UN MESSAGGIO DI SALVEZZA E DI LIBERAZIONE

Se vietare i sandali e la tunica di scorta possono essere letti come un rischio di “imborghesimento”, le indicazioni circa il denaro, il bastone e la bisaccia fanno probabile riferimento alla necessità di abbandonarsi alla Provvidenza: Dio stesso penserà a tenere lontano i pericoli, a saziare la loro fame e a fornire tutto ciò che sarà indispensabile.

Ci sono due aspetti che colpiscono particolarmente nelle indicazioni di Gesù ai suoi discepoli prima di mandarli in missione: l’estrema limitazione dei mezzi e l’estrema limitazione del raggio di azione. Di solito è la prima questione a lasciarci sgomenti, ma anche la seconda richiederà una spiegazione. Anzitutto mi pare doveroso sottolineare che i criteri organizzativi di Gesù sono inerenti ad una missione ben specifica e non sono applicabili universalmente. Questo dato è stato a volte sottovalutato nel corso della storia della ricezione del testo ed ha prodotto pagine straordinarie nella storia dell’evangelizzazione grazie a uomini e donne che hanno sposato appieno la radicalità di queste richieste, ma di per sé non è stato dato da Gesù come criterio universale. La missione dei Dodici si svolge in un contesto relativamente tranquillo, con Gesù che ha spianato la via e la sua assistenza indiretta. Inoltre è una campagna programmaticamente breve che non richiederà ai missionari di stare via a lungo. Al discepolo che starà lontano per alcune notti si può chiedere dei sacrifici che sarebbe più disagevole affrontare per lungo tempo. Perciò mi sembra quantomeno arbitrario che ai missionari che oggi partono per terre lontane certuni pretendano di imporre, per coerenza, gli stessi principi che furono applicati per i discepoli di Gesù. Le ragioni esplicite per un equipaggiamento così leggero non vengono fornite. Ai filosofi cinici, che pure erano proverbiali per essenzialità, era concesso di portarsi appresso una bisaccia e un bastone. La proibizione potrebbe essere un segno distintivo per non confondersi con quelli, ma certamente c’è di più. Se vietare i sandali e la tunica di scorta possono essere letti come un rischio di “imborghesimento”, le indicazioni circa il denaro, il bastone e la bisaccia fanno probabile riferimento alla necessità di abbandonarsi alla Provvidenza: Dio stesso penserà a tenere lontano i pericoli, a saziare la loro fame e a fornire tutto ciò che sarà indispensabile.

In sostanza, sembra che la missione di Gesù sia caratterizzata da due momenti distinti: la predicazione a Israele e quella universale.

L’altro elemento che ci disturba non poco è che Gesù abbia vietato ai suoi discepoli di recarsi nei territori dei pagani e nelle città dei Samaritani, che agli occhi dei Giudei risultavano essere degli scismatici. Non è semplice capire perché Gesù abbia imposto queste restrizioni, tanto più che i vangeli dimostrano che tanto i gentili quanto i Samaritani si mostrarono molto recettivi nei confronti della buona notizia, al punto che egli stesso davanti al centurione pagano era rimasto ammirato, tanto da dire: “In Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande” (Mt 8,10). Forse la soluzione all’enigma è da cercare nel grande mandato missionario che il Risorto conferisce agli Undici alla conclusione del vangelo, con l’invito a fare discepoli tutti i popoli (Mt 28,19) senza più alcuna esclusione etnica. In sostanza, sembra che la missione di Gesù sia caratterizzata da due momenti distinti: la predicazione a Israele e quella universale. Questo schema pare essere ancora presente nella chiesa primitiva, che allarga progressivamente il suo raggio di azione da Gerusalemme alla Samaria fino ai territori pagani. Lo stesso Paolo, che aveva come mandato specifico l’annuncio ai gentili (Gal 2,7), comincerà il suo apostolato nelle città dell’impero romano partendo dalle sinagoghe e solo di fronte al rifiuto dei Giudei estenderà ad altri il suo ministero: “Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani” (At 13,46). Anche Gesù, del resto, circoscrive i suoi rapporti con i pagani a brevi incursioni nei territori limitrofi, ma la maggior parte della sua attività si svolge sul suolo di Israele. Ne maturiamo l’impressione che il progetto della missione non sia stabilito dalle prospettive di successo, ma segua un piano teologico più profondo. Sarebbe utile interrogarsi se anche le strategie attuali di evangelizzazione tengano in debito conto le istanze dello Spirito piuttosto che buttarsi dove c’è maggior possibilità di risposta.

In tutto questo non dovrebbe essere trascurato il dettaglio della continuità tra la missione avviata da Gesù in Galilea e l’azione portata avanti dai Dodici. Per il fatto stesso di essere “apostoli” (cioè “inviati”) essi godono di prerogative che potremmo definire ambasciatoriali, cioè rappresentano in questo ambito la stessa autorità di colui che li ha mandati. Questa continuità viene espressa anche dal linguaggio con cui Gesù identifica i destinatari dell’annuncio evangelico: sono le “pecore perdute” della casa di Israele (Mt 10,6). In questa espressione si coglie una chiara eco della breve parabola che Gesù narra in un altro dei grandi discorsi del vangelo di Matteo, quello dedicato alla Chiesa (Mt 18,12-14). Nella storia del pastore che va in cerca della pecora smarrita si evidenzia non solo chi sia destinatario delle attenzioni della guida, ma anche la sollecitudine che deve dimostrare chi ha compiti di cura nei confronti del gregge. Lo stesso concetto è ribadito nel riassunto che precede questo discorso missionario del decimo capitolo di Matteo, dove si descrive la compassione di Gesù per le folle che egli considera “stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore” (Mt 9,36).

La venuta del Regno deve essere desiderata più che temuta.

Dunque gli apostoli sono incaricati di proclamare la venuta del Regno dei Cieli come Gesù e di operare gli stessi segni prodigiosi compiuti da Gesù, ma c’è un aspetto della predicazione del Maestro che non viene loro assegnato: l’appello alla conversione. È strano, ma la richiesta che accompagna l’inizio dell’annuncio di Gesù (“Convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino” Mt 4,17) non viene replicato esattamente dai suoi seguaci. Non si tratta certo di una dimenticanza, ma è un porre l’accento sulla dimensione salvifica del loro annuncio che momentaneamente prescinde dalle giuste esigenze che sono richieste per accogliere la salvezza. Non tocca ai missionari decidere chi è degno di accoglierli o meno. Di fatto la chiesa descritta nel vangelo di Matteo è un insieme formato da giusti e peccatori, una rete che contiene pesci buoni e pesci cattivi (Mt 13,47-50). La differenza c’è eccome, ma non viene resa visibile ora, è una questione demandata al giudizio futuro.  In questo il messaggio di Gesù è molto diverso da quello di Giovanni Battista, perché non è una minaccia terribile che paventa un castigo imminente ma un messaggio di salvezza e di liberazione da accogliere con gioia e riconoscenza. La venuta del Regno deve essere desiderata più che temuta.

di don GIAN LUCA CARREGA

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