Comunità per la Missione

E’ un dono immenso poter ripetere a Gesù con Tommaso divenuto credente: “Mio Signore e mio Dio!”. Queste parole sono la più alta professione di fede che si possa ritrovare nei Vangeli.

Testo: Gv. 20,19-31

Nella comunità nata dalla Pasqua di Gesù la vita nuova dei credenti è caratterizzata dall’ascolto assiduo della Parola annunciata dagli Apostoli, dalla partecipazione all’Eucaristia e ai momenti di preghiera, dalla “comunione”, cioè dall’amore fraterno che unisce i cuori e si esprime nella condivisione dei beni materiali e spirituali (At.2,42-47). La sorgente di tale novità e “letizia” è la presenza del Risorto nella comunità e l’adesione di tutti a Lui. È l’esperienza che siamo chiamati e rivivere anche noi oggi.

La sequenza che questo testo fa scorrere sotto i nostri occhi si svolge dentro di una casa, dove si trova riunita una comunità, la famiglia dei discepoli. Sono due episodi di cui uno ha luogo “la sera di quel giorno, il primo della settimana”, l’altro “otto giorni dopo”. Tale indicazione cronologica ha un preciso significato: c’è un tempo privilegiato in cui la comunità può incontrare Gesù Risorto, ricevere i suoi doni e rifare l’esperienza dei primi discepoli, rivivendo in modo attuale quanto accadde quel primo giorno della settimana, che sarà poi chiamato il giorno del Signore Risorto. Quando siamo in comunione viene Gesù.

Questo verbo “venire” ricorre tre volte, due al passato e una al presente, il testo originale intende esprimere un fatto straordinario: la passione e la morte, che sembravano segnare la scomparsa definitiva di Gesù, in realtà hanno inaugurato la sua venuta, la sua presenza definitiva. Una presenza nuova, non più condizionata dal tempo e dallo spazio: Gesù viene a “porte chiuse“. Nulla può impedirgli di raggiungere i suoi. Il Risorto è ormai presente in modo ininterrotto in mezzo ai suoi. Qualche volta concede loro di “vederlo” e li educa così a riconoscerlo presente anche quando è invisibile. Si tratta, appunto, per noi di percepire “l’alito della sua presenza” (S. Ambrogio) cogliendo il suo sguardo su ciascuna di noi, quasi sentendolo respirare tra di noi, anzi avvertendo il suo “respiro” – cioè lo Spirito Santo – mentre ce lo dona. Grazie a questa esperienza, la paura, che paralizzava i discepoli lascia il posto alla “franchezza” ossia al coraggio dell’annuncio.

Venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi”. Detto questo mostrò loro le mani e il fianco“. Con questo gesto Gesù intende assicurare i discepoli che è Lui in persona, vivo in mezzo a loro: non un fantasma o una allucinazione, ma realmente colui che era vissuto con loro e che avevano visto appeso alla croce. Nello stesso tempo, mostrando le mani e il fianco, Gesù si presenta come il Crocifisso dal cui costato sgorgano “sangue e acqua” (cfr. Gv 19,34), cioè come l’Agnello immolato che attraverso la sua passione-risurrezione dona lo Spirito. Infatti, come abbiamo visto, il sangue richiama il sacrificio di Gesù, il dono di sé per amore; l’acqua simboleggia la vita e lo Spirito Santo. Le “ferite” gloriose di Gesù, sono il memoriale della sua passione-risurrezione. Non solo, ma tale avvenimento è reso presente nell’Eucarestia nella quale noi incontriamo realmente il Crocifisso risorto, ricevendo gli stessi doni che derivano dalla sua morte – risurrezione e che egli ha portato ai discepoli la sera di Pasqua. Mostrando le mani e il fianco, Gesù indica qual è l’origine, la sorgente della “pace” e degli altri doni pasquali. Queste ferite sono infatti il segno di un amore immenso che non ha esitato a mettere in gioco la sua vita. In queste “piaghe” brilla l’infinita misericordia di Dio e l’amore che ha vinto la morte.

Facciamo un altro passo nella nostra riflessione: Quando Gesù entrò nel luogo dove erano i suoi discepoli, «alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo.» (Gv.20,22). Egli non fece questo una volta per tutte, Lui non ha cessato un solo istante di “alitare” sui suoi discepoli, su di noi, e lo fa anche adesso in questa riflessione e preghiera che stiamo facendo. Se Egli togliesse il suo Spirito tutte le cose «vengono meno e ritornano nella loro polvere» (Sal. 104, 29). «Senza lo Spirito Santo, Dio è lontano, il Cristo resta nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità una dominazione, la missione una propaganda e l’agire cristiano una morale da schiavi. Ma nello Spirito Santo, il cosmo si solleva e geme nelle doglie del Regno, il Cristo risuscitato è presente, il Vangelo è potenza di vita, la missione è una Pentecoste, la liturgia è memoriale ed attesa e l’agire cristiano è deificato» (Ignazio Di Latakia).

Gesù, dunque, “alita” sempre; siamo noi che non sappiamo cogliere il suo soffio, che non sempre facciamo caso a esso, fidandoci più dei nostri sforzi, preoccupati, come siamo, di produrre, di fare, di progettare e di discutere tra di noi. Siamo sollecitati perciò a fermarci, a esporci, a viso scoperto, con il cuore pieno di desiderio, a quel soffio potente del Risorto.

Ricordiamo cosa dice Gesù ai Discepoli nella sua venuta alla sera di Pasqua:

– “Pace a voi (Gv.20,19)“. Non è un semplice saluto, è l’esperienza della shalom, della pienezza del dono di Dio. E’ la pienezza del rapporto con Dio e del rapporto con i fratelli e le sorelle presenti, ossia il rapporto con la comunità,.

 “I discepoli gioirono al vedere il Signore (Gv.20,20)“. La gioia stessa del Risorto è come riversata in loro tanto che non possono contenerla ed escono nella piazza ad annunciare. Diventano missionari.

– Il dono per eccellenza che ci viene donato nell’incontro con il Risorto è lo Spirito Santo: la sintesi di tutti i doni di Dio. “Soffiò” ( Gv.20,21) . E’ il gesto di Dio quando ha formato l’uomo all’inizio della creazione (Gn.2,7). Dando lo Spirito Santo, Gesù opera nei discepoli una novità assoluta, li rigenera, realizza qualche cosa di nuovo.

– Gesù Risorto dona lo Spirito Santo come forza per la missione che affida loro: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi (Gv.20,21)”. Non si può incontrare il Risorto, avvertire la sua presenza, ricevere i suoi doni (lo Spirito, la pace, la gioia) e non sentirsi inviati da Lui: “Io mando voi…va’ a dire ai miei fratelli”. Questa missione prolunga quella di Gesù. E’ Lui che continua a operare, anche attraverso di noi, l’annuncio del Kerygma per l’umanità del nostro tempo.

– E’ solo nella fede che si può riconoscere il Risorto presente fra di noi e ricevere la missione che ci consegna.
E’ un dono immenso poter ripetere a Gesù con Tommaso divenuto credente: “Mio Signore e mio Dio!”. Queste parole sono la più alta professione di fede che si possa ritrovare nei Vangeli. Esprimono un coinvolgimento totale della nostra persona e una resa incondizionata nell’amore al Crocifisso-Risorto riconosciuto come Dio e unico Signore della nostra vita. Manifestano una gioia grande, la gioia di appartenergli.

Gesù viene anche nella mia vita, percepisco il suo Soffio?

Accolgo la shalom come pienezza del dono dello Spirito che mi rende capace di relazioni che generano Vita?

sr. Renata Conti MC

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