o poeti, i cantastorie e i viaggiatori, non necessariamente legati ad una famiglia.

Oggi, in molti paesi africani, il mutare degli scenari economici e politici, ha in parte modificato la funzione dei Griots: molti di essi lavorano per la radio o per la televisione, alcuni sono diventati celebri musicisti in Europa (come Mory Kanté), altri ancora sono invitati come “esperti” a tenere conferenze nelle Università delle maggiori capitali del Continente.

Mory Kanté

Ma nell’Africa rurale, non c’è battesimo, matrimonio o occasione sociale in cui il Griot sia assente. Senza i “maestri della parola”, la vita perde colore e la memoria degli antenati e delle loro gesta affievolisce e scompare. In Africa la parola è sacra: forza vitale creatrice, che attiva e ordina l’universo, gli uomini e le cose. In particolare, nell’Africa Occidentale o sub-sahariana, la memoria storica e culturale della comunità è affidata agli specialisti della parola. Negli anni Sessanta, durante una conferenza all’Unesco, Amadou Hampáté Bá, ribadiva: “Un Griot che muore è una biblioteca che scompare”.

Imparare a vivere insieme, cercando di conoscere non solo i vicini di casa, le tradizioni dei propri paesi o città, ma scoprire ciò che espresso, in modo diverso, ci accomuna è importante. Imboccare questo cammino, non significa rifugiarsi nel passato per consolarsi: al passato non si torna. Ma il passato racchiude la saggezza e, per quanto debolmente trasmesso dal filo della storia, è un valore che risiede nel cuore di ogni civiltà.

Suor Maria Luisa Casiraghi MC

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