Lavoro minorile nel mondo

Ragazzini di 9-10 anni costretti a passare la giornata nelle miniere di cobalto, per estrarre il minerale che serve a produrre le batterie per gli apparecchi elettronici. Piccoli rifugiati scampati a bombardamenti di Aleppo, che in Turchia si ritrovano a cucire scarpe in laboratori spesso gestiti da loro connazionali, per guadagnare 60 euro al mese. Bambine di 12 anni che vivono nelle aree di Malindi e Mombasa in Kenya, coinvolte nella prostituzione dagli ospiti dei lussuosi resort sulla costa. 
Per troppi bambini, nel mondo, l’infanzia finisce troppo presto. Se mai, davvero, è cominciata. 
Sono 168 milioni i piccoli che, nel mondo, sono costretti a lavorare.

E il mondo nega a 700 milioni di bimbi il diritto all’infanzia, non solo perché, appunto, li costringe a lavorare, ma anche perché li priva di una corretta alimentazione, delle cure sanitarie, del diritto all’istruzione, a una casa, a una vita consona alla loro età.
Ma è il fenomeno del lavoro minorile a preoccupare di più le organizzazioni internazionali. Stando all’ultimo rapporto di Save the Children “Infanzia rubata”, pubblicato nel 2017, e secondo le stime delle Nazioni Unite, sebbene il numero dei minori lavoratori sia sceso di un terzo rispetto al 2000, resta ancora troppo alto. Dei 168 milioni di bambini coinvolti, più della metà, circa 85 milioni, fanno lavori pericolosi, che compromettono il loro sviluppo fisico, mentale e sociale.
 Le situazioni a rischio non comportano solo la mancanza di protezione e l’esposizione ad agenti gravemente tossici, ma anche il coinvolgimento dei piccoli in attività illegali, come il traffico di droga, la prostituzione, la schiavitù. Un bimbo che lavora non perde solo l’opportunità di andare a scuola, ai minori lavoratori viene negato il diritto al riposo, al gioco, alla spensieratezza della loro età: ci sono piccoli a cui, già a 8 anni, per le situazioni più disparate, viene chiesto di contribuire al mantenimento della famiglia.

Ovviamente, i bambini che vivono in povertà sono più facilmente esposti a questi pericoli. In Nepal, ad esempio, lavora il 37 per cento dei ragazzi tra i 5 e i 17 anni: la maggior parte nell’agricoltura, ma anche nell’industria. A loro si aggiungono le vittime del turismo sessuale. È nelle zone rurali che si trova il tasso più alto di giovanissimi al lavoro: come ad Haiti, dove sale al 61 per cento rispetto al 22 della città di Port-au Prince. Ma la maglia nera sono i Paesi dell’Africa sub sahariana: il Camerun, la Somalia, la Guinea Bissau e il Mali. Tra gli ambiti in cui i piccoli lavorano ci sono la raccolta di cotone, la costruzione di mattoni, le fabbriche di tappeti e di vestiario, le miniere, la pesca, le pulizie. Nella maggior parte dei casi si tratta di lavori a tempo pieno.
 Il fenomeno del lavoro minorile non risparmia i Paesi economicamente avanzati. 
Negli Stati Uniti, Human Rights Watch spiega che i giovanissimi impiegati nelle piantagioni di tabacco nel Tennessee, in Virginia, in North Carolina e in Kentucky si ammalano per l’esposizione alla nicotina e ai pesticidi. 
Anche in Italia – denuncia Save the children – ci sono 340 mila ragazzi fra i 7 e i 15 anni che sono stati costretti a lasciare la scuola e a lavorare. Sono pescivendoli, muratori, commessi, pizzaioli, fattorini. Nel 44,9 per cento aiutano i genitori nelle loro piccole attività professionali. Un picco di lavoro si registra tra gli adolescenti, nell’età di passaggio dalla scuola media alla superiore perché, l’Italia ha uno dei tassi di dispersione scolastica più elevati d’Europa: il 18 per cento.

Un bambino che lavora, ovunque sia, è un bambino povero e sarà destinato a diventare un adulto povero e a rischio di emarginazione. Lo dice la campagna “I exist” di Mani Tese, lanciata per fermare le moderne schiavitù, tra cui, appunto, il lavoro minorile e il traffico di esseri umani. L’Associazione sottolinea anche le discriminazioni di genere: “Le bambine lavoratrici sono più numerose e soffrono più dei coetanei maschi. Con risorse scarse a disposizione, in quasi tutto il mondo si tende a privilegiare l’istruzione di un figlio maschio, rispetto a una figlia femmina. Le bambine lavoratrici tendono anche a subire soprusi più frequenti e più gravi, a sviluppare malattie legate alle condizioni lavorative o alla mansione svolta e sono spesso vittime di norme culturali che impongono loro docilità e obbedienza”.
 Ma per le ragazze c’è anche il rischio che il lavoro significhi in realtà schiavitù sessuale. Migliaia di bambine dagli 8 ai 12 anni vengono abusate da adulti senza scrupoli nei bordelli in Laos, Cambogia, Thailandia, Filippine, Vietnam. Sono queste le nazioni in cui il turismo pedofilo è un fenomeno conclamato e si rivela uno dei più difficili da contrastare, come ha sottolineato nel suo ultimo rapporto “Ecpat International”, organizzazione specializzata nel contrasto alla pedofilia che ha sede nella capitale thailandese Bangkok.

Se, quindi, i numeri del lavoro minorile nel mondo restano fortemente preoccupanti, occorre che tutti si impegnino in prima persona, anche a distanza, per contrastarlo. 
Sono tante le organizzazioni italiane e internazionali impegnate in prima linea, su progetti di vario tipo. In primo luogo occorre garantire l’accesso all’istruzione per i bambini, in tutto il mondo: la scolarità obbligatoria fino ai 14-16 anni è condizione necessaria e tappa obbligata per l’abolizione o la riduzione del lavoro infantile. Poi, deve continuare la mobilitazione, il pressing su governi e istituzioni perché approvino norme e restrizioni che disincentivino l’impiego di minori al lavoro. Ma anche il privato deve fare la sua parte. E, a questo proposito, una notizia arriva dal mondo economico. Il fondo sovrano più grande del mondo, il Norway Global Fund, del valore di circa mille miliardi di dollari, ha firmato una partnership con l’Unicef per ridurre la piaga del lavoro minorile nel settore della moda. Un primo incontro a Ginevra con 30 aziende invitate dal fondo e dall’Unicef per decidere le prime azioni da affrontare, è andato parzialmente disertato: solo la metà ha accettato e solo tre di queste case di moda, ovvero H&M, Kering e Vf hanno permesso che fosse divulgata la loro presenza. Ma è pur sempre un segnale.

Giovanna Maria Fagnani

questo articolo è stato pubblicato su Andare alle Genti

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