L’EBRAISMO E IL SUO LEGAME CON IL CRISTIANESIMO

Per la fede ebraica il Signore d’Israele è il Dio di tutte le genti. Proprio questa affermazione pone in evidenza il fatto che il confronto non si dà tanto tra religioni quanto tra popoli.

Il titolo di questo breve contributo rovescia la formulazione più comune che parla, comprensibilmente, di un legame tra cristianesimo ed ebraismo. In effetti la prospettiva qui indicata potrebbe suonare impropria o quanto meno affrontabile solo sul piano dei recenti dialoghi avvenuti tra ebrei e cristiani. L’osservazione ha una sua consistenza. Tuttavia, per capire alcuni snodi, conviene prendere le mosse da prospettive assai più antiche ed estese.

È ovvio che all’interno delle Scritture d’Israele non vi è alcun esplicito riferimento ai cristiani; di contro questi ultimi trovano se stessi preannunciati nelle pagine dell’Antico Testamento. L’osservazione da sola stabilisce la presenza di un’asimmetria. Essa per la verità non era valida all’epoca delle origini cristiane: a quel tempo molti dei primi credenti in Gesù Cristo erano ebrei. L’asimmetria però è diventata sempre più reale quando, con il procedere della storia, le Chiese cristiane sono state costituite in modo quasi esclusivo da non ebrei.

La Bibbia sia ebraica sia cristiana si apre con uno scenario universale costituito dalla narrazione della creazione, delle vicende dell’umanità primitiva fino al diluvio e al patto stabilito da Dio con tutti gli esseri umani e i rispettivi popoli (Gen 1-11). A partire da quest’inizio si sviluppa, attraverso la chiamata di Abramo (Gen 12,1-4), una vicenda che con l’esodo e il Sinai sarebbe giunta a definire all’interno di quest’universalità la particolarità del popolo d’Israele. Questa situazione fa sì che il rapporto tra l’ebraismo e le altre religioni costituisca un aspetto delle relazioni tra il popolo ebraico e gli altri popoli.

Per la fede ebraica il Signore d’Israele è il Dio di tutte le genti. Proprio questa affermazione pone in evidenza il fatto che il confronto non si dà tanto tra religioni quanto tra popoli. Dalla condanna biblica dell’idolatria consegue che le genti sono tenute a riconoscere l’esistenza del Dio unico e la falsità degli idoli, ma non che la loro prassi e il loro culto debbano conformarsi totalmente a quelli d’Israele. Non a caso la prevalente tradizione rabbinica (nell’ebraismo non esiste un vero e proprio magistero) non proibisce ai popoli di “associare” al culto del Dio unico la venerazione riservata ad altre figure divine (prassi che resta rigorosamente preclusa per gli ebrei); ciò vale in particolar modo per i cristiani i quali non andrebbero considerati idolatri anche se, in base alla fede trinitaria, associassero al Dio unico altre persone.

All’interno di questo ampio scenario è consentito passare ora dalla storia alla cronaca. Il 31 agosto scorso una delegazione ufficiale di rabbini ortodossi europei, israeliani e americani ha consegnato a papa Francesco un documento intitolato Between Jerusalem and Rome. Reflections on 50 Years of Nostra Aetate (pubblicato in italiano in “Il Regno documenti” 17, 2017). Testo relativamente ampio, Tra Roma e Gerusalemme trova il suo carattere peculiare nel sincero apprezzamento sia della svolta compiuta dal Vaticano II sia dei successivi sviluppi. Il preambolo ricorda a grandi linee alcune tappe della storia ebraica dall’epoca biblica fino alla Shoah e indica i due obblighi peculiari del popolo ebraico: essere luce per le genti (cfr Is 49,6) e assicurare a se stesso un futuro. Il corpus del testo sottolinea in particolare che, attraverso l’instaurazione delle relazioni diplomatiche con lo Stato d’Israele da parte del Vaticano (1993), “la Chiesa cattolica ha dimostrato di aver ripudiato la sua rappresentazione del popolo ebraico condannato a vagare fino all’avvento finale”. In seguito il testo mette in luce come il documento della Pontificia commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (2015) da un lato sottolinei senza ambiguità “l’idea che gli ebrei sono partecipi alla salvezza di Dio” e dall’altro affermi che “la Chiesa cattolica non conduce né sostiene alcuna iniziativa specifica di missione istituzionale rivolta agli ebrei”; per quanto la Chiesa non abbia sconfessato la testimonianza da rivolgersi agli ebrei, ha dimostrato sensibilità nei confronti delle più radicate convinzioni ebraiche. Perciò con il passare del tempo ci si è resi sempre più conto, da parte ebraica, dello spessore dei mutamenti avvenuti. Va comunque preso atto che “le credenze fondamentali del cristianesimo, incentrate sulla persona di Gesù come il Messia e sull’incarnazione della seconda persona di un Dio trino, creano una separazione inconciliabile rispetto al giudaismo». Nonostante queste profonde divergenze “alcune delle più alte autorità del giudaismo” hanno affermato che “i cristiani mantengono uno status speciale” a motivo della loro fede nel Dio creatore e provvidente. Le differenze dottrinali e la reciproca incapacità di capire veramente i significati e i misteri della fede dell’altro non debbono ostacolare il cammino di una pacifica collaborazione reciproca: “Nonostante le inconciliabili differenze teologiche, noi ebrei consideriamo i cattolici come nostri partner, stretti alleati, amici e fratelli nella ricerca di un mondo migliore”.

“Nonostante le inconciliabili differenze teologiche, noi ebrei consideriamo i cattolici come nostri partner, stretti alleati, amici e fratelli nella ricerca di un mondo migliore” Documento “Tra Gerusalemme e Roma”

In un documento precedente (meno autorevole dal punto di vista istituzionale) Fare la volontà del Padre in cielo: verso un partenariato tra ebrei e cristiani (3 dicembre 2015; pubblicato in “Il Regno. Documenti” 1, 2016). Un altro gruppo di rabbini ortodossi americani, israeliani ed europei era stato più esplicito nel riconoscere il ruolo positivo riservato non solo al cristianesimo, ma anche alla figura di Gesù. A questo proposito il testo cita, con approvazione, alcune frasi del rabbino Jacob Emden (1697-1776). Il passo rappresenta tuttora, forse, una delle massime forme di apertura ebraica nei confronti del cristianesimo: “Gesù ha portato un doppio beneficio al mondo. Da un lato ha rafforzato in modo maestoso la Torah di Mosè (…) e nessuno dei nostri Saggi si è pronunciato con più enfasi sull’immutabilità della Torah. Dall’altro ha tolto gli idoli dalle nazioni e le ha impegnate nei sette comandamenti di Noè (cf Gen 9) in modo che non si comportassero come le bestie dei campi, instillando saldamente in loro tratti morali (…). Le comunità cristiane operano per il bene del cielo, sono destinate a perdurare, i loro intenti sono per il bene del cielo e a loro non verrà negata la ricompensa”.

Piero Stefani

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